Mi consentoE finalmente il Fatto quotidiano torna ad essere il Plico quotidiano

E finalmente il Fatto quotidiano torna ad essere il Plico quotidiano

La miglior difesa è l’attacco. Non vedevano l’ora, dalle parti del Fatto quotidiano, di poter uscire dall’angolo in cui si erano cacciati con quell’intervista sdraiata, forse sdraiata non rende, diciamo rasoterra, a Beppe Grillo a firma Marco Travaglio. Il senso di sollievo trasuda dalle pagine del quotidiano di via Valadier. Sono stati giorni terribili. E non tanto per l’addio del giornalista Luca Telese, invero poco cortese (diceva Massimo Troisi che gli addii sono quasi più importanti delle relazioni), ma perché le ragioni addotte per quell’addio apparivano evidenti nemmeno troppi giorni dopo. Quel grillismo spinto cui il giornale diretto da Antonio Padellaro si sarebbe convertito negli ultimi tempi.

Giorni terribili, dicevamo. Soprattutto perché le critiche alla pseudo intervista di Travaglio, con domande che lo stesso giornalista torinese avrebbe così tradotto: “fa caldo oggi?”, “si è mai sentito così bello?”, “preferisce la zuppa inglese o la zuppa di latte?”, sono arrivate in larga parte dai lettori del Fatto quotidiano. Al punto che – a memoria cosa mai accaduta nel giornalismo italiano, e forse mondiale – l’editore, rappresentato dall’amministratore delegato Cinzia Monteverdi, ha rilasciato un’intervista al Corriere della sera per dire che magari lei avrebbe posto altre domande. Giorni terribili, quindi, col direttore Padellaro che non ha scritto una riga che fosse una.

E allora che ti combinano al Fatto quotidiano? Provano a emulare Alì nel mitico match di Kinshasa contro George Foreman. Lui, il mitico Muhammad, uscì dalle corde come solo lui sapeva fare, investì il povero bestione di una scaricata di pugni e – gesto stilistico mai più visto nel pugilato – lo guardò crollare ai suoi piedi senza infierire col destro. Ma lo stile, si sa, col giornale che ha la verità nel Dna, ha ben poco da spartire. E allora il Fatto si è aggrappato al volo alle intercettazioni – peraltro pubblicate dal settimanale Panorama – tra il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino che chiedeva un intervento di Napolitano sui pm di Palermo. Pressioni, è bene ricordarlo, che negano di aver ricevuto, nell’ordine: Francesco Messineo, PROCURATORE DI PALERMO, Antonio Ingroia, SUO AGGIUNTO, e un certo Piero Grasso, PROCURATORE ANTIMAFIA.

Ma al Fatto quotidiano – che qui ribattezzeremo il Plico quotidiano, in ossequio alla fitta corrispondenza di materiale tra le Procure e la redazione – hanno la schiena dritta. Oggi a pagina tre pubblicano stralci dei due interrogatori del consigliere del Quirinale D’Ambrosio avvenuti alla Procura di Palermo, il 16 e il 20 maggio del 2012, condotti dal pm Di Matteo e dal procuratore Messineo. Ma non finisce qui. Con scarso senso dell’originalità, a pagina 18, la terz’ultima del giornale, sono pubblicate le otto domande (forse non sono riusciti ad arrivare a dieci) di Marco Lillo al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Domande, ça va sans dire, inframmezzate da stralci di intercettazioni.

Il tutto, presentato, in prima pagina, dal seguente titolo: «Napolitano invoca il bavaglio e attacca “alcuni giornali”». Editoriale di Padellaro intitolato “Il Totem sul Colle”; e il solito a suo modo saccente-sarcastico scritto di Travaglio in cui il vicedirettore sbertuccia tutti gli altri giornali d’Italia, facendo la spiega, incappando solo in un infortunio nelle prime righe quando attacca alla Totò: “Corazzieri, palafrenieri, ciambellani, aiutanti di campo, assistenti al Soglio, guardie svizzere, marchesi del Grillo”, ops, qui ha sbagliato. Perché a noi viene subito in mente “servitori del Grillo”.

Infine, un’annotazione. Qualche commentatore, su Linkiesta, ha paragonato il nostro editoriale “Una Repubblica fondata sulle intercettazioni” a un articolo di Libero, i soliti informati hanno scritto che evidentemente per noi qualcuno è intoccabile. Quel qualcuno, vorremmo ricordare, è stato da noi fortemente criticato per le sue uscite del tutto fuori luogo sull’exploit elettorale del movimento 5 stelle. Basta cercare in archivio. Non eravamo Libero allora, non lo siamo oggi. Abbiamo un pensiero autonomo e una Repubblica fondata sulle intercettazioni ci mette i brividi. Non è il Paese che vogliamo. Cerchiamo la verità, come ha detto Ingroia. Spiare le persone e sbattere i brogliacci in prima pagina è un’altra cosa. Lasciateci la libertà di telefonare, almeno questa.