Ecco chi sono i consiglieri di Angela Merkel

Ecco chi sono i consiglieri di Angela Merkel

L’assoluta convinzione nell’approccio della “disciplina fiscale” fa pensare che Angela Merkel sia diventata troppo sicura del suo potere e della sua comprensione dei problemi europei. Ricorderebbe quasi Margaret Thatcher verso il 1990, quando si opponeva strenuamente a un vero accesso della Gran Bretagna nell’Unione Europea (per quanto, forse, ha avuto ragione…) e apriva le riunioni di gabinetto leggendo la Bibbia.

Questo paragone Merkel-Thatcher, curiosamente, si è affacciato sui giornali già tre anni fa. Allora il mondo era molto più tranquillo di oggi: si trattava semplicemente di riprendersi dal crack di Lehman, e non dal maestrom dei debiti sovrani. Al massimo buttavano fuori dall’ufficio qualche banchiere col Rolex al polso – non si temeva la disoccupazione giovanile di massa. Il 31 marzo del 2009 l’economista americano Adam Posen ha rilasciato un’intervista allo Spiegel in cui commentava le preoccupazioni di Angela per il “piano di stimolo” europeo promosso nel periodo, pari a 200 miliardi di euro, di cui 82 miliardi coperti da Berlino. La Merkel era tacciata nell’intervista di essere testarda come la Thatcher – leggendaria la sua storia di amore-odio con Reagan – anche se le erano riconosciute maggiori doti di diplomazia.

La Merkel si opponeva già allora allo “stimulus spending”, cioè la spesa pubblica tramite maggiore debito, e per Posen ciò significava che Angela “non comprende le basi dell’economia. Non capisce che lo stimulus spending funziona già nel breve periodo. Non afferra quanto seriamente la crisi attuale colpirà l’Europa e la Germania nel prossimo futuro”.
Queste parole trasmettono oggi tutto il loro valore profetico. Il punto è chiaro: Angela è una donna straordinaria e intelligentissima, ma non ha competenze economiche di sorta. In questi casi, le scelte nel settore dipendono fin troppo dai consiglieri di cui un leader decide di circondarsi. Proprio su questo punto ci potrebbe essere da preoccuparsi.
L’entourage più stretto dei consiglieri di Angela Merkel è costituito da quattro persone, di cui nessuna ha competenze specifiche in ambito di aree monetarie.

Per gli affari economici, il responsabile è Lars-Hendrik Röller, economista internazionale di formazione anglosassone, esperto però di concorrenza – e non di sistemi monetari. Delle politiche europee si occupa Nikolaus Meyer-Landrut, storico di formazione e diplomatico di carriera. A capo del consiglio di gabinetto c’è Beate Baumann, che è considerata la consigliera più vicina. Ha studiato anglistica e germanistica e lavora con la Merkel dal 1995. C’è poi Thomas Steffen, giurista e segretario di Stato presso il ministero delle Finanze, dove è incaricato delle politiche per la soluzione della crisi del debito. Sì, è così: un giurista si occupa di problemi monetari.
Fra tutti, sembra essere Meyer-Landrut colui che detiene l’opinione più ascoltata dalla cancelliera sulle azioni da intraprendere in Europa. È noto ormai quale sia il suo punto di vista: impiegare la crisi per costringere gli altri paesi ad attuare le riforme che impediscono una vera integrazione. Ciò consentirebbe di salvare l’euro, al più privandolo delle economie considerate irrecuperabili. Se uniamo l’opinione di Meyer-Landrut alla specializzazione di Röller, orientata alla concorrenza, comprendiamo come l’approccio sia quello di un “darwinismo dei conti pubblici”, con una selezione che vedrebbe la Germania ancora primeggiare sugli altri paesi.

Thomas Steffen ha motivato il tutto alla fine di maggio, quando rispondendo alla richiesta di Monti di consentire il deficit spending in Europa ha commentato che sarebbe pericoloso, perché si rischierebbe di ampliare eccessivamente il debito pubblico, precipitando verso l’insostenibilità. È stato criticato perché la Germania avrebbe reagito troppo tardi alla crisi europea – e Steffen, in una conferenza a Bruxelles il 6 giugno scorso, ha replicato raccontando la storia della formica e della cicala.
Angela Merkel ha il pregio di ascoltare attentamente tutti i suoi consiglieri, e di prendere la decisione ottimale solo dopo aver considerato ogni informazione determinante. Ha un approccio definito da alcuni “da scienziata”. Le difetta però l’inventiva. Sembra che tra lei e tutto il suo gabinetto non sia la realpolitik a prevalere: il crack è in arrivo, e se arriva travolge anche la Germania.

Pare dominare un certo tipo di logica protestante, di salvezza e condanna, ben rappresentata dall’arrogante replica di Steffen con la fiaba di Esopo. Al termine della crisi, la volontà divina salverà i degni e condannerà gli empi. Alla Germania non resterebbe null’altro da fare che farsi tramite degli eventi, senza tentare di modificarli, in quanto la cristiana redenzione è impossibile. Non è ciò di cui ha bisogno il continente, e neanche Berlino. 

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