“Forse sì, l’Europa non ha nessun bisogno dell’euro”

“Forse sì, l’Europa non ha nessun bisogno dell’euro”

Con i libri succede a volte che l’autore si trasformi in imputato, ancora prima che, a parte qualche rara eccezione, qualcuno l’abbia letto veramente. È quello che è successo con il nuovo libro di Thilo Sarrazin Europa braucht den Euro nicht (L’Europa non ha bisogno dell’Euro, ed. DVA, München). Certo, lui è uno scaltro: politico socialdemocratico, è stato prima ministro delle Finanze del Senato di Berlino (città che, sottoposta alla sua cura, riuscì però bloccare la voragine di indebitamento) e poi membro del consiglio della Bundesbank (incarico che dovette lasciare, dopo l’uscita del precedente volume “La Germania si sta scavando la fossa”, nel quale affermava che i musulmani sono geneticamente incompatibili con il concetto di integrazione).

Sarrazin sapeva bene che affermazioni del tipo «Il sole non fa il paio con la solidità»; «i greci sono levantini… d’altro canto, che diritto ha uno stato del nord di imporre loro un’altra morale?» – avrebbero scatenato un putiferio e fatto vendere. Lo stesso dicasi per la frase che ha avuto più risonanza: «La maggioranza dei politici di Spd, Verdi e Sinistra sono a favore degli eurobond, dimostrando così di avere zero capacità di comprensione né delle premesse psicologiche, né dei prerequisiti indispensabili per una politica finanziaria solida e il benessere tedesco. Sono invece animati da un riflesso tutto tedesco, secondo il quale l’espiazione della colpa dell’Olocausto e della seconda guerra mondiale sarà totale, solo nel momento in cui avremo consegnato tutti i nostri averi, soldi compresi, in mano europea».

Sarrazin, più che essere allergico al politically correct, dà l’idea di conoscere bene l’arte della provocazione, per quanto forse finalizzata solo a vendere di più, obiettivo per altro centrato. Dopo nemmeno due settimane (è uscito il 21 maggio) già svetta al primo posto della bestseller list dei saggi del settimanale Spiegel. Anche i giornali italiani ne hanno parlato, qualcuno si è preso pure la briga di intervistare il presidente della comunità ebraica tedesca, affinché commentasse la frase sull’Olocausto. Giusto, per carità. Ma il libro, nelle 450 pagine di cui si compone, parla in primo luogo d’altro. E sarebbe veramente molto utile leggerlo. Primo perché si tratta di uno dei “manuali” più divulgativi e ricchi di informazioni, non solo sul qui e ora, ma su come ci siamo arrivati, lì dove ci troviamo oggi. E ancora, perché è un utilissimo testo per capire come ragiona la stragrande maggioranza dei tedeschi (e non necessariamente in chiave populista, ma semplicemente cercando di usare la ragione).

Sarrazin si prende il tempo di ripercorrere, passo passo, gli anni che precedettero l’introduzione della moneta unica, i sogni, le aspettative, gli obiettivi; e ancora analizza i vari capitoli di cui si compone il Trattato di Maastricht, insistendo (ovviamente) in particolare sulla clausola del no bail out (cioè il divieto imposto agli stati membri di salvarsi reciprocamente). Poi passa a esaminare i vari organismi che dovrebbero, avrebbero, dovuto garantirne la testuale applicazione. Si pone la domanda sull’indipendenza della Bce e il perché (secondo lui ovviamente) la Banca centrale, strada facendo, è diventata prigioniera dei singoli stati, dei loro interessi personali e quindi ricattabile.

Spiega in modo comprensibile concetti fino a oggi ai più (a meno che non si laureati in economia) oscuri: uno su tutti, i famosi swap (le assicurazioni sui derivati, che hanno messo gli speculatori in una botte di ferro). Sfata la leggenda molto in voga sul vecchio continente: e cioè che all’origine dell’attuale crisi dell’euro c’è la crisi finanziaria mondiale scoppiata nel 2008. Secondo Sarrazin quella ha fatto da detonatore, ma la causa vera sta nell’indebitamento pubblico dei vari stati, cresciuto a dismisura.

L’altro motivo per cui varrebbe la pena di leggerlo è che Sarrazin, il suo punto di vista lo espone senza contorsioni verbali (rischiando volutamente di risultare irritante, è vero, ma il libro non si compone prevalentemente di provocazioni, e chi lo riduce a questo, a ben vedere fa un favore ai populisti). Sarrazin usa le affermazioni che quotidianamente si trovano sui giornali e le smonta. Per esempio contesta che l’export tedesco abbia approfittato in primo luogo degli squilibri (inflazione, costi di produzione, manodopera eccetera) che caratterizzano i 17 membri dell’eurozona, per quanto sono proprio questi squilibri, che hanno condannato l’euro a morte, già alla nascita.

Secondo la tabella pubblicata nel libro, la crescita maggiore dell’export tedesco, dall’entrata in vigore della moneta unica nel gennaio del 2002, si è registrata nel resto del mondo (+154 per cento); al secondo posto nei paesi europei non appartenenti all’eurozona (+116 per cento) e infine dell’89 per cento nell’eurozona. Se nel 1998, l’attuale area euro assorbiva ancora il 45 per cento dei prodotti tedeschi, nel 2011 la quota era scesa al 39 per cento.

Altra tesi da sfatare è che la moneta unica abbia aumentato la competitività dei paesi membri. Basta guardare a quelli mediterranei, scrive Sarrazin, per capire che non è vero, anzi: questi hanno perso competitività sia nei confronti della Germania che del resto del mondo. E così, proprio la moneta unica, creata anche come strumento per arrivare “naturalmente” all’unione politica dell’Ue, ha sortito paradossalmente l’effetto contrario. Il che dimostra che nessuno ha bisogno della moneta unica e se i politici continuano ad aggrapparvisi, è perché non riescono a calcolare i contraccolpi che una dissoluzione dell’eurozona potrebbe avere sull’economia.

Questi sono solo alcuni dei temi affrontati da Sarrazin. Come detto, le tesi sono discutibili. Non ultimo, come si legge anche in alcune recensioni tedesche, perché tralasciano pressoché del tutto l’elemento umano e si concentrano esclusivamente sui numeri. Ciò nonostante, sono argomentazioni di un economista. Un economista, sulla stessa lunghezza d’onda ordoliberista (l’esatto opposto di quella keynesiana) dell’assai stimato e spesso anche in Italia citato Hans-Werner Sinn, direttore dell’istituto di ricerche economiche di Monaco Ifo.

È vero che ci sono passaggi “inaccettabili” come ha affermato due settimane fa, durante il faccia a faccia con Sarrazin, il suo compagno di partito ed ex ministro delle Finanze, Peer Steinbrück, ma questo libro è veramente una sorta di manuale del pensiero (economico) tedesco, condiviso da gran parte della popolazione. E allora, perché, anziché discettare sul pensiero e l’animo tedesco, con il diretto interessato sempre assente, qualche economista italiano che mastichi il tedesco, non lo legge da cima a fondo e poi invita Sarrazin a un dibattito pubblico? Sarebbe un primo passo, forse non per tenere insieme l’eurozona, ma per lo meno per salvare quell’idea di Europa e democrazia che affonda le sue radici nell’Antica Grecia, e di cui tanto si andava orgogliosi in passato.  

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