Fra i francesi a Londra: “Fuggiti dalle tasse dei socia

Fra i francesi a Londra: “Fuggiti dalle tasse dei socia

LONDRA – Touché. David Cameron, “quell’indegno provocateur , adescatore di esuli fiscali”, ha scatenato un polverone con l’appello lanciato al G20:“Ricchi di Francia, a me!”

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«I nostri imprenditori sono dei patrioti, non andrebbero mai in Inghilterra per evitare una tassa del 75% sui redditi», è stata la reazione della Francia tutta, per bocca del ministro Bernard Cazeneuve. Tutta? No. C’è un angolo di Gallia, come direbbe Asterix, dove anche prima della nuova super-stangata fiscale minacciata dal governo Hollande, gli enfantes de la patrie con il portafogli troppo pieno si sentono già da un pezzo “per metà inglesi”. E non è dalla parte della Manica che ci si aspetterebbe.

La chiamano “Frog Alley”, il ghetto londinese degli esuli fiscali, quattro isolati attorno a Bute Street, South Kensington. Uno dei quartieri residenziali più ricchi e chic di Londra, colonizzato da migliaia di “mangiarane”, come chiamano qui i francesi. Sono gli eredi degli Ugonotti, gli esuli perseguitati dal Re Sole che nel 1600 portarono a Londra la pellaccia, il know how e soprattutto soldi, montagne di soldi. Ora i ricchi espatriati francesi che affollano Bute Street di Suv (alcuni con la targa continentale) e affollano le boulangeries, sono imprenditori, banchieri e bancari: colletti bianchi che, attirati dalle agevolazioni fiscali, hanno trasformato South Kensington in una Ile de France sul Tamigi.

Qui non dispiacerebbe a nessuno se la Gran Bretagna dovesse diventare, in futuro, «la grande Cayman dell’Ue», come prevede Philip Stephens sul Financial Times. «Ma in fondo è così già da un pezzo», osserva una signora seduta da Paul (dove, dice, «si mangia la migliore souppe di qua della Manica»). «Io vivo qui da tredici anni, assieme a mio marito, che fa il consulente finanziario. Penso che, con le nuove tasse, arriveranno sempre più persone dalla Francia. Ed è giusto. Che altro dovrebbero fare?».

La pensa così anche David Cameron. Il suo rimedio alla crisi economica, secondo Richard Murphy del Guardian, è di creare un “tax heaven UK”, un grande paradiso fiscale ad uso di Grecia, Spagna, Italia. E soprattutto dei vicini francesi. «Se davvero la Francia istituirà la tassazione al 75% per i più ricchi – ha detto il premier all’ultimo G20 – noi stenderemo il tappeto rosso e accoglieremo altre imprese francesi, che pagheranno le loro tasse nel Regno Unito».

Una boutade per alcuni fuori luogo. Anche se, bisogna dire, Cameron non si è inventato proprio niente. Non è un caso che a Londra gli espatriati francesi siano aumentati, negli ultimi 10 anni, del 100%, passando da “appena” 200mila nel 2000 ai 400mila attualmente registrati presso il Consolato. La minoranza francofona è la più popolosa di Londra, e tra le più attive nella compravendita di immobili nella capitale, assieme ai russi e, guarda un po’, agli italiani, secondo l’ultima classifica stilata da Knight Frank per il Sunday Times. La comunità ha i suoi giornali, il suo sito una radio (French Radio London, inaugurata nel 2011), il Ciné Lumière, all’interno del French Institute, a due passi dal Natural History Museum.

E in fondo, dicono da queste parti, anche le baguettes di Londra non sono poi così male. «È come se fossimo a casa: cibo, cultura, divertimenti, tanti amici. Ma le tasse le abbiamo lasciate in Francia», scherza il proprietario di “Raison d’Etre”, rinomata patisserie che importa gli ingredienti direttamente dalla Bretagna. «I miei clienti – spiega – si dividono in due categorie. Ci sono le persone normali, come me, che aprono un’attività, lavorano nel catering, nella ristorazione o per aziende francesi che si sono trasferite a Londra. Quello che ci attira qui sono le agevolazioni fiscali».

La seconda categoria è composta da manager, broker, imprenditori che hanno trovato l’Eldorado nella City, mandano i figli bilingui all’esclusivo Lycèe Charles De Gaulle (dove studiano francese e inglese, ma anche russo, latino e italiano), si lamentano del cibo, dei colleghi inglesi, del clima, ma secondo le statistiche tendono sempre più a rimanere a Londra a tempo indeterminato. «Certo, gli affari non vanno bene come cinque anni fa, ma non possiamo lamentarci – spiega un commercialista di Parigi che ha aperto un’attività nella City – In Francia l’imposizione fiscale complessiva è più alta persino che in Italia. Qui è attorno al 40%. Non tornerei indietro per nulla al mondo: tanto meno adesso, con la crisi e Hollande».

Non c’è da stupirsi se il presidente francese qui è molto meno popolare di Cameron, e persino di Sarkozy. «La comunità di Londra – la sesta città francese per numero di elettori, ndr – è sempre stata un feudo del centro-destra», racconta Jean, un bancario di Nantes che ha trovato lavoro a Chelsea. «Ricordo che quando Sarkò venne qua, qualche anno fa, fu letteralmente assalito dalla folla in delirio». Adesso, con la “mossa” di abbassare ulteriormente il tasso di imposizione dal 50 al 45% per coloro che guadagnano più di 150 mila sterline l’anno, è Cameron il nuovo idolo del quartiere. «Ha escluso i cittadini dell’Ue dalle restrizioni sull’immigrazione, ha diminuito le imposte sulle società – spiega Jean – certo, non sta vivendo un buon momento nell’opinione pubblica. Ma spero, nel mio interesse, che gli inglesi votino comunque i conservatori alle prossime elezioni». E poi dicono che sono gli inglesi i campioni dell’anti-europeismo…

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