Va’ pensieroI melomani fischiano la sodomia. “La lirica sta diventando musical”

I melomani fischiano la sodomia. “La lirica sta diventando musical”

Cecilia Bartoli sodomizzata (per finta, sia chiaro) sul palcoscenico, per giunta dal laido fratello Tolomeo? No, questa gli spettatori di Salisburgo non l’hanno proprio mandata giù. Così alla fine dell’aria “Domerò la tua fierezza” gli applausi per l’indubbia bravura del controtenore francese Christophe Dameaux (il sodomizzatore) sono stati accompagnati da fischi sonori e da “buuu”, indirizzati soprattutto ai registi del “Giulio Cesare” di Haendel andato in scena nei giorni scorsi nella cittadina austriaca per il Festival di Pentecoste. I fischi si sono ripetuti quando, alla fine dello spettacolo, per il resto trionfale, i registi Moshe Leiser e Patrice Caurier si sono presentati sul palcoscenico. Oltre alla scena della sodomia incestuosa, il pubblico non ha mandato giù altri eccessi compiuti dal personaggio Tolomeo, presentato con un look che faceva ricordare uno dei tanti figli degeneri di Gheddafi. Come quando, nell’aria “Empio, sleale, indegno” Tolomeo sbudella e mangia le viscere sanguinolente della statua che rappresenta il tiranno Cesare. Poco gradito anche l’atteggiamento durante il recitativo accompagnato “Belle dee di questo core”, con Tolomeo che sfoglia un calendario di donne nude mentre con l’altra mano si accarezza lascivamente dentro la patta dei pantaloni.

Scandalo? Provocazione? In realtà nei teatri d’opera si è visto anche di peggio. Tette, culi, peni maschili in versione “liscia” e a volte anche un po’ “gassata”, frustini, stivali, cuoio, orge, derive sado-maso, siringhe infilate nel braccio, sangue, viscere e chi più ne ha, più ne metta.

Le regie tradizionali alla Zeffirelli o alla Luchino Visconti ormai sono roba da antiquariato. “Visconti era un maestro dell’immedesimazione storica, voleva veri tessuti d’epoca, così come desiderava tovaglie antiche sui tavoli e persino negli armadi destinati a restar chiusi”, ricorda il critico Lorenzo Arruga nella suo libro “Il teatro d’opera italiano”. 
Oggi uno come Visconti lo prenderebbero per matto. Nella regia d’opera predomina la tendenza ad ambientare le vicende ai nostri tempi. I costumi di una volta, le calzemaglie, i mantelli, i diademi e i lunghi strascichi sono finiti in soffitta.

I tradizionalisti non apprezzano, altri se ne rallegrano. Come Alberto Mattioli, corrispondente per La Stampa da Parigi, grande appassionato di opera, autore del delizioso e divertente “Anche stasera” (Mondadori), nel quale, fra aneddoti e ricordi della sua vita di operoinomane, ribadisce che “il teatro come museo non ha senso”.

La svolta ci fu con l’affermarsi del Regietheater, il teatro di regia teorizzato e praticato dai tedeschi, che poi ha finito per contagiare un po’ tutti. Così, nel corso degli anni, abbiamo visto il “Don Giovanni” di Mozart ambientato nei vicoli di Harlem, Turandot nei panni di una “drag queen”, la Mimì della Boheme strafatta come una eroinomane, Violette nude e crude, cantanti che entrano in scena a bordo di automobili, sparatorie, mafiosi e nazisti.

Il nudo, come detto, ormai non fa più notizia. Una tetta in bella vista non si nega a nessuno, soprattutto da quando le cantanti liriche più affermate (che poi siano anche le più brave è un altro discorso) sono giovani e avvenenti, non più con taglie extralarge alla Montserrat Caballé. Anche i maschi sono sempre più spogliati. Lo sdoganamento del nudo integrale maschile ci fu nel 2006 al Festival di Spoleto, con la rappresentazione di “Ercole su’l Termodonte”, un’opera di Vivaldi che era finita del dimenticatoio. Nel ruolo di Ercole il tenore americano Zachary Stains compensò con la prestanza del fisico e degli attributi la dizione italiana piuttosto avventurosa.

Il regista Damiano Michieletto, che nel 2010 ha messo in scena una “Madama Butterfly” concepita come una cruda vicenda di turismo sessuale (la ragazzina giapponese messa incinta dal soldato americano, senza troppe romanticherie, svenevolezze e giapponeserie), in occasione della prima al Regio di Torino disse ad Alberto Mattioli: “L’opera viene vista come qualcosa di consolatorio. Vado a teatro a rivedere ciò che ho sempre visto, come il bambino che vuole riascoltare per l’ennesima volta la storia di Cappuccetto Rosso. Dà sicurezza, ma il pubblico non è fatto di bambini e il teatro non deve rassicurare”.

“È un punto di vista rispettabile, ma dopo che lo hai enunciato fammi vedere come lo applichi”, ribatte, parlando con Linkiesta, Rinaldo Alessandrini. Alessandrini, romano, clavicembalista e direttore d’orchestra, uno dei massimi interpreti di Monteverdi, dirige spesso in giro per il mondo non solo l’amato Monteverdi, ma anche molto Mozart e tanto Handel.

“Ormai”, spiega Alessandrini, “l’opera lirica è diventata un musical, nel quale il lato teatrale ha preso completamente il sopravvento su quello musicale. Il sovrintendente si mette nelle mani del regista che diventa il vero deus ex machina, mentre al direttore d’orchestra spetta solo il compito di dirigere le musiche dello spettacolo del regista. La regola è: se la musica va da una parte, il regista va in quella opposta”.

Alessandrini in linea di principio è d’accordo per “innestare un gusto nuovo su una forma antica”, ma entro certi limiti. “Ammiro e rispetto registi come David McVicar, e Bob Wilson, con il quale ho lavorato alla Scala negli ultimi due anni. Rispettano l’opera, sono maestri nella tecnica di palcoscenico e hanno intuizioni geniali. Il problema sono i presunti geni, quelli che in mancanza di idee cercano il gusto della provocazione, come il pittore che mette i baffi alla Gioconda. Per troppo registi ormai vige il principio del “famolo strano”, così spesso vediamo cantanti costretti ad acrobazie assurde, che cantano sdraiati, magari a pancia in giù. In questo modo ne risente anche il canto, perché i solisti non hanno il pieno controllo dei muscoli e della respirazione”.

Lo scontro più feroce fra Alessandrini e un regista è avvenuto a Oslo. “Il regista era Peter Konwitchny”, ricorda, “e voleva trasformare un opera seria di Mozart, “La clemenza di Tito”, in un’opera comica. “Così la gente non si annoia”, sosteneva il regista. In pratica siamo venuti alle mani e lui, nelle nostre discussioni, invocava la presenza di un avvocato. Poi, comunque, lo spettacolo è andato in scena”.

A volte i direttori d’orchestra preferiscono fare tutto da soli, direzione e regia. Già ci provò Herbert von Karajan, con esiti discussi e discutibili. In Italia Gianluigi Gelmetti ha diretto e messo in scena a Roma “Il Barbiere di Siviglia”. Lo stesso Alessandrini, qualche anno fa, a Salamanca, ha curato regia e direzione d’orchestra dell’ “Incoronazione di Poppea” di Monteverdi. A volte, insomma, meglio il “fai da te” del “famolo strano”.

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