Mi consentoIl duello narcisistico tra pm non può bagnare Napoli

Il duello narcisistico tra pm non può bagnare Napoli

Lo so, un napoletano dovrebbe parlare di Napoli. Un napoletano Napoli se la porta nel sangue, almeno così dicono. Napoli per un napoletano è come la mamma per uno zappatore, per restare a Mario Merola. Vabbè, avete capito. E Napoli frulla da un po’ sulle pagine dei quotidiani. Dieci giorni fa Michele Fusco ci provò a farmi scrivere. Mi scrisse un sms che recitava più o meno così: «C’è un problema alla Rai e chiamano Gubitosi, napoletano. C’è da salvare Generali e ci va un altro napoletano, Greco. Com’è che l’Italia in difficoltà chiede aiuto a Napoli che invece non riesce a salvare sé stessa?».

E io già me lo prefiguravo l’articolo sui cervelli in fuga, la migrazione delle eccellenze (termine che va scandito alla Bassolino, altrimenti perde il suo effetto). Ero annoiato al solo pensiero. C’era da aggiungere Ignazio Visco, cui è stata affidata Bankitalia dopo Draghi. E il più era fatto.

La mia risposta, sottolineo mia, è molto semplice. A Napoli vigono criteri di selezione diversi. Non so dire se migliori o peggiori. Sono diversi. A Napoli qualche giovane di buona volontà, magari desideroso di emergere o solo di fare qualcosa, deve scalare una montagna alta e insidiosa. E nel corso del cammino incontrerà spesso qualcuno, quasi sempre coi baffi, che gli mette una mano sulla spalla e bonariamente gli fa capire che è presto, che non è ancora il suo turno, che ha troppa fretta, che vuole bruciare le tappe, che ci sono dei passaggi obbligati, precedenze da rispettare. E potrei proseguire per circa ventimila battute. Ma credo che il concetto sia chiaro. E nemmeno tanto originale. Edoardo Bennato lo espresse mirabilmente nella sua “Quando sarai grande…”.

Tanti amici napoletani si arrabbiano quando dico queste cose. Ovviamente difendono la città e la propria vita. Giustamente e con orgoglio. Io vorrei dire che se Ignazio Visco fosse rimasto a Napoli probabilmente adesso, invece di essere governatore della Banca d’Italia, sarebbe stato – se gli fosse andata di lusso – il numero due di un importante studio commercialista della città. E vuoi mettere? Magari con ufficio a Santa Lucia, col Vesuvio di fronte.

Napoli forse è meglio di altri luoghi, forse è peggio. Non lo so. Rispetto chi la difende e ci vive. Moltissimo. Rispetto chi ogni giorno fa i conti una realtà che è difficile da raccontare. E non parlo di violenze, camorra, delinquenza. Non è quello. È l’assenza di un progetto. Non è anarchia. È diverso. È non vedere la luce. Nel ciclismo, o nell’automobilismo, se stai inseguendo, il momento cruciale è quando riesci a scorgere il tuo avversario. Non fa niente se è ancora trenta secondi davanti a te (parlo del ciclismo), se riesci a intravvederlo su un tornante è fatta. È la tua luce. A quel punto le tue forze si moltiplicano. Se invece fai uno sforzo immane a pedalare ma non lo inquadri mai, allora prima o poi ti arrenderai. È inevitabile.

Lo so, sembrerà retorico. Antico. Non c’è nulla di nuovo in queste parole. Ma mi viene in mente questo se penso a Napoli. E nulla mi ispira la disputa narcisistica tra un ex pubblico ministero che lascia la magistratura a processo in corso per vestire i panni del difensore della legalità in una giunta guidata da un altro ex magistrato famoso per aver condotto inchieste tanto clamorose quanto improduttive sotto il profilo giudiziario. Tra lui e lei, insomma, scegliere non saprei. Mi sembrano le due facce della stessa medaglia. Ha vinto de Magistris e allora Narducci interpreta il ruolo del puro. Mentre Giggino quello del politico “realista”. Si sono sfidati sul terreno della legalità. E Narducci non ha fatto sconti, così dice, mentre l’altro si è sporcato le mani. Disputa molto poco interessante. Almeno ai miei occhi.

De Magistris ha lasciato la magistratura, fa politica, si è candidato e ha preso i voti. Ha vinto le elezioni. Concetto che in Italia fa sempre un po’ schifo. Narducci si è messo in aspettativa, ha lasciato prima che il processo Calciopoli – lui era il pm – finisse e adesso torna in magistratura. Ha scritto una lettera, ha – secondo lui – “inchiodato” il sindaco alle sue responsabilità. In realtà non ha detto nulla.

Lontano da Napoli ho acquisito una consapevolezza: preferisco sempre chi fa qualcosa rispetto a chi si tira indietro e punta l’indice. Forse de Magistris ha realizzato poche cose, ma le ha fatte. Ha portato la Coppa America a Napoli ma dicono che non c’è chiarezza su quanto sia costata; ha trasformato il lungomare in una zona pedonale ed è stato sommerso da critiche; adesso prova a realizzare le piste ciclabili e gli ridono in faccia; porta Ligabue in concerto e lo accusano di essere uno showman. Lo è, sicuramente lo è. Come tutti lo diventano. Lo diventò persino Antonio Bassolino, l’ultimo che riportò in città la speranza di essere normali e magari persino all’avanguardia. Ma era il 1993, sono passati diciannove anni. Diciannove. Tanti se ne sono andati. Troppi. Di quella prima giunta mi sa che in città non è rimasto più nessuno. Bagnoli è rimasta lì, abbandonata a se stessa, tanto per fare un esempio. L’esempio. In compenso, Napoli ha una metropolitana. Bella, bellissima, se i treni non passassero ogni dieci minuti. Se la città non sembrasse spenta.

Napoli ha i suoi tempi e le sue modalità e i suoi criteri di selezione. Che vanno rispettati. Questa è la sua bellezza. E c’è anche chi, sono davvero tanti, quotidianamente continua a pedalare convinto di scorgere il battistrada in un tornante. È a loro che chiedo scusa se sono stato offensivo in qualche passaggio di questo breve articolo.  

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