Il fondo Salvastati rischia di slittare, e per l’Italia sale il debito

Il fondo Salvastati rischia di slittare, e per l’Italia sale il debito

BRUXELLES – Mentre la crisi dei debiti sovrani continua ad aggravarsi, un grande punto interrogativo si apre su quello che dovrebbe essere uno degli strumenti principali per affrontarla: il nuovo Meccanismo di Stabilità Europeo (Esm), vale a dire il fondo salva-stati permanente forte di 500 miliardi di euro. Già perché la data prevista per la sua entrata in vigore – il primo luglio – sembra sempre più irrealistica, visti i crescenti ritardi, con annesse polemiche, in vari paesi. A cominciare proprio dalla Germania. Il che non fa che rendere ancora più confuso il “pasticcio” sui 100 miliardi di euro di prestiti alla Spagna per le sue banche, mentre resta ancora non chiaro chi sarà a versarli – l’attuale fondo “provvisorio”, l’European Financial Stability Facility (Efsf), o, appunto, l’Esm.

Per l’Italia non è irrilevante: mentre ogni prestito versato dall’Efsf fa debito per i paesi garanti (tra cui lo stesso Belpaese), per l’Esm non è così – non a caso Mario Monti vorrebbe che il prestito erogato venga dal secondo. Altro problema: non è chiaro se la Spagna potrà continuare a fare da garante ai prestiti già erogati dall’Efsf (200 miliardi di euro su una disponibilità totale di 440 miliardi). La Commissione Europea sostiene di sì, visto che «la Spagna non è un paese sotto programma» di aiuti (il concetto è che non lo Stato, ma solo le sue banche sono soccorse dall’Ue). Non è chiaro, però, e i dubbi restano. Se alla fine dovesse invece emergere che Madrid non può più fare da garante, per l’Italia – terza per quota nel fondo – la partecipazione all’Efsf salirebbe dal 18% al 22%, con un ulteriore aggravio finanziario per un paese già in gravi difficoltà come il nostro. Un altro elemento di incertezza pesante, non è strano se i mercati sono a dir poco agitati.

Un bel problema, ma intanto, lo dicevamo, aumentano i dubbi almeno sulla tempistica delle ratifiche dell’Esm. Al momento, hanno completato l’iter solo la Francia, la Slovenia, il Portogallo e la Grecia. Per entrare in vigore, il trattato deve esser stato ratificato da sufficienti paesi per corrispondere al 90% del capitale. Sarebbero dunque indispensabili ancora Germania, Italia, Spagna e Olanda. Quest’ultima ha già votato a livello di camera bassa, manca il Senato, mentre il populista Geerd Wilders ha fatto ricorso all’Alta corte olandese contro la ratifica dell’Esm. Problemi anche in Austria, paese di quasi tripla A (solo Standard & Poor’s glie l’ha tolta) e stretto alleato di Berlino. Qui i Verdi – necessari per avere i due terzi dei seggi – chiedono un rinvio a settembre del voto, invocando Tobin Tax e più misure per la crescita.

Il vero problema, però, appare proprio la Germania. Sia per il peso finanziario, sia però anche quello evidentemente “simbolico” e politico. Anche a Berlino è indispensabile il contributo dell’opposizione visto che per ratificare il trattato servono i due terzi del Parlamento. E il governo di centro-destra (Cdu e Liberali) di Angela Merkel – che vuole procedere in combinato alla ratifica dell’Esm e del Patto Fiscale entro fine mese – continua a litigare con l’opposizione di socialdemocratici e Verdi. Entrambi chiedono misure per la crescita e la Tobin Tax. Proprio quest’ultimo punto ha visto vere e proprie scintille, soprattutto dopo che lo scorso fine settimana il settimanale Der Spiegel ha pubblicato una dichiarazione di Ronald Pofalla, segretario generale della Cdu di Merkel, secondo il quale la Tobin Tax «non sarà approvata durante la legislatura corrente». «I commenti di Pofalla – ha tuonato Thomas Oppermann, numero due del gruppo Spd al Bundestag – sono un duro colpo ai negoziati in corso. Abbiamo bisogno di un impegno irreversibile (della maggioranza, ndr) a introdurre una tassa sulla transazioni finanziarie». L’opposizione sente puzza di bruciato, insomma sulla Tobin Tax, tanto più che anche il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha avvertito che «non si potrà avere tanto rapidamente una simile imposta». Certo, Steffen Seibert, portavoce della Merkel, ha assicurato che il cancelliere «continuerà a combattere con decisione in Europa per la tassa», ma non sembra molto convincente. Del resto alcuni stati, anche nell’eurozona, sono dubbiosi sull’opportunità di introdurla solo a livello Ue o eurozona, e di alcuni si dice che sia più che altro uno strumento di pressione su Londra (che tuttavia in questo settore ha potere di veto) per partecipare alla ricapitalizzazione della Banca europea per gli investimenti (Bei).

Sullo sfondo, le pressioni dell’opinione pubblica tedesca, sempre più ostile a partecipare agli sforzi di salvataggio di altri paesi. Secondo un sondaggio pubblicato a inizio giugno dal settimanale “Stern”, il 60% dei tedeschi si dice “preoccupato” o “molto preoccupato” che l’Esm costerà troppo caro alla Germania. Il 66%, stando a un’altra indagine, pubblicata domenica da Bild am Sonntag, si dice contrario al sostegno delle banche spagnole con soldi tedeschi. E un altro sondaggio, diffuso dall’emittente televisiva tedesca N-TV, rivela che l’85% dei tedeschi sogna il ritorno del glorioso marco. Intanto, la Lega dei Contribuenti tedeschi ha avviato una petizione al Bundestag contro la ratifica del Trattato Esm. Il trattato, certo, molto probabilmente alla fine sarà ratificato. Quando, però, non si sa, e di questi tempi ulteriori incertezze non aiutano certo.

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