Il voto di Atene: stanchi della Merkel, non dell’euro

Il voto di Atene: stanchi della Merkel, non dell’euro

I primi risultati del voto in Grecia confermano le aspettative: i greci non votano contro l’euro. La destra moderata di Nuova Democrazia verso il 30% mentre il Pasok, sinistra socialdemocratica, crolla ma si attesta attorno al 12,5%, che consentirebbe di formare comunque un governo di coalizione. Fortissima crescita di Syriza che dovrebbe stare sopra il 25%: non andrà al governo, forse, ma il segnale alla Merkel e all’Europa resta forte, data l’affermazione di un partito che comunque ha confermato di puntare al mantenimento della moneta continentale. Nell’analisi che potete leggere qui sotto, trovate le previsioni delle vigilia e le principali ipotesi di ristrutturazione del debito greco, che passano per nuova inizione di liquidità in cambio di riforme strutturali. 

———————-

Il mondo attende Atene. Le elezioni in Grecia, previste per domenica prossima, stanno tenendo con il fiato in sospeso sia il mondo finanziario sia quello politico, dopo che nell’ultimo mese le discussioni su una possibile uscita dall’eurozona di Atene si sono fatte più intense. Dopo il fallimento della prima tornata elettorale, avvenuta il 6 maggio scorso, ora i sondaggi danno vittorioso il partito di centrodestra Nea Dimokratia di Antonis Samaras. Probabile che si arrivi una rinegoziazione degli accordi con la troika composta da Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione Ue. O, come ha spiegato oggi la banca svizzera Ubs, «tutto lascia intendere che la tragedia greca continuerà».

La paura che la Grecia possa uscire dalla zona euro sembra essere ormai un ricordo. Ieri Alexis Tsipras, leader del partito della sinistra radicale Syriza, ha escluso che il suo obiettivo, in caso di vittoria, sia quello di portare Atene fuori dall’euro. «La soluzione non è questa, ma è chiaro che vogliamo una rinegoziazione del piano di aiuti, in modo che tutto sia focalizzato su crescita e ritorno della competitività», ha spiegato di fronte ai suoi supporter. Le sue intenzioni le ha ribadite anche in un editoriale sul Financial Times, nel quale ha ribadito che lo scopo di Syriza non è quello di distruggere la Grecia portandola fuori dalla moneta unica, bensì rilanciare il Paese in modo che possa uscire dall’attuale spirale di depressione economica e sociale. Nonostante questo, gli ultimi sondaggi danno vincente il partito dell’ex premier Samaras. Ma anche in questo caso, il programma politico non cambia. Anche Nea Dimokratia sta spingendo per una revisione del programma di sostegno con Fmi, Bce e Ue, considerato carico di vincoli troppo stringenti. Come ha spiegato ieri il quotidiano Ekathimerini in un editoriale, la dissuasione morale di Bruxelles e Washington avrebbe funzionato, convincendo anche i politici più oltranzisti a cambiare atteggiamento nei confronti di una secessione dalla moneta unica.

L’opinione comune è definita. La Grecia non uscirà dall’eurozona, ma cercherà una rinegoziazione del proprio accordo con la troika. Così ha spiegato oggi la banca elvetica Ubs: «I costi di una secessione dall’euro sono troppo elevati per la Grecia e non crediamo probabile che questo scenario possa concretizzarsi». Parere analogo a quello della britannica Barclays, che in una nota odierna ha definito «improbabile» l’uscita di Atene dalla moneta unica. E via via, sono sempre di più le banche d’investimento che concordano sul fatto che questa possibilità sia senza fondamento. Colpa anche di un assetto giuridico, quello dettato dal Trattato di Lisbona, che non contempla questa possibilità. All’articolo 50 infatti si disciplina l’uscita dall’Unione europea e non dalla zona euro, dato che l’adesione all’euro viene considerata dai legislatori europei come «irrevocabile». E come ha osservato Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, «né Tsipras vincitore né l’Europa, nelle prossime settimane, interromperanno il dialogo. Ci sarà anzi un affannarsi continuo a riaffermare la volontà di mantenere la Grecia nell’euro».

Sul versante finanziario, le principali banche centrali mondiali hanno già detto di essere pronte a nuove iniezioni di liquidità. Come ha ricordato oggi il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, «sarà fatto quanto necessario». Ma nessuno si attende una manovra monstre come era stato invece nell’ottobre 2008 quando, dopo il collasso della banca statunitense Lehman Brothers, i mercati finanziari erano di fatto congelati. In quei giorni Bce, Bank of England, Federal Reserve, Bank of Japan, Bank of Canada e Swiss National Bank decisero di agire insieme per fornire liquidità al sistema, tagliando di comune accordo i tassi d’interesse. «Difficile che si possa ripetere una misura del genere, anche se i margini della Bce consentono ancora ribassi sul costo del denaro», ha spiegato nella notte una nota di Mitsubishi UFJ Financial. Le istituzioni monetarie sono pronte a «qualsiasi evenienza» derivi dalle elezioni in Grecia, anche le più estreme. I piani di contingenza sono quasi tutti stati delineati, a esclusione di pochi casi come quello di Deutsche Bank, che ha comunicato ieri di non aver valutato affatto la possibilità di un’uscita della Grecia dalla zona euro. Ma se fino a due settimane fa era un’opzione che prendeva sempre più piede, oggi sembra «che la Grecia non abbandonerà i suoi figli sul Monte Taigeto», come ha fatto notare tre giorni fa Lombard Street Research. Ora più che mai tocca ai greci decidere il loro destino.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria