In Usa scendere in campo significa andare in bancarotta

In Usa scendere in campo significa andare in bancarotta

Se in Italia il dibattito sul finanziamento pubblico ai partiti esplode ad intervalli regolari, negli Stati Uniti i candidati presidenziali finiscono spesso per indebitarsi pesantemente nel tentativo di guadagnare la Casa Bianca. E molte volte il debito contratto li insegue per decenni.

È il caso di alcuni tra i nomi più celebri della politica americana: da John Edwards (anno della candidatura: 2004); a Rudy Giuliani (2008); fino a Bill (1996) e Hillary Clinton (2008), tuttora chiamati a corrispondere milioni di dollari a consulenti, strateghi, società di comunicazione e immobiliari di cui si sono serviti nella loro campagna elettorale. Ad avere i conti in rosso sono tecnicamente i comitati presidenziali costituiti al momento di scendere in campo e che, per legge, possono essere sciolti solo in seguito al pagamento di ogni pendenza. Quasi mai però gli ex candidati s’impegnano a saldare l’intero disavanzo di tasca propria, preferendo affrontare piuttosto lunghi e imbarazzanti contenziosi legali.

In controtendenza Mitt Romney, che nel 2008 ha attinto per oltre 20 milioni di dollari al suo patrimonio personale, e l’ex governatore dello Utah, Jon Huntsman, che ad aprile ha prelevato dal proprio conto in banca un milione e mezzo di dollari per risarcire i creditori. Per tutti gli altri la situazione è assai più complicata. Stando ai bilanci ufficiali, Rudy Giuliani, presentatosi senza successo alle primarie repubblicane del 2008, deve ripianare un passivo da 1,6 milioni di dollari. A reclamare il dovuto sono le principali compagnie di telefonia mobile d’America (342mila dollari di bollette non pagate); alcune agenzie immobiliari (107mila dollari); altre aziende specializzate in comunicazione politica (112mila dollari), e fornitori di qualsiasi tipo.

Stesso discorso per John Edwards, sconfitto nel 2004 alle consultazioni democratiche da John Kerry e poi da lui scelto per il ruolo di vicepresidente, che ad oggi dichiara un ammanco di 333mila dollari. Ma anche per Hillary Clinton, che deve versare 245mila dollari a una società di consulenza politica di New York, la Penn Schoen Berland, e per suo marito Bill, chiamato ad estinguere un debito da 219mila dollari risalente alla campagna di rielezione del 1996 (!) e costituito per 174mila dollari dall’affitto della sede di Seattle.

Per non parlare poi degli aspiranti alla Casa Bianca del 2012. La pasionaria del Tea Party, Michele Bachmann, è in rosso di oltre un milione di dollari e l’ex speaker della Camera, Newt Gingrich, deve risanare un passivo record da 4,8 milioni, al punto che lo scorso marzo un assegno da appena 500 dollari staccato nello Utah e recante la sua firma è tornato indietro per mancanza di fondi. In particolare Newt deve 181mila dollari ad una società di pubbliche relazioni; 165mila per l’affitto di spazi pubblicitari sul web; oltre un milione alla Moby Dick Airways, specializzata in voli charter, e 466mila alle guardie del corpo.

Per coprire i buchi, gli ex candidati hanno escogitato negli anni i sistemi più fantasiosi. Tra questi: aste di cimeli, affitto ai colleghi della propria lista di finanziatori e sostegno (retribuito) di un altro candidato. Nel dicembre del 2011 Hillary Clinton ha messo in vendita i memorabilia della campagna del 2008: poster, spille, t-shirt, autografi e il dvd del discorso che il Segretario di Stato pronunciò alla convention di Denver. E a gennaio per 40mila dollari ha affidato la lista dei suoi sponsor all’eroina del movimento di Occupy Wall Street, Elizabeth Warren, che la sta usando per migliorare il suo fundraising. Un’iniziativa peraltro replicata a marzo da Gingrich con alcuni membri del Gop.

Il metodo più gettonato è tuttavia l’assorbimento del disavanzo da parte di un collega, in cambio del proprio endorsement. Come nel 2008 quando, al termine delle primarie, Hillary Clinton decise di sostenere Obama a patto che il comitato elettorale del futuro presidente si impegnasse finanziariamente in suo favore. Esattamente quanto successo nell’estate del 2011 con l’ex governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, che, ritiratosi dalla corsa, ha scelto di schierarsi al fianco di Romney dopo che questi gli ha promesso di accollarsi il 75% del suo debito (330mila dollari sui 454mila totali).

Un sistema che funziona quando il frontrunner è di gran lunga più facoltoso degli altri, ma che ha inevitabilmente meno presa se gli sfidanti risultano solvibili. Come successo nelle scorse settimane tra Romney e Santorum. Mitt avrebbe voluto garantirsi l’appoggio dell’italo-americano anche proponendogli di farsi carico delle sue sostanziose pendenze, mentre Santorum mirava piuttosto a ricoprire un ruolo rilevante alla convention di Tampa e ad ottenere una poltrona nella prossima amministrazione repubblicana. Inevitabile che la trattativa, condotta per tutto il mese di aprile dagli strateghi dei due (ex) rivali, non producesse un accordo e alla fine l’ex senatore della Pennsylvania ha offerto a Romney un endorsement gelido, diffuso via e-mail alle undici di sera del sette maggio.

Quando è divenuto chiaro che, oltre alle questioni meramente politiche, a dividere le due anime del partito era stata anche la proverbiale testardaggine di Santorum, determinato ad affrontare da solo un debito di oltre un milione di dollari. 

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