La crisi morde e Monti fa fatica: borghesia, svegliati

La crisi morde e Monti fa fatica: borghesia, svegliati

Che fine ha fatto la borghesia italiana? Nella crisi devastante che ci domina e sconvolge è sparito questo protagonista storico che aveva buoni antenati. “La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria. … ha creato delle forze produttive il cui numero e la cui importanza superano quanto mai avessero fatto assieme tutte le generazioni precedenti”. Questo elogio, contenuto nel Manifesto del partito comunista di Marx e Engels, sembra assai lontano dalla condizione della borghesia italiana di oggi.

Quella connotazione moderna, rivoluzionaria, appunto, sia dei rapporti di produzione sia dei costumi, che ne aveva fatto la classe trainante dell’epoca contemporanea si confronta con la condizione di oggi di una borghesia che si è acquattata nell’ordine esistente, priva di fantasia persino immemore dei suoi valori storici. L’atto di accusa più bruciante è venuto in queste settimane da un antichista di chiara fama, Andrea Carandini, archeologo e gran borghese, che in una intervista pubblicata da Laterza e condotta da Paolo Conti del “Corriere”, consegna alla nostra riflessione giudizi definitivi. Nel capitolo intitolato significativamente “La morte della borghesia italiana” Carandini sostiene che “ la crisi delle classi dirigenti in Italia affonda le radici nella dissoluzione troppo rapida e completa della borghesia, per cui è venuto a mancare ogni modello elevato di riferimento nel comune sentire e nelle regole. La borghesia ha imitato la aristocrazia.

La dissoluzione della borghesia, potentemente avviata dal fascismo che ne ha fiaccato le fibre essenziali e favorita sia da forze di destra che di sinistra sulla base di retaggi ideologici scaduti, si è tradotta nel vuoto vertiginoso in cui siamo”. La borghesia era il mondo del merito e della competizione, quello in cui la sfida all’innovazione rivoluzionava la produzione e il modo di pensare. Carandini pensa che sia anche colpa del ’68, grande rivoluzione di costume e pessima rivoluzione politica, l’ aver avviato questa trasformazione della borghesia storica in un immenso ceto medio, privo di valori e soprattutto aderente a una società che perdeva slancio e voglia di fare. Giudizi severi ma che tornano alla mente pensando alla crisi attuale di fronte non solo a fatti clamorosi, come alcuni fallimenti, penso ai Ligresti, ma anche alla perdita di egemonia di un gruppo sociale una volta considerato propulsivo.

La borghesia soffre in tutto l’Occidente, ma solo in Italia è scomparsa annegata nella propria riluttanza a svolgere un ruolo nazionale. Se guardiamo al dibattito pubblico vediamo come non emerga più il grandi imprenditore che vuole segnare con la propria opera il successo della propria impresa e del paese. Vediamo al tempo steso come la stessa cultura borghese si sia frantumata nel consumismo e nel populismo allevato dalla politica leaderistica e propagandato dai media. Nei movimenti antipolitica militano tanti borghesi, piccoli grandi e medi, che vogliono destrutturare l’esistente senza l’ambizione di un progetto. Persino il destino nazionale, che fu uno dei meriti storici della borghesia italiana, spesso negli eredi attuali diventa un disvalore. La morte della borghesia e il sopravvento di un confuso ceto medio costituiscono la chiave per interpretare il decadimento attuale assieme alla perduta ambizione della classe operaia, priva di unità e senza ormai una sua rappresentanza politica. E’ da tempo fallita la borghesia meridionale che non ha più l’ambizione cosmopolita di un tempo e si trastulla nella spesa pubblica e nei sogni neo-borbonici. Non ha più centralità la borghesia settentrionale che rinuncia all’investimento sul futuro, cioè a quella che è stata la caratteristica di questa classe così elogiativamente descritta dal barbone di Treviri e dal suo aristocratico amico e sodale.

La morte della borghesia si è tradotta anche in una caduta di valori utili alla società, a cominciare da quell’idea che la base di partenza sociale potesse essere modificata dalla selezione prodotta dal merito, da una larga competizione che facesse prevalere i migliori e non i peggiori. Lo specchio di questa crisi è nella classe dirigente politica, espressione spesso di un ceto medio urbano delle professioni poco ambizioso e molto legato alla permanenza degli attuali rapporti sociali, ma è evidente anche nel mondo produttivo dove non emergono più grandi capitani d’industria ma, se va bene, banchieri informati e passivi di fronte alla crisi finanziaria mondiale.

La ricostruzione di un paese passa attraverso la ridefinizione del suo assetto sociale e l’emergere di un soggetto moderno, di una nuova borghesia all’altezza dei tempi. E’ singolare che spetti a uno che viene dalla storia comunista, memore del dibattito togliattiano su “Ceti medi e Emilia rossa”, lamentare che sia sparita la classe antagonista che ha perso la sua bandiera e tutto attorno non v’è nessuno che voglia raccoglierla, se non demagoghi e borghesi piccolo piccoli.   

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