La riforma del finanziamento ai partiti è una riforma a metà

La riforma del finanziamento ai partiti è una riforma a metà

Ancora pochi giorni e il Parlamento varerà la nuova disciplina sul finanziamento ai partiti. Il testo, approvato alla Camera, frutto del compromesso tra Pdl, Pd e Udc, è passato da un paio di settimane al vaglio del Senato e dovrebbe approdare in aula la prossima settimana. Il progetto di legge, che mira a regolamentare in modo organico il tema dei contributi pubblici ai partiti, presenta luci ed ombre. Forse sono più le ombre che le luci. Al punto che segnali di apprensione sarebbero giunti all’indirizzo del Parlamento da parte della Presidenza della Repubblica, che tanto ha a cuore l’approvazione di una buona legge.

È certo positivo il fatto che sia stato confermato un tetto alle spese elettorali, ma sopratutto che il finanziamento complessivo sia stato dimezzato e fissato un limite di 91 milioni annui. Si tratta di una cifra fissa e non variabile, come prevede l’attuale disciplina. La contribuzione ai partiti, ora interamente assorbita dai rimborsi elettorali, verrebbe erogata in due parti: il 70% ancora a titolo di rimborso, il restante 30% a titolo di cofinanziamento, ossia di partecipazione alla capacità di autofinanziamento dei partiti.

Il cofinanziamento ha in sé potenzialità positive, ma, per come è disciplinato, presenta non pochi elementi di criticità. Il meccanismo per il quale verrebbero attribuiti contributi pari a 0,5 euro per ogni euro ricevuto da erogazioni liberali è discutibile. In primo luogo perché verrebbero premiati i partiti più organizzati, più presenti nelle Istituzioni e dunque maggiormente capaci di catalizzare erogazioni liberali o di raccoglierle tra gli eletti; poi perché si eleggerebbero le contribuzioni volontarie a criterio per sancire il radicamento del partito nella società.

Inoltre, se l’intento è quello di premiare le virtuosità di un partito che riesce a raccogliere consenso e sostegno economico da parte dei cittadini, che c’azzecca, direbbe Di Pietro, mettere, quali concorrenti al cofinanziamento, le risorse ricevute da persone giuridiche? Si è voluto forse fare un favore ai campioni di raccolta tra le imprese come Pdl e UdC, come dimostra il viaggio nei conti dei partiti che Linkiesta ha fatto nelle scorse settimane?

È un vero peccato che non sia passato l’emendamento Lanzillotta, che prevedeva il divieto per le società pubbliche di elargire contributi a associazioni/fondazioni presiedute da parlamentari. Il pensiero corre alle tante fondazioni, spuntate come funghi ad opera di altrettanti parlamentari, da Italianieuropei a Magna Carta, per citare solo due esempi. Come ha fatto notare il costituzionalista Francesco Clementi dalle pagine del Sole 24 Ore, si tratta di “una scelta che, ictu oculi, davvero può alimentare istitinti di antipolitica, piuttosto che fiducia e rispetto tra governanti e governati”. L’altro rischio legato al modo in cui è organizzato il cofinanziamento è di tenere fuori dalla distribuzione dei 27,7 milioni di euro quelle forze politiche che, pur radicate, non riescono ad eleggere alcun rappresentante: pensiamo al caso di un partito, come Sel, che pur raccogliendo 1 milione di voti, per via dello sbarramento al 4% non ha espresso alcun Parlamentare europeo. O all’ipotesi neppure troppo remota di un partito che, pur raggiungendo una media nazionale del 2% alle consultazioni regionali, non elegge nessuno. Siamo proprio sicuri che è giusto far rimanere fuori tali forze da questa opportunità di finanziamento?

Sul tema dei controlli a cui sottoporre i conti dei partiti, la legge in discussione prevede che i bilanci debbano essere certificati da una società di revisione. Tale previsione è una “battaglia” vinta dal Pd, che orgogliosamente si vanta di avere assoldato, sin dalla nascita del partito,una società di revisione; salvo dimenticare di dire che il controllo è meramente formale e, come dimostrano i collassi di società di primo piano avvenuti negli scorsi anni, tale da non mettere al riparo il bilancio da gestioni allegre o, peggio, delinquenziali.

Sempre in materia di controlli sui conti dei partiti, viene istituita una commissione per la trasparenza e il controllo, a cui viene attribuito il compito di vagliare, sempre formalmente, i rendiconti. In questo caso sorge innanzitutto spontanea una semplice domanda: data la presenza della Corte dei Conti, c’era proprio bisogno di dare vita ad un nuovo organismo? Tale scelta non a caso è stata duramente contestata da Luigi Giampaolino, presidente della Corte dei Conti, che, in una lettera inviata negli scorsi giorni al presidente della Camera, ha sollevato la questione di costituzionalità sulla nuova Commissione, ribadendo che “la competenza a svolgere qualsiasi forma di controllo su tale pubblica contribuzione non possa che spettare alla Corte stessa, in ragione della sua posizione costituzionale di organo costituzionale di organo del Parlamento e suprema magistratura nelle materie di contabilità pubblica”.

Vedremo se la spunterà la Corte dei Conti o ABC. Sta di fatto che, in un modo o nell’altro, i controlli previsti non permetteranno di entrare nel merito delle spese, talvolta allegre, altre volte molto discutibili, effettuate dai partiti. Forse basterebbe attribuire all’organo deputato ad effettuare detti controlli, il diritto di esprimere segnalazioni/raccomandazioni. In tal modo eviteremmo di vedere partiti, come la Lega Nord, che danno vita ad una miriade di società partecipate che perseguono fini che nulla hanno a che vedere con l’attività politica, o come il Pd che spendono cifre abnormi per le proprie sedi, o come l’Italia dei Valori che sborsano somme molto elevate ogni anno per la manutenzione ordinaria degli immobili che occupano.

Per ovviare a casi come questi, citati a titolo di esempio (le storture, definiamole così, si sprecano nella gestione dei conti da parte dei partiti!), si sarebbero potuti introdurre tetti percentuali alle spese ordinarie (come personale, rimborsi spese, viaggi e trasferte, affitti, eccetera), così da proporzionarle al “volume di affari” del partito. A meno che non si pensi che ficcare il naso nei conti dei partiti – che, come noto, si reggono essenzialmente grazie risorse collettive – ed evitare che questi facciano scelte di bilancio sbagliate, equivalga a ledere il diritto costituzionalmente tutelato a svolgere attività politica, come taluno sta tentando di farci credere!

La legge al vaglio del Parlamento rafforza comunque, seppur lievemente, i meccanismi di trasparenza dei conti dei partiti. Perchè da un lato introduce l’obbligo di pubblicare i rendiconti on line sul sito dei partiti ed in una sezione del sito della Camera e dall’altro abbassa, da 50 mila a 5 mila euro, l’importo al di sopra del quale scatta il dovere di dichiarare la provenienza del contributo.

Sempre in tema di contributi, viene aumentato l’importo detraibile, dal 19 al 26 per cento, diminuendo nel contempo i limiti massimo e minimo di ciascun contributo detraibile, fissati tra 50 e 10.000 euro. Stride il fatto, come ha peraltro anche osservato la Commissione Affari Sociali della Camera, che, in termini di detraibilità, venga attribuita alle erogazioni liberali ai partiti una premialità addirittura superiore a quella prevista per chi dona alle Onlus.

Al di là di tale incomprensibile trattamento di favore, vi è però il sospetto che tale norma sia stata fatta su misura del Pd e Pdl, i cui parlamentari versano, come abbiamo appurato nel nostro viaggio nei bilanci dei partiti, grosso modo 10-12 mila euro all’anno. Sarebbe a questo punto bastato dimezzare la cifra lasciando una detrazione del 19% fino a 50mila euro/anno.

Circa le sanzioni da applicare nel caso di violazioni della normativa in discussione, le condotte illecite non sono sufficientemente specificate, con il rischio che la Commissione abbia eccessiva discrezionalità. Ma soprattutto, la scelta di utilizzare le disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative e di non dar vita ad una percorso parallelo che assicuri maggiore speditezza, equivale a produrre tale scontato risultato: laddove venissero riscontrate delle irregolarità da parte di un partito, potrebbero passare almeno 10 anni prima di vedere applicate le sanzioni e dunque restituite le risorse pubbliche illecitamente utilizzate.

Infine la legge voluta dal trio Alfano, Bersani, Casini dimentica di affrontare il tema degli ulteriori “aiutini”, indiretti, ai partiti. Si tratta di agevolazioni sulle spedizioni postali e sull’applicazione dell’Iva (4% in luogo del 21% per i comuni mortali) che pesano annualmente sul bilancio dello Stato per una cifra vicina a 100 milioni di euro. Tra colori i quali, in seno agli stessi Pdl, Pd e UdC, hanno manifestato perplessità sulle nuove regole, si nutre l’auspicio che la discussione al Senato possa essere proficua nell’ottica di migliorare il testo approvato alla Camera. Se questo non dovesse accadere, la palla passerà al Governo, al quale la nuova legge sui contributi alla politica, attribuisce due deleghe finalizzate all’adozione di un testo unico delle leggi concernenti il finanziamento dei partiti e all’armonizzazione del regime relativo alle detrazioni fiscali.