Landini: “Per la Fiom le multinazionali sono benvenute”

Landini: “Per la Fiom le multinazionali sono benvenute”

Allora Landini, tutto pronto? Come nasce l’iniziativa?
Semplicemente, questa iniziativa prende le mosse dal fatto che il lavoro e i diritti delle persone che lavorano sono stati fino ad oggi scarsamente rappresentati dalle forze politiche.
 
Il suo pare un j’accuse che attraversa indistintamente tutto il mondo della politica.
Certo. Facciamo i conti con provvedimenti legislativi che il Parlamento ha fatto prima con il governo di destra, ma anche adesso con il governo Monti sostenuto da forze ascrivibili al centro sinistra, e che stanno mettendo in discussione molti diritti e non rappresentano certo il modo giusto per affrontare i veri nodi e problemi del mondo del lavoro.
 
E quindi scende in campo la Fiom
E allora noi, come sindacato, proprio per difendere gli interessi delle persone che rappresentiamo e i cui diritti sono minacciati, vogliamo porre una serie di temi – dalla lotta al precariato, al riconoscimento della democrazia sindacale dentro le fabbriche, alla questione salariale, alla politica industriale – a tutte quelle forze che si vogliono candidare nei prossimi mesi alla guida del Paese. Sicuramente in alternativa a Berlusconi, ma anche per cambiare rotta rispetto alle politiche del governo Monti.
 
Pare profilarsi una Fiom sempre più attore politico, oltreché sindacale.
Guardi, vogliamo solo fare il nostro mestiere, che è quello di un sindacato autonomo, indipendente, che ha un punto di vista e che si vuole confrontare alla pari con le forze politiche, nonché con espressioni della società civile, che in questi anni di battaglie ne sono state parti ed hanno dialogato con la Fiom.
 
Nella sfida un po’ sindacale, ma molto politica, c’è dunque un giudizio di inadeguatezza dell’attuale centrosinistra?
Di sicuro c’è un presa d’atto del fatto che la politica non ha fatto un buon lavoro. Basti pensare alle leggi che ha fatto il governo Berlusconi – il famoso articolo 8 voluto dalla Fiat che permette a Marchionne di derogare dai contratti e dalle leggi – alla messa in discussione delle pensioni, alla possibile abolizione dell’articolo 18, al non superamento della precarietà o ad altre leggi varate negli ultimi mesi: mi pare che in tutto ciò non si sia proprio tenuto conto degli interessi di chi lavora. Tra l’altro non sono provvedimenti che stanno portando il nostro Paese fuori dalla crisi e dalla situazione grave di sempre più scarsa occupazione, in particolare tra i giovani.
 
Quindi?
Quindi siamo convinti che si sia bisogno di un cambiamento di rotta ed in più ci permettiamo di sottoporre all’attenzione delle forze politiche anche il fatto che oggi c’è una drammatica crisi della rappresentanza, perché facciamo i conti con un progressivo allontanamento delle persone dalla politica, a causa, ne sono convinto, del fatto che larghi strati della popolazione italiana non si sentono sufficientemente rappresentati.
 
C’è insomma da ricalibrare un’azione politica, in particolare a sinistra?
Decisamente. Vede, secondo noi uno dei temi è anche quello che in questi anni, mentre le ragioni  del mercato, della finanza, dell’impresa sono assurte a ragioni di Stato, gli interessi di chi lavora non sono stati presi in considerazione come interessi nazionali. Cosicché chi lavora, o meglio chi ha la fortuna di lavorare, viene usato per pagare le tasse, ma non viene utilizzato per rispondere a un’ idea diversa di Paese. In questo modo noi non intendiamo sostituirci alla politica, bensì spronarla a prendere a cuore di questi temi e soprattutto a dire in quale modo intende farsene carico.
 
E se le risposte dovessero essere insoddisfacenti o interlocutorie da parte di Bersani, Vendola e Di Pietro?
Il problema, dopo il nove, non sarà della Fiom, sarà della politica che dovrà chiarire, non solo al mondo del lavoro, cosa vuole fare e soprattutto se intende mettere in atto quel cambio di rotta che la Fiom da tempo chiede. Guardi, cosa si farà dopo il nove giugno, lo si deciderà dal dieci in poi. Io sono abituato a fare un passo alla volta. Mi auguro che il fatto di venire ad ascoltare oltreché a dire, sia anche motivato dalla volontà di recuperare un rapporto, una rappresentanza. Dopodiché non è mica compito della Fiom quello di fare dei partiti. Per me il problema rimane in capo alla forze politiche, che credo debbano fare i conti con una disaffezione crescente, se quasi il 50% degli elettori non si reca alle urne!
 
Quindi all’orizzonte nessuna discesa nell’arena politica della Fiom o di pezzi di essa?
Ripeto, cosa si farà dopo il dieci, lo vedremo in relazione all’esito dell’iniziativa del nove. Di sicuro la Fiom non starà comunque con le mani in mano, visto che abbiamo indetto una mobilitazione nazionale per il 13 e 14 giugno, tesa a manifestare, anche davanti alle sedi del ministero dell’Interno e del Parlamento, la contrarietà alle politiche messe in atto da questo governo, che sta tagliando diritti, per giunta in assenza di una politica industriale, capace almeno di fermare l’emorragia di posti di lavoro.
 
Ecco a proposito di politica industriale, lei da dove partirebbe?
Io credo innanzitutto che l’Italia ha davanti a sé un problema: un intero sistema industriale rischia di sparire. Le politiche di disinvestimento che sta attuando in particolare la Fiat mettono di fatto a rischio la produzione di auto in Italia e tutta la filiera ad essa legata.
 
Dunque cosa serve?
Serve un piano straordinario sulla mobilità e dunque su tutto il trasporto. Pensi che Finmeccanica, che è come noto in mano pubblica, vuole vendere – anzi per la verità svendere – tutte le attività civili, da Ansaldo Breda a Breda MenariniBus fino ad arrivare ad Ansaldo Energia, con il risultato che rimarrebbero in Italia solo le attività militari. Se pensiamo ai settori che hanno reso grande questo Paese, come quello degli elettrodomestici, quello delle telecomunicazione o quello della siderurgia, non c’è nemmeno una traccia di un piano straordinario nazionale di investimenti, che individui i settori su cui puntare. Senza considerare che una nuova frontiera, largamente inesplorata è quella delle sostenibilità ambientale, all’interno di un quadro che ridiscuta profondamente il modello sociale e di sviluppo.
 
Che però non dipende solo dall’Italia.
In questo c’è anche una dimensione europea da discutere, ci sono politiche europee da cambiare. Ma di tutto ciò trovo che oggi ci sia scarsa attenzione, per esser buoni e non usare termini più pesanti. Registro purtroppo che oggi il Parlamento sta discutendo di togliere l’articolo 18, di rendere più facili i licenziamenti, di mantenere la precarietà in entrata: mi sembra esattamente l’opposto di quello che ci sarebbe bisogno di fare anche per invertire la rotta del disinvestimento delle imprese italiane da settori strategici.
 
Incentivare a investire in taluni settori può significare anche favorire l’ingresso di attori stranieri?
Il problema è che le imprese italiane dovrebbero investire in Italia. La Fiat non sta investendo in Italia, se ne sta andando dall’Italia, sta chiudendo stabilimenti. Quindi se la Fiat vuole andarsene, il governo dovrebbe preoccuparsi anche di come favorire l’ingresso di investitori stranieri. Non è che il mercato vale solo per toglier diritti ai lavoratori. Se il mercato c’è, deve funzionare anche per fare in modo che ci siano investimenti sull’innovazione, sulla qualità, favorendo quelli che vogliono fare impresa sul serio e quelli che vogliono fare attività industriali.
 
Quindi nessuna barricata a difesa dell’italianità della nostra industria?
Noi non abbiamo nessuna obiezione rispetto al fatto che multinazionali o gruppi industriali esteri possano investire nel nostro Paese; nello stesso tempo non consideriamo accettabile che il governo non faccia nulla nei confronti della Fiat per farla investire in Italia: la Fiat sta abbandonando il nostro Paese nel silenzio generale. Vorrei far notare che proprio ieri è stato confermato che fino al 2014 non ci saranno nuovi modelli. Ciò significa un aumento certo della cassa integrazione ed il rischio di chiusura di altri stabilimenti.
 
Un’ultima cosa, Landini: corre voce che il nuovo giornale diretto da Luca Telese dovrebbe rappresentare la sponda mediatica della Fiom in chiave politica.
Guardi, in questa fase vedo una cosa che non avevo mai visto: ci sono tante persone che pensano di poter rappresentare la Fiom o usare il marchio della Fiom. La Fiom non si fa usare da nessuno, rappresenta i lavoratori ed è abituata, quando fa le cose, a dirle in modo chiaro e trasparente. Se poi i media si occupano maggiormente di lavoro e della condizione materiale dei lavoratori, noi non possiamo che essere contenti.