Le voci di chi all’Europa non crede neanche oggi

Le voci di chi all’Europa non crede neanche oggi

«Almeno è un passo in avanti, anche se piccolo, e non uno indietro». Così un funzionario della Commissione europea dice a proposito degli accordi emersi dal venticinquesimo vertice europeo dal crollo di Lehman Brothers. Dovevano arrivare risposte concrete sulle misure per uscire dalla crisi che sta falcidiando l’Eurozona, ma ne sono arrivate solo alcune, come il nuovo assetto di supervisione bancaria centralizzata. Le sfide non sono finite. Anzi. Come rimarca un’analisi di Citigroup, «non ci sono ancora le condizioni per una situazione stabilizzata».

La crisi non è ancora finita. E chi si attendeva un Consiglio europeo in grado di risolvere tutto con un colpo di spugna è stato deluso. «Queste sono solo misure temporanee, il vero problema è la sostenibilità dell’eurozona nel lungo periodo», hanno commentato poche ore fa gli analisti di Deutsche Bank. In particolare le questioni irrisolte sono quattro. La prima, forse la più importante, riguarda le condizioni per l’accesso ai fondi European financial stability facility (Efsf) e dello European stability mechanism (Esm). Il presidente del Consiglio Monti ha rimarcato che i Paesi che chiederanno l’appoggio dei due fondi non saranno trattati come Grecia, Irlanda e Portogallo. «Se osservano tutte le condizioni non dovranno sottoporsi ad uno specifico programma: dovranno firmare un memorandum of understanding ma non avranno la troika», ha detto Monti. Parole confermate dal cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha invece rimarcato come «ci saranno condizioni stringenti». Visione, quest’ultima, reiterata anche dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi e supportata da Olanda, Belgio e Finlandia. 

L’altro nodo da sciogliere sono i conferimenti al fondo Esm. Il commissario Ue alla Concorrenza, Joaquín Almunia, ha spiegato che lo European stability mechanism sarà in grado di erogare i fondi dal primo gennaio 2013. Quando cioè saranno versati tutte le risorse, che porteranno la potenza di fuoco a 500 miliardi di euro, dietro a un capitale iniziale erogato di circa 80 miliardi. L’Italia dovrà versare 25,897 miliardi di euro, la terza quota a livello comunitario dopo i 39,244 miliardi a carico della Germania e i 29,471 miliardi sulle spalle della Francia. L’obiettivo è quello di utilizzare poi la leva finanziaria per portare i conferimenti italiani fino a 125 miliardi di euro, nel caso ce ne fosse bisogno.

Infine, crescita e unione bancaria rimangono ancora due punti oscuri. Il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha spiegato che il Patto per la crescita (Growth pact) avrà una dotazione fino a circa 120 miliardi di euro. Di questi, 55 arriveranno dai fondi europei, 60 dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) e 5 miliardi dai Project bond. Ma affinché ci sia un aumento di capitale della Bei, capace di spingere sugli investimenti, occorre che ci sia una votazione unanime di tutti gli afferenti. Regno Unito compreso, quindi, anche se Londra ha ribadito che non ha intenzione di partecipare a questa operazione.

La ricerca della stabilità è ancora in corso. Se è vero che si è fatto un significativo passo avanti con la supervisione centralizzata delle banche europee, è altrettanto vero che mancano ancora i paletti per l’unione bancaria. Sul primo punto il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha detto che il suo istituto ha proposto che sia la Bce a svolgere il ruolo di vigilante. Sul secondo versante è stato il presidente francese François Hollande a sottolineare che «prima della fine dell’anno non ci sarà l’unione bancaria». Parole che non hanno fatto piacere agli investitori, che invece si attendevano su tutte due misure: l’assetto bancario comunitario e il pieno accesso diretto agli aiuti per gli istituti di credito tramite il fondo Esm.

A calmierare gli entusiasmi ci ha pensato Citigroup. «Per l’Italia il cammino non è esente da ostacoli e riteniamo ancora che potrà richiedere un aiuto finanziario nei prossimi mesi», hanno spiegato gli analisti della banca americana. Un sollievo potrà arrivare dai nuovi meccanismi di sostegno, anche se le condizioni a cui sono sottoposte le richieste di aiuto possono «peggiorare le situazione negli umori degli investitori, portandoli a percepire un pericolo simile a quello dei Paesi sotto vigilanza della troika», spiega Citi. Il tutto, in una congiuntura negativa.

Il clima macroeconomico è in deterioramento. Come ha ricordato Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, «a parte i Btp, che si muoveranno tenendo conto delle decisioni del vertice, azioni, bond e valute dovranno rimettersi a fare i conti con un’economia che ormai sappiamo essersi fermata in aprile, ripresa in maggio e di nuovo fermata in giugno». E i movimenti sui Btp decennali si sono già verificati. In ripresa in apertura di seduta fino a un rendimento del 5,77%, sono presto tornati a superare quota 6% dopo due ore, salvo poi calare ancora. «Colpa di volumi troppo piccoli, che aumentano la volatilità. Di certo il vertice ha influito poco», ha detto a Linkiesta un analista della divisione Fixed Income di Credit Suisse. Nel caso ci dovesse essere un’ulteriore tensione nei prossimi mesi, l’attivazione dello European stability mechanism potrebbe avvenire su una base levereggiata. Secondo Fugnoli «l’Esm, ad esempio, potrebbe mettere qualche decina di miliardi come equity di un fondo per l’acquisto di titoli italiani e potrebbe chiedere alla Bce, su questa base, una somma molto maggiore». Così facendo si potrebbe evitare di ricorrere al solito programma di acquisto titoli sul mercato secondario della Bce, il Securities markets programme (Smp), in sonno da circa quindici settimane.

Ora arriva il momento più difficile. Le tensioni nella zona euro non sono ancora ultimate. Come ha spiegato Hugo Dixon, direttore di Breakinviews, «non esiste una cura miracolosa». Una prima mano per il sistema bancario, che secondo la banca giapponese Nomura, rischia un congelamento come quello sperimentato lo scorso anno fra luglio e dicembre, potrà arrivare dall’Eurotower. Il consensus delle banche d’investimento vede un taglio dei tassi d’interesse già nella prossima riunione del consiglio direttivo, prevista per il prossimo 5 luglio. Se Citi vede un taglio di 25 punti base, Goldman Sachs e Société Générale lo vedono di 50 punti base. Citigroup tuttavia ipotizza che possa arrivare un terzo round di Long-term refinancing operation (operazione di rifinanziamento a lungo termine, o Ltro) da parte della Bce, dopo le due di dicembre e febbraio, capaci di immettere nel sistema circa 1.000 miliardi di euro. Altro ossigeno in attesa delle decisioni concrete sul futuro dell’eurozona. Con la speranza che nel frattempo l’Italia non chieda l’accesso ai fondi Efsf o Esm.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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