L’ultima frontiera: Atene declassata a Paese emergente

L’ultima frontiera: Atene declassata a Paese emergente

La Grecia potrebbe diventare un Paese emergente. «Non ci sono più le condizioni strutturali per la classificazione di Mercato sviluppato». A dirlo è Msci (Morgan Stanley Capital International), società finanziaria che si occupa dal 1969 di classificare i mercati in base al loro grado di sviluppo. Nella consueta revisione annuale degli indici, Msci non ha potuto far altro che verificare il limbo in cui si trova la Grecia. È quindi possibile che dal 2013 Atene sia da considerarsi un Emerging market, al pari di Egitto, Colombia, Cina e India. In questo quadro, le possibilità che possa esserci una secessione della Grecia dall’eurozona aumentano sempre di più. A tal punto che Msci potrebbe lanciare una consultazione pubblica a riguardo.

La decisione di Msci non deve stupire. Come si spiega nella nota, l’indice Msci Greece Index non soddisfa più i requisiti, di capitalizzazione e di sviluppo, che gli permettono di stare nella prima fascia, quella in cui è presente anche l’Italia. Naturale quindi il declassamento a Emerging market, come attualmente è classificata la Corea del Sud, che però è in revisione per passare nella fascia dei Developed market. Oltre alla sempre più ridotta capitalizzazione della Borsa di Atene, il cui indice principale è il Athens Stock Exchange General Index (Ase), Msci è preoccupata dalle condizioni in cui si muovono gli operatori finanziari. Proibizioni come le transazioni off-exchange o divieti come quello ancora valido sullo short-selling su alcuni titoli, spiega Msci, rendono il mercato azionario ellenico un caso più unico che raro nel panorama dei Developed market. E se da un lato gli investimenti di certi tipi di fondi potrebbero essere agevolati dal nuovo status della Grecia, dall’altro si entrerebbe in uno scenario imprevedibile.

L’aspetto più interessante è infatti un altro. Msci ha spiegato che potrebbe essere lanciata una consultazione pubblica per verificare se gli operatori dei mercati finanziari ritengono che esistono ancora le condizioni per definire la Grecia come Developed market. Per fare questo, ha messo a disposizione un vademecum sui possibili scenari. E sono solo due le possibilità che Msci utilizza, sebbene rimarchi che siano «puramente ipotetiche» e da utilizzare solo come caso di studio. Da un lato una uscita ordinata della Grecia dalla zona euro, coincidente con l’introduzione di una nuova valuta. Dall’altro un’uscita disordinata, derivante dalla nascita de facto di un nuovo sistema di pagamento. «Non devono essere intesi come una previsione», spiegano gli analisti. Tuttavia, i precedenti presi a esempio sono diversi. Nel primo caso, quello di una secessione ordinata, cioè di comune accordo con l’Unione europea, Msci indica che si potrebbe seguire la via della Turchia, quando fece nascere la Nuova Lira turca nel 2005, diventata poi semplicemente Lira turca nel 2009. L’introduzione di una nuova valuta vedrebbe la ridenominazione di tutti i programmi informatici della Borsa di Atene e di tutti i contratti esistenti. In questo caso, Msci muterebbe la classificazione della Grecia una volta che ci sia la conferma dell’uscita da parte delle autorità elleniche. Ma se questo non succedesse, le tempistiche sarebbero molto più lunghe. «Con una secessione disordinata, non si possono fare previsioni», spiega Msci. Il rischio, in questo caso, sarebbe la paralisi del mercato azionario, come accaduto nel Pakistan nel 2008. «In questo caso, gli indici relativi alla Grecia potrebbero essere esclusi dal panel Msci Europe Index», fa notare la società. Un’ipotesi che bloccherebbe il Paese per diversi anni.

Le prospettive per Atene non sono positive. Con la formazione del governo di Antonis Samaras, leader del partito conservatore Nea Dimokratia, si è riaperto il dossier degli aiuti internazionali. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha dichiarato che «la troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, Commissione Ue, ndr) tornerà ad Atene nei prossimi giorni». L’obiettivo è quello di discutere con l’esecutivo le condizioni dei prestiti del secondo piano di salvataggio, arrivato dopo la ristrutturazione del debito in mano ai creditori privati, effettuato nello scorso marzo. La coalizione di governo ha già spiegato di voler negoziare una procrastinazione di due anni dei rimborsi dei prestiti. Opzione già scartata dal ministro finlandese delle Finanze Jutta Urpilainen, che ha escluso che possano esserci rinegoziazioni. «La Grecia ha sottoscritto degli impegni e questi non possono cambiare ogni anno. Non ci sono margini per alcun tipo di revisione», ha detto la Urpilainen. Dello stesso avviso è stato il ministro olandese delle Finanze, Jan Kees de Jager, che dall’Eurogruppo in Lussemburgo ha sottolineato che «non ci saranno sconti per Atene».  

L’avventura del governo Samaras non inizia nel migliore dei modi. E c’è già chi vede più probabile un’uscita di Atene dall’eurozona adesso, rispetto al primo trimestre dell’anno. A dirlo è la banca anglo-asiatica Hsbc: «Le possibilità che la Grecia possa effettuare una secessione sono più elevate. Il rischio è aumentato perché le trattative fra troika e governo possono rallentare il processo di consolidamento fiscale ed esaurire le risorse del Tesoro ellenico». In altre parole, possono finire entro la metà di luglio i soldi nelle casse dello Stato, stimati in 2,3 miliardi di euro. Ed è proprio ciò che si sta cercando di evitare.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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