“Piazze in rivolta, economie distrutte”: è l’uscita dall’euro

“Piazze in rivolta, economie distrutte”: è l’uscita dall’euro

Il collasso dell’euro ha costi incalcolabili. L’Europa sarà divisa su qualsiasi argomento, ma su uno è d’accordo: le conseguenze della disgregazione dell’eurozona sono imprevedibili. La prima volta che si è parlato di questo rischio era circa un anno e mezzo fa, quando nelle sale operative delle banche cominciavano a emergere i dettagli dei primi piani di contingenza in caso di collasso della moneta unica. Tuttavia, ancora oggi non ci sono cifre chiare. L’unica certezza è che nessuna nazione, nemmeno la Germania, sarebbe pronta a un evento del genere. «L’Europa non può pensare di gestire la situazione da sola. L’Europa non è Lehman Brothers», ha scritto venerdì scorso il fondo hedge Brevan Howard. L’Europa, infatti, è molto peggio.

Il Consiglio europeo considerato cruciale per la sopravvivenza della moneta unica si sta avvicinando ed emergono i dettagli di quello che dovrebbe essere, nel medio termine, il futuro dell’eurozona. Il piano presentato ieri non convince gli investitori. Herman Van Rompuy (Consiglio europeo), Mario Draghi (Banca centrale europea), José Manuel Barroso (Commissione europea) e Jean-Claude Juncker (Eurogruppo) hanno tracciato la mappa di cosa potrebbe essere l’eurozona nel futuro. «Il problema è che non è detto che si arrivi a questo, dato che forse non c’è abbastanza tempo», hanno subito commentato gli analisti di Deutsche Bank, seguiti a quota con dichiarazioni dello stesso tenore da Royal Bank of Scotland, Société Générale e Nordea. In pochi credono che si possa risolvere questa crisi con strumenti simili a eurobond, con un’unione bancaria e con l’intenzione a una politica fiscale comune.

Il tempo è quello che manca. «Quando la signora Lagarde (direttore generale del Fondo monetario internazionale, ndr) ha detto che l’Europa ha tre mesi per sopravvivere ha ragione», spiega a Linkiesta un funzionario della Commissione europea. «Nemmeno correndo si potrebbero superare le divisioni politiche che ci sono fra i popoli che compongono l’Ue», continua. L’unione bancaria, a cui farebbe il paio un fondo comunitario a garanzia dei depositi, può essere un modo per prendere tempo, ma prima che si arrivi a quel punto bisogna che tutti gli Stati membri siano d’accordo. «Difficilmente la Germania la farà passare, specie perché poi il cancelliere Angela Merkel dovrà spiegarlo ai suoi elettori che la giudicheranno nel 2013», sottolinea il funzionario. E infatti oggi la Merkel ha ribadito che non vorrà lasciare spazio a condivisioni totali delle perdite nell’eurozona. Un secco no agli eurobond, una velata apertura allo European redemption fund (Erf), per la ristrutturazione dei debiti che eccedono il 60% del Pil.

La paura che le occasioni a disposizione siano finito è tanta. Specie perché nessuno può immaginare cosa sarebbe dopo. I costi di un possibile collasso della moneta unica sono stati calcolati da Ubs nello scorso settembre. I tre economisti Paul Donovan, Stephane Deo e Larry Hatheway hanno tracciato una mappa di quanto potrebbero pagare uno Stato forte come la Germania e uno Stato debole come la Grecia in caso di uscita dall’euro. Nel primo caso, se quindi Berlino tornasse al marco, il primo anno ci sarebbe una perdita netta compresa fra i 6.000 e gli 8.000 euro procapite. Poi, negli anni successivi (la ricerca vede un orizzonte temporale di sei anni), la perdita sarebbe fra i 3.500 e i 4.500 euro procapite per ogni singolo anno. «Il Pil tedesco potrebbe contrarsi del 20, forse 25 per cento», spiegavano gli analisti. E il contesto nel quale agirebbe la Germania sarebbe devastante: svalutazione della nuova valuta, collasso bancario, depressione del commercio con i Paesi limitrofi e possibili disordini sociali. Maggiori sarebbero invece le perdite per una nazione debole come la Grecia. Per il solo primo anno le perdite sarebbero comprese fra 9.500 e 11.000 euro procapite, per poi restare fra i 3.000 e i 4.000 euro l’anno negli anni successivi. Il tutto senza contare «il rischio di un conflitto sociale, che crescerebbe esponenzialmente».

Una stima sull’impatto che il break-up dell’euro avrebbe sull’economia europea ha provato a farlo anche Boston consulting group (Bcg). «Per uscire dalla crisi occorrerà spendere circa 5.100 miliardi di dollari (circa 4.089 miliardi di euro, ndr)», scrivevano in marzo i tre analisti Daniel Stelter, Marc-Olivier Lücke e Dirk Schilder. Imprese finanziarie, imprese non finanziarie, operatori nei servizi: non ci sarebbe settore produttivo immune allo scenario peggiore possibile. Ma, come hanno spiegato Stelter, Lücke e Schilder «non ci sono nemmeno soluzioni prive di sofferenza». Nessun eurobond in vista per Bcg, ma un lento e irrefrenabile declino dell’eurozona, supportato dalle misure di liquidità, sempre meno temporanee, della Banca centrale europea, come sta già avvenendo.

Il collasso sarebbe meno oneroso, invece, per il Centre for Economics and Business Research. Secondo il centro di ricerca potrebbe esserci un costo «fino a 1.000 miliardi di dollari (800 miliardi di euro, ndr)». Anche in questo caso, non è possibile calcolare gli effetti sociali di un tal evento. Tuttavia, spiega il Cebr, l’uscita di un Paese dalla zona euro potrebbe dare il via a una serie di «disagi sociali mai sperimentati». Niente a che fare con gli scontri di piazza visti negli ultimi due anni e mezzo in Grecia, quindi. «La tensione fra classi sociali potrebbe essere spinta all’inverosimile, con il concreto rischio di conflitti interni», spiegano gli analisti.

La verità è che nessuno sa quantificare cosa comporterebbe una secessione dall’eurozona o un intero collasso dell’Unione economica e monetaria. «Sono calcoli che non si possono fare, le conseguenze potrebbero essere quelle di una guerra mondiale», ha spiegato uno studio di Lombard Street Research. Ed è vero. Gli effetti infatti possono essere devastanti anche per i Paesi fuori dall’eurozona. Secondo Oxfam le nazioni più povere del mondo potrebbero subire perdite per circa 30 miliardi di dollari (24 miliardi di euro, ndr) nel caso si arrivasse a una disgregazione dell’euro. Il collasso del commercio fra eurozona e Paesi del Nord Africa, per esempio, potrebbe peggiorare la già precaria situazione politica dell’area, come ha spiegato un’analisi di Bnp Paribas. «Non ci sono parametri per valutare questo scenario, che sarebbe comunque devastante», ha sottolineato la banca francese.

Ancora più difficile sarebbe invece la situazione per l’universo finanziario. Da mesi due fra i maggiori operatori stanno compiendo test su cosa accadrebbe nel caso i vari piani per salvare l’eurozona non funzionassero. Il principale interdealer broker mondiale, Icap, sta testando i cross euro/dracma mentre Cls, la più grande clearing house globale del mercato valutario, sta analizzando l’impatto per le transazioni finanziarie. Gli esiti non sono ancora stati resi noti ma, come spiegano fonti bancarie, dovrebbero essere pronti entro settembre. Forse, solo in quel caso si potrebbe sapere se e quanto costerebbe la fine dell’euro per i mercati dopo il crollo di Lehman Brothers, la quarta banca americana saltata nel settembre 2008.

Uscire dall’euro non conviene. Come ha ricordato anche Willem Buiter, capo economista di Citigroup, «nessuno avrebbe dei vantaggi politici, economici o sociali dalla secessione dalla moneta unica nel breve termine». Troppa l’esposizione alle fluttuazioni valutarie, troppo grande l’impatto sul commercio, troppo elevato il rischio d’inflazione, incalcolabili i risvolti interni. Eppure, per ora, la direzione presa sembra essere proprio quella dello scenario più drammatico, anche se non è quello più vantaggioso.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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