Rischio licenziamenti e crisi d’identità, la brutta estate di Alpitour

Rischio licenziamenti e crisi d’identità, la brutta estate di Alpitour

L’addio della famiglia Agnelli. Una nuova proprietà che ancora non ha scoperto le carte. L’uscita di scena di alcuni manager storici e la conferma della chiusura della sede cuneese, dove il gruppo è nato, 65 anni fa. Alpitour, primo tour operator italiano, un fatturato da oltre un miliardo di euro, 3.500 dipendenti sparsi in tutto il mondo, pare oggi navigare a vista, con il pericolo, in un mercato non certo immune dalla crisi, di pagare a caro prezzo il suo immobilismo.

Per chi non la conoscesse, vale la pena ripercorrere brevemente la storia del colosso italiano dei viaggi organizzati, nato dalla geniale intuizione della famiglia Isoardi. Nel 1947 il signor Lorenzo fonda una piccola agenzia, dal nome Alpi, specializzata nella vendita di biglietti per il santuario di Lourdes. Un successo. Poi arrivano gli anni Sessanta e il boom economico. Nasce la formula del “tutto compreso” e sul finire degli anni Ottanta la piccola agenzia, nel frattempo ribattezzata Alpitour, diventa leader nel turismo italiano. Sono gli anni del fortunato slogan «No Alpitour? Ahiaiai!».

L’azienda è ancora piccola ma proiettata verso l’esterno. Poi, a partire dal ’92, fanno il loro ingresso gli Agnelli, attraverso la holding Ifil, oggi Exor, e cambia tutto. Nel 2001 la finanziaria torinese giunge a controllare l’intero pacchetto azionario, acquista Francorosso e altri marchi e Alpitour diventa una multinazionale, con diversi uffici in Italia e all’estero.

La svolta, nell’aria per la verità da tempo, arriva nell’autunno del 2011, quando la famiglia Agnelli annuncia la decisione di mettere in vendita le proprie azioni. E l’allora amministratore delegato e presidente Daniel Winteler fa sapere che entro un anno chiuderà i battenti la storica sede di Cuneo e tutti i 300 dipendenti saranno trasferiti in un nuovo ufficio torinese, preso in affitto da Intesa Sanpaolo, dove confluiranno gli altri 300 impiegati che già lavorano sotto la Mole, nella sede del Lingotto.

Un’operazione che, nelle dichiarazioni della proprietà, dovrebbe aprire «una fase di ulteriore sviluppo» per l’azienda, ma che sembra invece rispondere a una logica di snellimento per presentarsi più appetibile sul mercato. A dicembre l’accordo per la cessione è cosa fatta: Alpitour finisce in mano a due fondi sovrani (Wise SGR SpA e J. Hirsch & Co.) che fanno capo a una newco controllata al 100% da Seagull Spa, da cui Exor rileva in un secondo momento il 10% e nel cui capitale figura pure uno scienziato-imprenditore torinese attivo nel settore della componentistica, Rubin Levi. Alla finanziaria di casa Agnelli la transazione frutta 225 milioni, che le consentono di rifarsi dell’aumento di capitale da 70 milioni versato alla Juventus, altra società sotto il suo controllo (con perdite per circa 90 milioni).

L’operazione si conclude solo ad aprile e dopo diversi mesi di stand-by viene nominato un nuovo amministratore delegato: Gabriele Burgio, ex presidente del gruppo spagnolo Nh Hoteles, con una grande esperienza, è facile immaginare, nel settore alberghiero, scarsa in quello dei viaggi. Il nuovo manager deve innanzitutto affrontare il capitolo occupazione.

Di fronte alla richiesta di dipendenti, sindacati e istituzioni locali di non chiudere la sede cuneese, evitando il «licenziamento mascherato» dei tanti part time e delle madri di famiglia che difficilmente potrebbero sostenere il trasferimento a Torino (circa 100 chilometri separano le due città) prende tempo. Spiega di voler «analizzare nel dettaglio il progetto di chiusura», ma dopo tre incontri al ministero per lo Sviluppo economico e alla vigilia del quarto, fissato il 26 giugno prossimo, spiazza tutti. In una lettera ai dipendenti, pubblicata dal quotidiano La Stampa annuncia che la decisione è presa: «Avere la nuova sede di Via Lugaro (a Torino, ndr) – scrive – è un passo fondamentale per fronteggiare la difficile situazione di mercato e continuare a crescere».

Inutile dire che vista dall’interno la mossa ha tutto un altro sapore. Nessun licenziamento, ma si punta sulle dimissioni volontarie e intanto si riducono i costi. Una bella cura dimagrante d’altra parte, racconta Salvatore Bove della Uil Tucs (sindacato che dal 2006 non è più rappresentato in azienda) fu attuata già tra il 2001 e il 2006, quando i dipendenti della sede storica passarono da 600 a 300 e un’ottantina tra quadri e impiegati furono trasferiti a Torino. Non tutti accettarono e lo stesso, con ogni probabilità, succederà oggi. Anzi sta già succedendo. In 15, per ora, hanno firmato la lettera di dimissioni.

Non solo. Un mini esodo sta coinvolgendo anche il fronte manageriale. La rivista di settore TTG Italia riferisce l’uscita di scena, silenziosa ma significativa, di due dirigenti di lungo corso del gruppo: il direttore vendite Massimo Broccoli, approdato alla concorrente Veratour e il presidente della divisione Hotel Mauro Piccini. La notizia, in azienda, non è per nulla passata inosservata.
Come tutti gli operatori del settore, poi, Alpitour deve fare i conti con un mercato in difficoltà. L’ultimo esercizio finanziario, relativo al 2010-2011, ha chiuso con un fatturato in calo del 3,5% (a quota 1.142 milioni rispetto ai 1.183 del 2010) e utili in crescita (da 12,4 a 18,3 milioni).

Non è andata così male, se si pensa che sul 2011 ha pesato il crollo verticale dei viaggi in Nord Africa, tradizionale cassaforte per i tour operator italiani, ma i conti del 2012, dicono fonti interne all’azienda, riserveranno brutte sorprese, con cali in alcuni segmenti a doppia cifra.  I lavoratori, intanto, temono, non senza fondamento, che per rispondere a queste sfide l’azienda faccia ricorso a una nuova cura dimagrante.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta