Squinzi: «Addio calcio: vale la politica, non il merito»

Squinzi: «Addio calcio: vale la politica, non il merito»

Uno dei suoi motti è stato per lungo tempo palla lunga e pedalare. Non ne ha mai fatto mistero Giorgio Squinzi, numero uno degli industriali: il calcio e il ciclismo sono le sue grandi passioni. Milanista doc, ciclista praticante. In verità per un decennio, agli inizi degli Anni Novanta e fino al duemila due, il team Mapei è stata anche la formazione più vincente e invidiata al mondo. Poi lo scandalo doping (Garzelli trovato positivo al Giro nel 2002, ndr) e la sensazione di impotenza ha indotto il dottore ad alzare bandiera bianca. Adesso la storia si ripete, nel mondo del calcio, con il suo Sassuolo. Insomma, il presidente di Confidustria è pronto a gettare la palla in tribuna e a contropedalare, in attesa magari di virare verso la pallacanestro (Reggio Emilia). Stanco dell’impegno calcistico con il club sassuolese che da anni staziona nei piani alti della serie B, il presidente Squinzi non ha digerito l’ennesima amarezza per la mancata promozione in serie A, mancata proprio sul filo di lana (play-off).

«Non c’è più spazio per Mapei nel mondo del calcio – ci dice il numero uno degli industriali –. In questi anni abbiamo subito troppi torti e con quelli di questa stagione posso dire che la misura è colma. La partita con la Sampdoria è stato solo l’ultimo di tanti troppi torti arbitrali: quest’anno ci hanno tolto almeno dieci punti. Ne prendo atto e sono pronto a togliere il disturbo. La mia amarezza si traduce in pratica nella decisone di non fare più investimenti sul calcio, tanto ho capito che ci sono logiche superiori dalle quali non si può prescindere».

Cosa intende per non investiremo più sul calcio?
«Ridurremo drasticamente l’investimento in attesa di trovare una via di uscita».

Una squadra come il Sassuolo, quanto costa?
«È un investimento sostanzioso, come quello di una squadra top nel mondo del ciclismo».

Quindici/venti milioni di euro?
«Più o meno si».

Parla di taglio drastico: è quantificabile?
«Adesso non lo sappiamo ancora. Dipende da quanto riusciremo a realizzare con la razionalizzazione del parco giocatori. Sarà sicuramente un taglio deciso nell’ordine del 60/70 per cento. Non rinnoveremo i contratti in scadenza più onerosi e venderemo i pezzi pregiati della squadra. Questo è il primo passo verso l’abbandono: l’entusiasmo è passato. Anche perché è difficile rimanere in un ambiente nel quale è chiaro che fare risultati basandosi solo sul puro merito sportivo non è una priorità».

Cosa intende?
«Che essere forti e competitivi non è per niente una garanzia di successo, occorre avere un peso geo-politico. Il bacino di tifosi ha un peso importante. È la piazza che fa la differenza e quella di Sassuolo per il mondo del calcio è poco appetibile».

Lei se lo immaginava?
«Entro certi limiti sì, che si arrivasse a questi eccessi no».

Quindi la sua passione calcistica sarà solo rossonera?
«Questa resterà più che mai intaccata, soprattutto da quando il presidente Berlusconi ha deciso di non vendere due gioielli come Thiago Silva e Ibra».

Quanto è felice dello scudetto della Juventus che quest’anno è stata seguita, per la preparazione, anche dal Centro Mapei Sport di Castellanza?
«Da tifoso milanista molto molto poco: non mi chieda l’impossibile. Sono però orgoglioso e fiero per la collaborazione che il centro Mapei Sport ha avuto con gli amici della Juventus».

La smobilitazione in campo calcistico porterà a breve ad un ritorno di Mapei nel mondo del ciclismo?
«No, il momento è molto difficile sul piano economico. Tutte le aziende si devono concentrare sulla loro vita, sulla loro capacità di rimanere competitive, c’è sempre meno spazio per investire sullo sport».

Quale sarà il prossimo passo?
«Se trovo un acquirente, vendo».

Presidente, anche il calcio è «una vera boiata»?
«Il calcio è uno sport bellissimo, nel quale, purtroppo, si fanno troppe boiate. Per questo tolgo il disturbo». 

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