Va’ pensieroTeofilo Stevenson, il pugile che disse no ai soldi per amore di Cuba

Teofilo Stevenson, il pugile che disse no ai soldi per amore di Cuba

Un infarto ha messo per sempre al tappeto Teofilo Stevenson Lawrence, un grande del pugilato, morto a 60 anni la notte scorsa a L’Avana. Aveva un nome bellissimo, che sembrava preso a prestito dal mondo delle fiabe. Inoltre era forte, alto, elegante e bello. Per i cubani era una leggenda vivente, un eroe nazionale, da sempre fedele agli ideali della rivoluzione castrista. Qualche gradino sotto Fidel, naturalmente, ma certo al di sopra di un altro grande campione dello sport, il mezzofondista Alberto Juantorena.

Stevenson è stato, dopo Cassius Clay, il pugile più forte e ricco di talento mai apparso in un torneo olimpico. Clay stupì il mondo a Roma nel 1960 e poi cominciò la sua straordinaria carriera tra i professionisti dove, per tutti, divenne Muhammad Ali. La stella di Stevenson, invece, cominciò a brillare a Monaco nel 1972 e rimase a splendere nel firmamento della boxe olimpica fino al 1980. Vinse consecutivamente tre ori olimpici nella categoria dei pesi massimi. Insieme all’ungherese Papp e al suo connazionale Savòn è l’unico pugile vincitore di tre titoli olimpici. Stevenson Fu incoronato tre volte anche campione del mondo: a L’Avana nel 1974, a Belgrado nel 1978 e a Reno nel 1986.

Restò sempre un dilettante e rifiutò l’offerta di passare tra i professionisti. Personaggi come Don King e come Angelo Dundee, il manager di Ali, stravedevano per lui. Un match fra Stevenson e Ali era nei sogni di tutti. Arrivarono a offrirgli fino a 2 milioni di dollari per passare al professionismo, ma Teofilo Stevenson disse sempre di no. Entrò per sempre nel cuore dei cubani quando, di fronte all’ennesima offerta milionaria, rispose: “Prefiero el cariño de ocho miliones de cubanos y no cambiaria un pedazo de la tierra de Cuba por todo el dinero que me puedan ofrecer” (Preferisco l’affetto di 8 milioni di cubani e non scambierò un pezzo della terra di Cuba per tutto il denaro che possono offrirmi).

Teofilo Stevenson era nato il 29 marzo 1952 nella provincia di Las Tunas. Cominciò a tirare i primi pugni a 9 anni, di nascosto dalla madre ma incoraggiato dal padre. Si presentò sulla ribalta internazionale ai Giochi Panamericani del 1971, ma il mondo scoprì Teofilo Stevenson alle Olimpiadi di Monaco del 1972. La sua cavalcata verso la medaglia d’oro fu impressionante. Gli bastò un round per disfarsi del polacco Ludwik Dendeyrs. Quindi affrontò lo statunitense Duane Bobick, dal quale era stato sconfitto l’anno precedente alle semifinali dei giochi panamericani. “So che è alto e forte, ma ha il destro debole”, disse l’americano, ignorando che negli ultimi dodici mesi Stevenson aveva lavorato proprio per potenziare il destro. Bobick fu dichiarato k.o. al terzo round. Il destro implacabile di Stevenson fu fatale anche per il tedesco Hussing, demolito in semifinale dopo 4 minuti e 3 secondi. “Non sono mai stato colpito così duro in 212 combattimenti, quando vedi partire il suo destro vuol dire che lo hai già contro il mento”, dichiarò Hussing. Stevenson vinse l’oro senza neppure disputare la finale, perché lo sfidante, il rumeno Ion Alexe, si fratturò il pollice durante la semifinale.

Nei quattro anni che separarono i Giochi di Monaco dalle Olimpiadi di Montreal, Stevenson perse solo due incontri. Il suo avversario più temibile era il sovietico Igor Vysotsky che lo mandò al tappeto appena tre mesi prima del torneo olimpico. Ma una ferita all’occhio mise fuori gioco Vysotsky e così a Montreal Stevenson si trovò la strada spianata verso la finale. Il campione cubano arrivò a disputarla dopo aver combattuto soltanto 7 minuti e 22 secondi (tanto gli bastò per sbarazzarsi dei suoi avversari). Nel match decisivo per l’oro il rumeno Mircea Simion si tenne a distanza nei primi due round con una tattica passiva ai limiti della squalifica. Finalmente, dopo 2 minuti e 35 secondi di schermaglie, nel terzo round Stevenson riuscì a colpire il rumeno e subito, dall’angolo, i secondi gettarono la spugna per evitare un massacro.

Quattro anni dopo, a Mosca, Stevenson conquistò il terzo oro, ma questa volta senza demolire tutti gli avversari. In semifinale l’ungherese Istvàn Levai fu sconfitto ai punti e così passò alla storia per essere il primo pugile a reggere un match con Stevenson fino alla fine. Anche la finale si decise ai punti e Stevenson la vinse per 4 a 1 contro il sovietico Pyotr Zaiev. Probabilmente avrebbe vinto un quarto oro nel 1984 a Los Angeles, ma il boicottaggio da parte dei Paesi comunisti gli impedì di partecipare.

Stevenson appese i guantoni al chiodo nel 1988, dopo aver vinto 302 dei 321 combattimenti disputati durante la sua carriera. In seguito è stato dirigente della federazione cubana di pugilato. Il quotidiano del partito comunista cubano, Gramma, lo celebra come “esempio di patriottismo, dignità e attaccamento al suo popolo”. Un editoriale dello stesso giornale lo saluta con il titolo “Hasta siempre, campeòn”. Verrà seppellito già oggi nel cimitero di Colòn.