Tosi si prende il Veneto, la Lega del Senatùr è morta?

Tosi si prende il Veneto, la Lega del Senatùr è morta?

Dopo la vittoria di Matteo Salvini in Lombardia, è toccato a Flavio Tosi oggi vincere in Veneto contro Massimo Bitonci. Hanno votato 415 delegati accreditati su 417. Il sindaco di Verona vince 216 a 178, 57% a 43%. Percentuali minori rispetto a quelle lombarde, ma che comunque segnano la vittoria di Roberto Maroni e della nuova Lega 2.0. Ora bisognerà aspettare il congresso federale del 30 giugno, con il timore dei maroniani che Umberto Bossi oggi in visita dal Papa possa farsi una sua Lega per salvare la famiglia. Di seguito la prefazione del libro di Cristina Giudici “Padania Perduta”.

Padania perduta, che ne sarà della Lega dopo Bossi?

*estratto dal libro di Cristina Giudici (Marsilio, 167 pp., 10 euro)

Andrà a finire così (forse). Che la Lega Nord, orfana del Senatùr, per oltre vent’anni chiamato il Capo da tutti i leghisti, leader indiscusso e indiscutibile – quasi fosse un assioma più che una persona -, ora deve trasformarsi per non disperdere il proprio patrimonio politico. Logorata dalla malattia del Capo, dalle guerre intestine, dalle pressioni familiari di Bossi, che hanno trasformato il movimento padano in un partito a conduzione domestica. Dove valeva di più ciò che si diceva nel tinello della villetta di Gemonio (e si sussurrava nell’orecchio di Bossi) che ciò che si decideva in via Bellerio. Indifferente alla rabbia dei militanti che avevano mal digerito l’alleanza con Silvio Berlusconi, cieco di fronte ai malumori della base territoriale di sindaci e amministratori – la vera cassaforte del Carroccio -, che hanno fatto la guerra al rigorismo indiscriminato dell’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Al punto che quelli che spingevano Roberto Maroni a uscire dalla stanza del Viminale per impedire la deriva leghista, hanno cominciato a usare un concetto, fino a poco tempo fa considerato blasfemo: circonvenzione di incapace. Ossia sfruttamento della malattia e della stanchezza del Capo per favorire gli interessi personali di un ristretto gruppo di persone, che hanno frammentato l’identità del Carroccio.

Andrà a finire così (forse). Che Bobo, dopo aver rimandato per anni il duello finale con il suo padrino politico, perché recalcitrante a interpretare il ruolo di Bruto, per paura di fare la fine di Giuda, è stato messo in un angolo del ring. Con una sorta di fatwa che lo voleva emarginare, dopo l’incoronazione da parte della base del partito sul sacro prato di Pontida un anno fa. E come un pugile suonato si è rialzato per cercare di salvare la pelle. Trasformandosi da placido negoziatore in un condottiero che, alla guida dei suoi “barbari sognanti”, ha lanciato un’Opa per creare la Lega 2.0. Andrà a finire così (forse). Che incassata la benedizione (sottoscritta da Bossi), Maroni diventerà il nuovo segretario federale della Lega. Affiancato dagli altri colonnelli, quelli della nuova generazione, che dovrebbero aiutarlo a traghettare il movimento padano per trasformarlo in un partito democratico e ricominciare da capo. Un nuovo corso dal quale potrebbe essere estromesso l’ex ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, che ha fatto da pontiere fra la Lega e il Pdl. Quello che nel momento più duro dello scontro fra le diverse anime del partito aveva detto ai sindaci ribelli che puntavano il dito contro il federalismo mancato «Polvere siete e polvere ritornerete». Quei sindaci che, nonostante la débâcle alle elezioni amministrative e l’indagine giudiziaria (che potrebbe rivelare ancora delle brutte sorprese), rappresentano la cura per evitare l’eutanasia della Lega. Come ho raccontato nei miei articoli per tre anni dedicati a descrivere la peculiarità del Carroccio, più simile a una tribù o a una comunità che a un partito tradizionale, la Lega ha attraversato tre fasi: l’ascesa territoriale, le guerre intestine con il logoramento governativo (basato sulla dicotomia fra la Lega di lotta e di Governo) e il declino. Cominciato con una piccola questione morale che poi si è trasformata in uno scandalo senza precedenti nel Carroccio. Ancora non si sa cosa dimostreranno i magistrati riguardo ai finanziamenti pubblici distratti per chetare l’avidità di quello che è stato definito il Cerchio Magico. Non si sa fino a che punto sia arrivata la loro avidità per la “roba” né fino a che punto si siano spinti i traffici illeciti dell’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito. E forse non è neanche importante saperlo. Non solo per il garantismo che si conviene davanti ad ogni indagine giudiziaria, ma perché la malattia del Carroccio è andata di pari passo con quella di Bossi, che un giorno sapeva spiazzare avversari e alleati e il giorno dopo faceva marcia indietro, dimostrando incoeren¬za e creando instabilità politica all’interno del suo “popolo”. Quando nel 2010 scrissi il libro sull’avanzata politica delle donne leghiste nel partito che aveva inventato il misogino “celodurismo”, ho scoperto un movimento ideologico solido e robusto. Non potevo immaginare una svolta così drastica. Quando scrissi l’articolo per Panorama “Lady B, l’imperatrice della Padania”, che sollevò troppa polvere riguardo al contenuto dell’articolo, non potevo prevedere fino a dove si era già spinta la deriva della Lega. Avevo solo messo il dito nella piaga, profonda, della sua questione morale.

Ciò che conta ora però è una sola cosa: la “parabola” della Lega di quello che è stato più volte definito un “animale politico”, il Senatùr, si è conclusa. E anche se celebrare i funerali del Carroccio in anticipo potrebbe rivelarsi azzardato, è inevitabile porsi il seguente dilemma: “Cosa farà Maroni con i cocci della Lega?” Tutto sarà deciso ai congressi regionali, le prime vere primarie della Lega, ai primi di giugno, pochi giorni dopo l’uscita di questo libro, dove dovrebbero venire stabiliti dei parametri democratici della Lega 2.0. Perché colui che ha costruito un movimento sul culto della personalità, ha dovuto fare un passo indietro. Dimostrando, piaccia o meno, ancora una capacità di saper fiutare gli umori del suo popolo. In ogni caso lo psicodramma leghista, che ha il sapore di un’opera buffa, con maghe, cartomanti, che hanno sostituito i riti pagani dell’ampolla raccolta alle sorgenti del Po, non è ancora finito. Il trauma subito dai militanti, che ora si sono affidati al rito catartico della ramazza, simbolo della pulizia interna ma anche di emarginazione delle vecchia guardia padana, non è ancora stato elaborato. Tutto dipenderà da ciò che accadrà ai congressi regionali. Se in Lombardia sarà probabilmente eletto un maroniano, pur avendo contro molti delegati che fanno ancora riferimento al Cerchio Magico o meglio ai pretoriani di Bossi, in Veneto il processo di rinnovamento sarà più conflittuale. Ed è improbabile che Flavio Tosi, per anni sulla lista nera della famiglia e malvisto da Bossi per la sua oltraggiosa indipendenza, che ora ha salvato il Carroccio dalla debâcle alle elezioni amministrative, possa essere il candidato unico per conquistare la segreteria nazionale della Liga Veneta. Perciò, nonostante Maroni sia riuscito a trovare un accordo con Bossi, che tutela il fondatore della Lega e sottrae alla famiglia il controllo sui beni del partito, pare, la partita definitiva sarà ancora decisa in Veneto, dove la vecchia guardia non vuole arrendersi.

Andrà a finire così (forse). Che Maroni affiancato da Flavio Tosi, Luca Zaia, Matteo Salvini, Giacomo Stucchi e altri esponenti della nuova generazione, potrebbe salvare la Lega. E fare emergere la nuova classe dirigente, giovani che non hanno bisogno di comprarsi le lauree a Tirana, perché alle spalle hanno una discreta formazione culturale e una gavetta sul territorio. Sapendo però che potrebbero rimanere ai margini del sistema politico, soprattutto se non cambierà la legge elettorale e che ci metteranno molto tempo a risalire la china. Tutto dipenderà ancora una volta da Bossi che, davanti alla perdita del 67% di consenso elettorale alle ultime elezioni amministrative, ha deciso di lasciare alla base l’ultima parola. E lo ha fatto con uno stratagemma in salsa padana. Ecioè con dei coupon allegati alla Pravda del Carroccio, La Padania, attraverso i quali i militanti possono scegliere il nuovo segretario federale. Se Bossi manterrà questa posizione per salvare l’unità della Lega e darà la sua benedizione a Maroni, il partito rimarrà unito, ma molti pensano che il Senatùr, il quale ha perso legittimità e carisma, non potrà evitare comunque una divisione perché il Cerchio Magico, sia quello del tinello di casa Gemonio, sia quello della vecchia guardia rappresentata dal sindaco di Treviso, Gianpaolo Gobbo, non si arrenderanno. Inoltre la Lega, dopo aver avuto in mano il pallino, ed essere stato l’ago della bilancia all’interno del governo Berlusconi, è tornata a casa a mani vuote. E Bossi, che ha avuto il merito di sollevare con metodi poco convenzionali la “questione settentrionale”, ha fallito il suo obiettivo. Difficilmente la Lega ritroverà l’innocenza perduta. Il muro di Berlino è crollato e Maroni dovrà traghettare il Carroccio verso un assetto democratico che, però, snaturerà il dna della Lega. Il muro di Berlino è crollato e nessuno ha la forza e il carisma di tenere unito un movimento basato sul culto della personalità del Senatùr. Un movimento che non è composto solo dai barbari sognanti o dal Cerchio Magico, ma anche da militanti che sono cresciuti a pane e xenofobia e da quelli più giovani, che invece vogliono solo costruire uno stato federalista e diventare, questo l’obiettivo di Maroni, un partito egemone al nord ispirato al modello bavarese della Cdu. Tornando, quindi, al progetto originario delle macroregioni di Gianfranco Miglio. Se Maroni ce la farà, ma davanti allo sgabuzzino delle ramazze c’è una lunga lista attesa di chi attende di essere messo fuori gioco, espulso o emarginato, si dovrà cambiare completamente l’assetto della Lega. E forzare anche le casseforti del partito, che sono in buona parte nelle mani di Bossi e della sua famiglia. La lotta sarà impervia, soprattutto in Veneto, il cui esito non è per nulla scontato. Tranne per un fatto sul quale non ci può essere alcuna incertezza. E cioè che in questo travaglio, ciò che si è perso davvero è il mito della Padania. Perduta, questa sì, per sempre.

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