Altro che Marchionne, Peugeot gli impianti li chiude davvero

Altro che Marchionne, Peugeot gli impianti li chiude davvero

Altro che Fiat. È di oggi la notizia che PSA Peugeot Citroën ha deciso di chiudere uno dei suoi impianti principali, quello di Aulnay-sous-Bois, alle porte di Parigi. Per fare un paragone, è come se Fiat avesse deciso di chiudere Mirafiori. Non solo. Nel piano di ristrutturazione ci sono altre sforbiciate, fra le maggiori della storia francese. Il primo ministro francese Jean-Marc Ayrault ha detto di essere shoccato dalla decisione di Peugeot, che nei fatti taglierà circa 8.000 posti di lavoro. La casa si difende, spiega che non poteva continuare a produrre vetture in quello stabilimento per via dei costi troppo elevati e per via di una domanda di mercato in costante calo. «Il mondo è cambiato ed è con la morte nel cuore che vi comunico la chiusura di Aulnay», ha detto Philippe Varin. I lavoratori hanno iniziato la protesta, ma da tempo si attendevano una soluzione simile. «La crisi sta colpendo tutti», ha detto François Chérèque, segretario generale del CFDT, il maggiore sindacato francese. Altro che Susanna Camusso.

L’Italia è un Paese strano. Da noi l’imprenditore, nella stragrande maggioranza dei casi, è visto come un affamatore, un avversario, un personaggio che sfrutta i lavoratori. Insomma, non si è ancora andati oltre lo stereotipo dell’imprenditore-padrone. E questo stereotipo, arcaico perfino negli anni Settanta, vive ancora su più livelli: quello della giustizia, quello della politica, quello dell’economia. L’esempio principe dell’arretratezza italiana è data da Fiat. La casa torinese era morta. Poi, è arrivato un uomo, un manager vero, non di quelli che sono legati ai singoli poteri politici, un soggetto che di italiano ha solo il passaporto: Sergio Marchionne. E inizia a fare ciò che sa fare meglio: ristrutturare società. Questo, purtroppo, vuol dire sacrifici. Ma è il mercato, bellezza. Se non vendi, ristrutturi. Se non vendi ancora dopo la ristrutturazione, chiudi.

Tutto il mercato automobilistico è in crisi. Non è solo Fiat la maglia nera. Perfino i grandi marchi hanno dovuto correre ai ripari e risparmiare, cercando joint-venture, collaborazioni e condivisioni di pianali. Del resto, la recessione nell’eurozona non lascia spazi di manovra per le famiglie. Meglio prendere i mezzi pubblici che cambiare automobile se questa si è guastata irrimediabilmente. La conseguenza è che i produttori di auto non vendono e devono tagliare. Nella migliore delle ipotesi, delocalizzi. E in quel caso vieni accusato di non fare il bene della Patria. Nella peggiore, chiudi e passi alla storia come un aguzzino-senza-cuore-aguzzino. Nella via di mezzo, tieni in piedi delle fabbriche improduttive, obsolete e senza futuro solo per meri interessi politici, giusto per adeguarti al sistema. Oppure, riporti in Italia parte della produzione, ben conscio di lasciare uno dei tuoi migliori stabilimenti per foraggiare uno dei tuoi peggiori siti. È questo il caso della Fiat Panda, trasferita da Tychy (Polonia) a Pomigliano d’Arco. E per fortuna che almeno c’è Chrysler Group a risollevare le sorti dell’intero gruppo. 

La differenza sostanziale fra Francia e Italia è che loro sono stati abituati a lottare e a farsi rispettare. Ma non solo. Hanno capito che una società, un’impresa, non può che funzionare al meglio se le due anime di essa, cioè lavoratori e imprenditore, capiscono l’importanza che l’uno ha per l’altro. Il comprendere che si è tutti sulla stessa barca ha permesso ai lavoratori francesi di ottenere migliori condizioni di lavoro e all’imprenditore di poter avere una maggiore competitività internazionale. Del resto, chi si assume il rischio di mettere dei capitali a disposizione dell’attività imprenditoriale sa che nulla potrebbe senza l’apporto di lavoratori ben addestrati, volenterosi e a lui vicini.

È un’utopia vivere in un Paese in cui esiste nei lavoratori la concezione di condivisione del rischio imprenditoriale? È un’utopia vivere in un Paese in cui i sindacati, pur mantenendo il loro ruolo di lobby e di curatore degli interessi dei lavoratori, comprende anche le ragioni dell’imprenditore e va oltre lo stereotipo della lotta di classe? È un’utopia vivere in un Paese in cui, se una società decide di tagliare dei posti di lavoro perché o fa così o chiude, si cercano di capire le ragioni della sconfitta, invece che metterla alla gogna? Per riguarda l’Italia, sì: è un’utopia. E poi non chiediamoci perché siamo arrivati a questo punto.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria