Post SilvioBerlusconi, noi italiani non abbiamo bisogno di lei

Berlusconi, noi italiani non abbiamo bisogno di lei

Presidente Berlusconi,

chi qui le scrive non ha mai nutrito sentimenti di prevenzione verso di lei. Non ha mai pensato che lei fosse “unfit” a prescindere. Ha sempre accettato il profondo potenziale di divisione che la sua figura, la sua storia e il suo carattere portavano naturalmente con sé. Per questo ho sempre capito i sentimenti polarizzati che la sua figura pubblica generava di chi la adorava o la detestava, senza però mai farne proprio uno. Chi le scrive ha, infine, sempre rispettato il valore sacrale della democrazia, che si esprime dentro il perimetro delle regole date. Molte volte, anche su questo giornale, le abbiamo riconosciuto un ruolo storico, quantomeno nel rivelare tutti i vuoti di sensibilità e di conoscenza che le èlite (politiche, economiche e industriali) di questo paese hanno mostrato nell’analisi di quel periodo italiano che si può definire senza tema di smentite come berlusconiano. Molte volte abbiamo tenuto a sottolineare che il suo drammatico fallimento sta tutto nel non aver mantenuto la rivoluzione liberale che aveva promesso: e che adesso, vent’anni dopo, con tanta più urgenza si pone come vera e propria emergenza. E molte volte abbiamo detto che, più delle intemperanze verbali e dei cucù, pesano le riforme non fatte, anche quelle più spinose e sgradite ai suoi avversari, come quelle in tema di giustizia e di vere liberalizzazioni.

Solo che il tempo delle analisi storiche lucide e retrospettive, della razionalità critica pare non sia ancora arrivato. E chi lo ha detto? Lo ha detto Silvio Berlusconi, che invece di sgomberare serenamente il campo e lasciare il posto e i nostri guai ad altri, insiste. Questa volta, dicono tutti i bene informati, non lo fa per dire: ci crede proprio. È tutto il giorno che sentiamo esponenti del Pdl ripetere che “Silvio ci crede davvero”. Chi lo ha visto di recente giura che “è tonico”, che “ci crede con ogni forza”, e il resto lo fa il silenzio di quella specie di classe dirigente di soldatini (dal segretario del partito in giù) che Berlusconi ha creato in questi anni.
E insomma, la convinzione fuori tempo massimo di Berlusconi ci intenerirebbe anche: soprattutto se confrontata con gli umori di un paese reale che un poco pensiamo di conoscere, da cui in fondo veniamo, e che non appartenendo a nessuna casta (anche se facciamo i giornalisti) frequentiamo certo più di lui. Già, proprio meglio di quel lui che il “paese reale” squarciò con un colpo secco in quel lontanissimo 1994: quando la pancia del paese che le èlite incartapecorite disprezzavano votò per lui e per Bossi, e li mandò al potere. Quell’idillio finì poco dopo, ma segnò il destino dei decenni a venire, complice – ancora una volta – la clamorosa sottovalutazione di un fenomeno sociale epocale e, in definitiva, della sua naturale evoluzione democratica. Ma quell’epoca, quell’onda, è finita e lontana, e Silvio Berlusconi è davvero “unfit”, inadatto a governare, per il solo fatto che non se ne accorga più, e perché si è circondato di allievi incapaci di dirglielo. Per paura? Per poca intelligenza? Per gratitudine? Non è importante: se tacciono, è perchè anche loro sono totalmente inadeguati al ruolo che ricoprono e, ancora peggio, al ruolo che hanno ricoperto.

Perchè Berlusconi “torna in campo”? Per le sue aziende? Per i suoi soldi? Per quei processi che, uno dopo l’altro, finiranno nell’insoluto giuridico e nel giudizio morale che ciascuno vorrà dare della sua figura? O per pura, patetica, senile vanità? Non ci importa neanche più. Certo non è per il bene di un paese (quello che amava, ricorda, Presidente Berlusconi?) che ha bisogno di serietà e rigore, e che nella sua parte più avveduta e matura sa che di populismo si muore ma anche, certo, che il populismo nasce dove la politica ha fallito. Cosa otterrebbe, Berlusconi? Non Palazzo Chigi, di questo siamo convinti nonostante tutto, e nonostante tante resurrezioni. Questa volta no. Otterrebbe però di riportare il paese nel cuore di un referendum logoro, sfinito, su un passato triste e umiliante. Otterrebbe di essere di nuovo – narcisista mai conscio che il narcisismo sia un difetto letale – al centro dell’attenzione, delle polemiche, dei media, e dei vecchietti che carica sugli autobus per riempire piazze che mettono una tristezza infernale. Otterrebbe il plauso dei suoi insostenibili tirapiedi, gente che una volta avrebbe trattato con il sufficiente disprezzo che si meritano. Ecco, Presidente, siamo solo cittadini italiani. Cittadini come gli altri. Qualcuno di noi l’ha votata. Qualcuno non se l’è mai neanche sognato. Qualcuno l’ha sempre rispettata. Qualcuno non l’ha proprio mai capita. Qualcuno l’ha sempre schifata senza mai ascoltare una sua parola.

Ma non è più importante. Siamo noi, quelli che vogliono il futuro. E il futuro non è il suo tempo. Stia fuori dalla mischia e dalla partita. Non rovini un cammino faticoso e accetti, una volta per tutte, che il paese non ha bisogno di lei. L’oblio è meglio dell’odio: ci creda. Non abbiamo più tempo di occuparci di lei. Dobbiamo pensare a noi.  

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