I partiti si apparecchiano il Porcellum mascherato

I partiti si apparecchiano il Porcellum mascherato

Una restaurazione proporzionalistica, grazie a cui le forze politiche possano perpetuare se stesse, essere elette in Parlamento, e giocare un ruolo determinante nella vita e nell’azione del futuro governo. È l’orizzonte verso cui si stanno orientando le trattative fra i principali partiti sul nuovo meccanismo di voto. L’alternativa, a parole condannata da ogni formazione ma segretamente accarezzata dai loro vertici, è la conservazione del Porcellum. L’unica certezza è rappresentata dall’abbandono, ancora una volta, di qualunque prospettiva maggioritaria e uninominale, nella forma del doppio turno di collegio di stampo francese, che aveva preso corpo all’indomani delle elezioni amministrative e alla luce del voto a Parigi e ad Atene.

Così, in un paese in cui l’opinione pubblica ha manifestato in due tornate referendarie la preferenza plebiscitaria per il meccanismo uninominale maggioritario, dove la competizione tra gruppi e offerte politico-culturali si gioca in tanti piccoli distretti attraverso la sfida all’ultimo suffragio tra candidati alternativi e vince chi prevale anche per un solo voto, la direzione prescelta dalla classe dirigente è radicalmente opposta.

Angelino Alfano e Silvio Berlusconi, assieme a Pier Luigi Bersani e Pierferdinando Casini, si dichiarano fiduciosi nella possibilità di giungere entro due settimane a un accordo politico sulla riforma elettorale. E alla definizione dei contenuti stanno lavorando in questi giorni gli sherpa dei rispettivi schieramenti, Denis Verdini e Ignazio La Russa per Via dell’Umiltà, Maurizio Migliavacca e Gianclaudio Bressa per Largo del Nazareno, e Ferdinando Adornato per Via Due Macelli.

Gli incontri che dovrebbero contribuire a fare chiarezza sul testo al centro del negoziato sono previsti oggi e domani. Per ora le voci degli esperti si limitano a illuminare le linee guida del nuovo meccanismo. Nuovo soprattutto nel nome, poiché i suoi pilastri sono gli stessi della legge Calderoli: voto a ogni partito e attribuzione pienamente proporzionale dei seggi, soglie di sbarramento tra il 4 e il 5 per cento, premi di governabilità a favore delle formazioni prevalenti, se pure in misura ridotta rispetto alla normativa in vigore. A restare inalterata è anche la previsione delle liste bloccate, che viene solo diminuita al 25-30 per cento degli scranni e dunque accorciata.

Il resto dei parlamentari, a differenza di quanto stabilito nella redazione originaria della bozza Violante, non verrà scelto attraverso competizioni in collegi con un unico eletto, il first pass the post in cui nessuno è al sicuro e anche gli “uomini forti” dei partiti rischiano clamorose sconfitte. Anche l’ultimo residuo di democrazia maggioritaria è stato eliminato, come conferma al nostro quotidiano Bressa, “ambasciatore” del Pd al tavolo delle riforme. Il marchingegno concepito dai partiti è mutuato dall’esperienza del voto per le province, nel quale la presenza dei collegi è solo nominale. Anziché essere eletti in una sfida con i propri avversari nel distretto, i candidati entrano nell’assemblea se la formazione a cui sono collegati ottiene una percentuale nell’intera provincia in grado di assicurarle una determinata quantità di rappresentanti. I quali vengono poi scelti fra coloro che hanno conquistato il numero più consistente di suffragi. L’assegnazione dei seggi avviene tutta all’interno di ogni forza, e prescinde dalla sfida fra esponenti alternativi nei collegi.

Un meccanismo che non ha nulla di uninominale e maggioritario, e che può trarre in inganno l’opinione pubblica illudendola di partecipare a una competizione appassionante e all’ultimo voto come accade in Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada, Australia, Francia, e per designare la metà dei parlamentari in Germania. Attorno a una simile ipotesi stanno operando alacremente i “saggi” delle forze politiche, che, puntualizza Bressa, “sono condannate a raggiungere un’intesa al più presto”.

Il gruppo dirigente del Pd è più che mai determinato a portare a termine il tentativo in corso, e ne giustifica la necessità con le parole utilizzate da Bressa: “L’uninominale a doppio turno, al centro della nostra proposta parlamentare sia pure corretta da una significativa componente di voto proporzionale, non ha incontrato l’adesione delle altre forze politiche. E il centro-destra ne ha vincolato la discussione all’approvazione del suo progetto presidenziale. Pertanto siamo stati costretti a ricercare un compromesso su un disegno proporzionale”.

La realtà parlamentare appare poco favorevole all’apertura di una riflessione sulla riforma di stampo francese. Ma lo stato maggiore di Sant’Andrea delle Fratte sembra avere abbandonato molto repentinamente l’obiettivo votato dalla sua Assemblea nazionale nel giugno 2009. Sacrificandolo sull’altare dell’alleanza strategica con l’Udc di Casini, geneticamente allergica al collegio uninominale maggioritario e da sempre affezionata al buon vecchio proporzionale.  

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