Il Draghi «pronto a tutto» è bravo ma non è la soluzione

Il Draghi «pronto a tutto» è bravo ma non è la soluzione

BERLINO – C’è qualcosa di straordinariamente normale nel fatto che le parole di Mario Draghi, con il laconico «la Bce è pronta a tutto per salvare l’euro», abbiano stimolato un rialzo generalizzato delle piazze borsistiche europee. Milano e Madrid hanno reagito eccitatissime, e New York ha seguito a ruota con il Dow in rialzo. È normale anche che si sia abbassato lo spread tra titoli di stato dell’Europa meridionale e Bund tedesco. Tutto questo è normale perché le parole sono state pronunciate dall’unica persona in possesso degli strumenti necessari per intervenire nel breve termine in Europa.

Tali strumenti, cui eventualmente Draghi si riferisce nel sostenere di essere «pronto a tutto», riguardano principalmente due settori d’intervento: la disponibilità di moneta regolata dalla Bce e la decisione informale della stessa banca di acquistare titoli di debito pubblico dal mercato privato. I due aspetti, come vedremo ora, sono collegati. Fissando i tassi d’interesse di riferimento, la Banca centrale regola la disponibilità di moneta. Un tasso basso aumenta la disponibilità di moneta, ma aumenta anche l’inflazione.

Se Draghi sostiene di «essere pronto a tutto», significa che manterrà i tassi d’interessi bassi, a costo di vedere aumentare l’inflazione – con buona pace della Germania merkeliana. Per alcuni mesi, poi, la Bce ha fatto acquisti su ampia scala di titoli di debito pubblico. Da statuto non può prestare aiuto diretto agli stati: la Bce ha infatti comprato i titoli dal mercato, e principalmente dagli istituti di credito che li hanno in portafoglio e hanno gran voglia di disfarsene.

Non tutti sono d’accordo su queste misure: a quanto pare, sarebbero state alla base delle dimissioni di protesta decise dal presidente della banca centrale tedesca, Axel Weber, e del capo economista della Bce Jürgen Stark. Eppure, se le borse ripartono è perché gli operatori hanno compreso due cose. La prima è che aumenterà l’inflazione, e che quindi parte del debito pubblico dei paesi europei verrà “svalutato” dall’inflazione, diventando più sostenibile. La seconda è che la Bce si è offerta di farsi carico di varia immondizia targata “debito di Stato” per ripulire i bilanci delle banche private. Per questo, con la prospettiva di potersi liberare da un simile fardello, gli operatori bancari hanno ripreso l’attività borsistica.

A questo punto, l’errore più grave che si possa commettere sarebbe pensare che il bravo Mario Draghi abbia in mano la chiave della soluzione. L’intervento della Bce è opportuno, ma può e deve funzionare solo nel breve periodo, come tutti gli interventi di politica monetaria non speculativi. Non dimentichiamo che se Milano guadagna il 5%, la percentuale si calcola comunque su un livello di quotazione di partenza tra i più bassi della storia di Piazza Affari. Analogo discorso vale per lo spread sul Bund: si è abbassato, ma davvero non c’è da essere felici se si mantiene superiore a 200 punti (e il rendimento del decennale italiano è oggi sceso di 33 punti base al 6,06%)

Per questo, ancora più importanti devono essere altre parole di Draghi, pronunciate sempre in occasione della “Global Investment Conference” di oggi a Londra: «l’Eurozona ha bisogno di più unione» e «si arriverà alla condivisione della sovranità nazionale Ue». Si critica il fatto che la Bce abbia troppo potere, e che la corsa delle borse stimolata da Draghi ne sia un esempio evidente. In realtà, non è la Bce ad avere troppo potere: sono gli stati sovrani ad averne troppo poco. 

Possiamo fare un paragone con gli interventi di politica monetaria attuati da Stati Uniti e Cina per fronteggiare la crisi economica iniziale, tra il 2008 e il 2009. La reazione delle banche centrali è stata una politica monetaria espansiva, abbassando i tassi d’interesse – esattamente ciò che ha tentato di fare la Bce per anni. Poi però è intervenuta una politica fiscale espansiva, con un piano di stimolo finanziario strutturale, dettato dai governi sovrani. In Europa ci fermiamo sempre alla prima fase: una politica monetaria espansiva, cui non fa seguito un vero intervento da parte dei governi. La necessità perpetua di prendere decisioni “collegiali” porta all’indecisionismo: fa ridere il balletto costituzional-politico-gossipparo che gira intorno a fondi dalle sigle gordiane, tipo Efsf o Esm, partorite dalle cinture nere del burocratismo che hanno occupato Bruxelles. Insomma, cari capi di governo europei, aiutate Draghi ad aiutarvi, e costringeteci a fare l’Europa politica.
 

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