Il magnate dei casinò che non vuole Obama il socialista

Il magnate dei casinò che non vuole Obama il socialista

È stato un giugno da record per il fundraising di Mitt Romney. Nell’ultimo mese lo sfidante conservatore ha raccolto oltre 100 milioni di dollari, chiudendo definitivamente il gap finanziario che lo divideva dalla Casa Bianca. Mai prima d’ora un repubblicano aveva incassato tanti soldi in soli 30 giorni. Il record assoluto però appartiene ancora a Obama che nel settembre del 2008 raccolse la mostruosa cifra di 193 milioni di dollari.

La notizia è stata diffusa dai media e confermata da Rick Wiley, il direttore politico del Republican National Committee, che in un tweet ha invitato Jim Messina e David Axelrod, responsabili della campagna di rielezione obamiana, ad affogare il dispiacere nella birra. All’eccezionale risultato si aggiunge poi il vantaggio su cui da sempre possono contare i “SuperPac” legati al fronte repubblicano sui loro concorrenti democratici. E dietro alla potenza dei comitati elettorali, c’è spesso la volontà di magnati dell’industria e della finanza di decidere le sorti delle elezioni.

Tra questi un posto d’onore appartiene al re dei casinò, Sheldon Adelson, che – ottavo uomo più ricco del pianeta, forte di un patrimonio personale stimato in 25 miliardi di dollari – ha annunciato di voler sfruttare la sua immensa fortuna per sconfiggere «Barack, il socialista».

Settantotto anni, ebreo nativo di Boston, negli ultimi mesi Adelson ha dapprima sposato l’improbabile causa di Newt Gingrich, per dirottare in seguito attenzione e soldi sulla candidatura di Mitt Romney. E gli effetti sulla corsa presidenziale sono ormai ampiamente visibili. Le somme investite – 21 milioni di dollari all’ex Speaker, 35 ad associazioni nonprofit vicine al Gop, 10 al nominee repubblicano – ne fanno già il principale finanziatore della destra assieme ai fratelli Koch. E fonti ben informate rivelano ora che, in vista di novembre, Adelson sarebbe pronto a sborsare «una cifra smisurata» pur di battere il democratico.

A preoccupare il magnate è soprattutto l’approccio «soft» di Obama alla questione del nucleare iraniano e la retorica da lotta di classe che segnalerebbe «una prossima redistribuzione forzata della ricchezza». Per questo – in barba al passato di fervente democratico – Adelson si dice disposto a tutto per riportare alla Casa Bianca un conservatore duro e puro.

Figlio di immigrati originari della Lituania, il giovane Sheldon si lancia nel mondo degli affari in giovanissima età e trascorre oltre cinquant’anni tra le fila della sinistra americana, prima di virare verso destra in contemporanea con il lievitare della sua ricchezza e dei ripetuti scontri con i sindacati. La svolta arriva nel 1979, quando inaugura a Las Vegas la fiera informatica Comdex, destinata a diventare – con 200mila visitatori annui – il più importante appuntamento del settore.

In cerca di uno spazio più grande per ospitare l’expo, nel 1988 Adelson rileva il Sands Hotel, storico albergo posto lungo lo Strip e noto per l’orgogliosa appartenenza al sindacato dei suoi dipendenti. Forse anche per questo nel 1996, dopo aver venduto il Comdex per 862 milioni, Adelson decide di demolire il Sands e di costruire al suo posto un casinò nuovo di zecca, ispirato alla bellezza di Venezia e totalmente union-free. La realizzazione del The Venetian richiede alla fine oltre un miliardo di dollari, ma l’idea si dimostra commercialmente vincente. Se non fosse per la resistenza della locale associazione di categoria, la Nevada Culinary Union, che si oppone da subito alla politica anti-sindacato del resort.

La disputa finisce in tribunale ed è in questo periodo che Adelson recide definitivamente le radici liberal per migrare nel partito repubblicano. Ad allontanarlo dalla sinistra – a suo avviso non abbastanza convinta nel difendere le ragioni di Israele – è inoltre la folgorazione avvertita nel 1988 nei confronti dello Stato ebraico, di ritorno da un viaggio a Gerusalemme. Nel frattempo il suo impero continua ad espandersi. Nel 2004 il miliardario apre un casino a Macao, il territorio autonomo cinese assurto al ruolo di nuova mecca del gioco d’azzardo, poi un altro a Singapore e, proprio in Israele, diventa editore nel 2007 di un quotidiano free dai toni fortemente conservatori, l’Israel Hayom.

La voglia di Adelson di incidere in prima persona sulla scena politica americana si traduce, a livello nazionale, nelle generose elargizioni garantite a partire da metà degli anni novanta a Newt Gingrich e ad altri esponenti repubblicani. A modificare la dinamica della raccolta fondi e ad esaltare l’impatto dei grandi finanziatori è tuttavia la controversa sentenza con cui nel 2010 la Corte Suprema legalizza l’intervento illimitato di aziende e società nella campagna elettorale che, di colpo, trasforma la massima «follow the money» nel più efficace strumento di analisi della politica Usa.

«Sono contro le persone facoltose che provano a influire sulle elezioni, ma finché sarà lecito continuerò a farlo», dichiara Adelson a marzo in un’intervista concessa alla rivista Forbes. Nell’autunno del 2011 decide di finanziare pressoché da solo la velleitaria corsa di Gingrich alle primarie repubblicane e i suoi soldi permettono per alcune settimane allo stagionato ed eccentrico Newt di battersi alla pari con il battistrada Romney. Ma è evidente che si tratta solo di una (esosa) distrazione.

L’obiettivo ultimo è sfrattare Obama dalla Casa Bianca e presto il magnate si accorge che Mitt può essere l’unico candidato in grado di centrarlo. Il primo contatto tra i due avviene già alla fine di gennaio, quando Romney si trova in Nevada per prepararsi alla locale consultazione del 4 febbraio. Adelson non è un suo fan, ma – tra canali e gondole in versione facsimile – promette di schierarsi al suo fianco al momento opportuno. Un sostegno che diventa ufficiale il 13 giugno con il versamento dei primi 10 milioni di dollari.

La provenienza dei soldi fa storcere il naso a parte dell’establishment repubblicano – John McCain s’è detto preoccupato perché «i fondi potrebbero arrivare da Macao» – ma la necessità di sconfiggere Obama relega tutto il resto in secondo piano. Compreso ciò che Adelson pensa realmente del candidato Repubblicano e che a marzo ha rivelato al Las Vegas Sun. «Mitt non è un decision-maker risoluto. Anzi, ogni volta che ci parlo, mi dice: “devo pensarci su”. È identico a Obama». Per battere Barack però – si sa – va bene chiunque. Perfino Romney.

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