Il patto per la crescita Ue? Sembra la (già dimenticata) Banca del Mezzogiorno

Il patto per la crescita Ue? Sembra la (già dimenticata) Banca del Mezzogiorno

“Aspettando la crescita”. Se si dovesse scrivere un libro sulla ricerca della crescita economica all’interno dell’eurozona, forse lo spunto migliore si potrebbe prendere dal capolavoro di Samuel Beckett, “Aspettando Godot”. È passato un mese dal Consiglio europeo che doveva sancire il cambio di marcia dell’area euro in merito agli stimoli di crescita. Eppure, sembra che tutto sia rimasto cristallizzato a quella data. «Abbiamo trovato l’accordo sul Patto per la crescita e il lavoro (Growth Pact, ndr) in grado di mobilitare oltre 120 miliardi di euro», disse il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy. Ma per ora, nonostante la mobilitazione immediata di tali risorse, equivalenti all’1% del Reddito nazionale lordo dell’Unione europea, sul piatto c’è poco. Una storia che ricorda quella vissuta in Italia dalla Banca del Mezzogiorno: annunciata più volte, arrivata in grande ritardo rispetto alla tabella di marcia, scomparsa dai riflettori dopo poco tempo.

Il documento finale del vertice del 28 e 29 giugno scorso era chiaro. «L’Unione europea continuerà a compiere tutto ciò che è necessario per riportare l’Europa sulla via di una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva», hanno scritto i leader europei. Un mese prima era stato il ministro tedesco degli Affari esteri, Guido Westerwelle, a lanciare una prima idea di piano per la crescita economica nella zona euro. Sei i punti: l’utilizzo migliore delle risorse, l’uso di 80 miliardi di euro ancora disponibili dai fondi strutturali e di coesione per migliorare la competitività, un migliore accesso ai crediti per le piccole e medie imprese con l’aiuto della Banca europea per gli investimenti (Bei), il rafforzamento delle infrastrutture transnazionali utilizzando il partenariato fra pubblico e privato, l’allargamento del mercato unico europeo all’economia digitale, il commercio online e nel settore energetico e il rafforzamento del libero scambio. Secondo Westerwelle l’obiettivo è evitare un circolo vizioso capace di far durare oltre misura la recessione nella zona euro. «Senza la riduzione del debito nessuna fiducia. Senza fiducia nessun investimento. Senza investimenti nessuna crescita. Senza crescita niente posti di lavoro. Senza posti di lavoro niente nuove entrate per lo Stato. La disciplina di bilancio e la crescita sono i due lati della stessa medaglia», disse il ministro tedesco degli Esteri. E il Consiglio europeo ha dato seguito alle dichiarazioni di Westerwelle. Almeno in teoria.

Punto focale del Growth Pact dell’Ue è l’aumento di capitale della Bei. L’intesa è stata trovata: 10 miliardi di euro. Lo scopo? «Aumentarne la base di capitale e di accrescerne la capacità totale di prestito di 60 miliardi di euro, liberando in tal modo fino a 180 miliardi di euro di investimenti supplementari, ripartiti in tutta l’Unione europea, compresi i Paesi più vulnerabili». L’obiettivo è quello di completare questo processo entro il 31 dicembre 2012. In sostanza, dal primo gennaio 2013 devono essere pronti fino a 180 miliardi di euro da destinare alla crescita economica. Tuttavia, come ricorda lo statuto della Bei, per un aumento di capitale ci vuole l’unanimità. Niente voto a maggioranza semplice o qualificata, bensì unanime, quindi. E qui c’è il problema maggiore. Solo due Paesi non hanno siglato gli accordi del Consiglio europeo: Repubblica Ceca e Regno Unito. E a differenza di altri meccanismi, Londra è uno dei quattro azionisti di maggioranza della Bei, a pari merito con Germania, Francia e Italia. I 37,5 miliardi di euro di capitale versato gli garantiscono circa il 16% della partecipazione. Dato che la Gran Bretagna non ha firmato il patto al Consiglio Ue, legittimo è chiedersi perché dovrebbe dare il suo benestare all’aumento di capitale della Bei.

Oltre alla Bei, ci sono poi i Project-bond e lo sblocco dei fondi strutturali europei. Se per i primi è partita una fase di test in vista dell’attivazione di un «piano d’investimenti sino a 4,5 miliardi di euro per progetti pilota in infrastrutture chiave nel settore dei trasporti, dell’energia e della banda larga», per il secondo si potrà contare su 55 miliardi di euro. Tanto? Poco? Considerata l’attuale congiuntura e dato il profondo periodo di cambiamento che sta vivendo l’eurozona, troppo poco. «Finora agli annunci non c’è stato seguito, e forse non ci sarà», ha sottolineato in una nota la banca olandese Rabobank, che la scorsa settimana si è domandata dove fosse finito il Growth Pact. «Occorre chiarezza anche su questo punto: l’emergenza sui mercati obbligazionari dei Paesi periferici possono essere risolte dalla Banca centrale europea, ma nel lungo termine gli investitori hanno bisogno di risposte sulla crescita», fanno notare gli analisti di Rabobank.

Intanto, il quadro europeo peggiora. Stamattina la doccia fredda è arrivata dall’indice di fiducia economica, che si è contratto per il quinto mese consecutivo in luglio, passando a quota 86,2 punti dai precedenti 89,9, ha reso noto la Commissione europea. Non solo. Come certificato da Markit, le vendite retail nella zona euro sono calate in luglio, toccando quota 46,4 punti contro i precedenti 48,3. Un calo notevole e con possibilità di peggioramento nei prossimi mesi, come sottolineato da Markit.

Con notevole ritardo rispetto ai mercati finanziari, oggi è intervenuta anche l’agenzia di rating Standard & Poor’s. Per S&P il Pil dell’eurozona si contrarrà dello 0,6% nel 2012 e crescerà solo dello 0,4% nel prossimo anno. In pratica, recessione per quest’anno, stagnazione per il 2013. Non era una novità, dato che dallo scorso ottobre a oggi sia la Commissione europea sia il Fondo monetario internazionale hanno rivisto più volte al ribasso le stime di crescita per l’area euro. Il motivo, spiega S&P, è il deleveraging, il ridimensionamento, che sta avvenendo in tutti i settori industriali europei. Dall’automotive al terziario, passando per il banking e per il manifatturiero, l’intera eurozona sta arrancando. Ecco perché, come ha anche ricordato il premio Nobel per l’economia Paul Krugman nei giorni scorsi, è fondamentale che si metta in atto un ritorno alla crescita economica nell’area euro prima che sia troppo tardi.

È da oltre un anno e mezzo che si parla di rischio di una recessione più lunga del previsto per l’eurozona. Ed è da oltre un anno che la Bce ha messo in guardia Bruxelles dal pericolo di un deterioramento della congiuntura economica. Si decise di mettere in atto un Piano Marshall per la crescita. E solo nello scorso Consiglio Ue si è messo nero su bianco ciò che tutti, Germania compresa, vogliono. Eppure, l’orizzonte di attuazione sembra ancora troppo lontano, come anche la solidità delle misure. Fra annunci, meeting, rilanci e tante parole spese, si è intrapreso un percorso simile a quello della Banca del Mezzogiorno. La speranza è che il Growth Pact possa avere più fortuna.

fabrizio.goria@linkiesta.it

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