“Ilva, i giudici fanno il loro lavoro ma non ci vietino di fare il nostro”

“Ilva, i giudici fanno il loro lavoro ma non ci vietino di fare il nostro”

Ci sono volute due ordinanze da 300 pagine l’una e due firme in calce, quella del Gip Patrizia Todisco: due fascicoli, voluminosi e di carta, potrebbero ora fermare uno dei colossi economici del Paese. Il Gip Todisco ha disposto il sequestro senza licenza d’uso del cuore pulsante delle acciaierie Ilva, la zona “a caldo” dello stabilimento. Nell’ultimo mese, ministero dell’Ambiente, enti locali, sindacati delle acciaierie e azienda avevano tentato una estenuante corsa contro il tempo proprio per tentare di arrivare prima di questo provvedimento. Non ce l’hanno fatta: e sono arrivati prima i due fascicoli con cui il Gip ha disposto gli arresti domiciliari per otto dirigenti delle acciaierie, compreso il patron Emilio Riva, e il figlio Nicola (ex presidente proprio dello stabilimento pugliese, sino a due settimane fa), ma soprattutto il sequestro senza licenza d’uso delle aree a caldo.

In termini concreti significa che le cockerie, i parchi minerali, l’agglomerazione e gli altiforni, le acciaierie e la gestione rottami ferrosi per il Gip e la procura di Taranto si devono arrestare. Quelle aree dell’acciaieria però, sono quelle sempre attive, sempre accese: arrestarle anche solo per un breve periodo, significherebbe rischiare di far collassare un sistema che dà lavoro a più di 12 mila operai solo a Taranto (e l’80% dei dipendenti ha tra i 20 e 39 anni, dopo un fortissimo ricambio generazionale per i rischi collegati al lavoro con l’amianto); fornisce materiali ad altre acciaierie (l’Ilva a Novi Ligure e Genova) e aziende (Fiat). Si rischia di mandare in palla tutta la catena economica. Ma dall’altra parte, per il Gip ha probabilmente pesato di più la la perizia medica che stabiliva che sono stati 174 i tumori accertati negli ultimi sette anni a causa delle acciaierie.

Proprio ieri il ministero dell’Ambiente, al termine della kermesse di tavoli con Comune e Regione durata tutto il mese, aveva intanto sottoscritto un protocollo che sblocca 336 milioni di euro per la bonifica dello stabilimento. Subito dopo la notizia del sequestro gli operai sono autonomamente scesi in strada: «Cosa diamo da mangiare ai nostri figli? L’aria pulita?». Taranto anche stamattina si sveglia così, tra l’angoscia economica e il fantasma del disastro ambientale (nel provvedimento il Gip scrive che oltre alle morti causate «per l’imponente dispersione di sostanze nocive», c’è un costante pericolo anche per «le concentrazioni di diossina rinvenuta in terreni e animali abbattuti, destinati all’alimentazione umana»).

Una città attanagliata tra le ragioni del lavoro e quelle della giustizia e della salute: ma questa morsa ha già compattato Taranto. «Difendere l’azienda, difendere l’Ilva, significa difendere noi lavoratori» spiega Antonio Talò, segretario locale della Uilm, il sindacato che all’Ilva conta 3400 iscritti («gli altri due, Film e Fiom, unite ne raccolgono 2300» spiega Talò).

Cosa succede in questo momento a Taranto?
Per evitare ulteriori mosse incontrollate dei lavoratori, come quelle spontanee di ieri, abbiamo organizzato cinque presidi stabili, che stanno paralizzando l’ingresso della città. Partecipano tutti i lavoratori, secondo le nostre stime si tratta di circa 10 mila persone per strada. L’Ilva, con l’indotto, arriva a 15 mila addetti. In strada sono scesi anche coloro che al momento stavano a casa in cassa integrazione. Quello del gip di ieri è un provvedimento oltre ogni modo pesante, preso per di più in un momento in cui arrivavano le prime cose che noi lavoratori avevamo chiesto, come l’ambientalizzazione dell’azienda. Ora invece, con il sequestro senza licenza d’uso dell’area a caldo, si rischia solo di mandarci tutti a casa.

Cosa chiedono i lavoratori delle acciaierie?
Di ritornare al loro posto di lavoro, tutti, indistintamente. Vengo adesso da un tavolo di lavoro con tutti i lavoratori dell’azienda ma, davanti al provvedimento della magistratura, cosa fare non lo sappiamo. Mentre a Roma stavamo lottando e portando a casa un risultato, il protocollo d’intesa con il ministero e i 336 milioni di euro, nelle stesse ore, in un disegno davvero “diabolico”, la procura ha firmato il provvedimento di sequestro.

Ma l’azienda Ilva aveva collaborato attivamente per quest’intesa con il ministero?
L’Ilva non aveva ancora sottoscritto il protocollo solo per ragioni di tempo: certo che collaborava. La prima fase di questo protocollo prevede infatti che il governo stanziasse fondi e tempi operativi della bonifica dello stabilimento, che poi avrebbe dovuto essere controfirmato dall’azienda. Oggi, dopo il provvedimento della magistratura, vogliamo perciò chiedere all’Ilva di prendere in queste ore una mossa forte, che forse potrebbe sbloccare la decisione della magistratura. Perciò c’è un incontro con i vertici dell’azienda, il presidente Bruno Ferrante, per il primo pomeriggio.

Cosa vi aspetterete che faccia l’Ilva, secondo le indiscrezioni che potete avere in queste ore?
Pensiamo che accetti di dare un contributo economico per gli investimenti di bonifica. E dopo una mossa del genere, che ancora non era arrivata, siccome il provvedimento della magistratura non è ancora esecutivo, magari i giudici potrebbero riesaminarlo.

Sembra quasi, almeno per le circostanze temporali, che il provvedimento giunga a “fagiolo” per sbloccare una posizione dell’Ilva sulla bonifica ambientale. Ma voi vi aspettavate questa mossa del Gip?
Sì, ce l’aspettavamo tutti: solo auspicavamo il sequestro delle acciaierie con licenza d’uso che avrebbe consentito di non arrestare gli altiforni e la produzione. Invece fermare gli impianti a caldo, anche solo per un certo numero di giorni, significa la morte di tutti gli impianti. Rinunciare alla siderurgia, per l’Italia in crisi, è la fine: e non certo solo per Taranto. Fermare noi significa bloccare anche gli stabilimenti Ilva di Genova (da Cornigliano in questo momento è partita una protesta con migliaia di lavoratori) e di Novi Ligure, e quelli delle aziende collegate. Si bloccano le produzioni della Vestas, l’azienda tarantina leader nella produzione di pale eoliche, come quelle della Fiat, che aspettano il nostro acciaio per lavorare. Si crea un effetto domino devastante: per questo chiediamo l’attenzione di tutti al nostro caso, e soprattutto che la magistratura consideri assolutamente tutto questo. 

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