Storia MinimaLa conferma della condanna non può chiudere il dibattito sulla Diaz

La conferma della condanna non può chiudere il dibattito sulla Diaz

La conferma in via definitiva , giovedì 5 luglio, delle condanne per falso aggravato inflitte agli alti funzionari di polizia coinvolti nelle violenze alla scuola Diaz di Genova, il 21 luglio 2001 è stata definita una sentenza storica.

Lo è indubbiamente. Ma non riguarda un ‘eccezione. 50 anni fa, in un clima diverso lo storico Pierre Vidal-Naquet (1930-2006) obbligava l’opinione pubblica francese a riflettere su quella che era stata la guerra d’Algeria, sull’uso della tortura, sulla violazione dello Stato di diritto che uno Stato di diritto e una democrazia politica erano in grado di fare se messi alla prova. La Tortura non è il patrimonio esclusivo dei regini assolutisti e dittatoriali nemici della libertà, come si ricaverebbe dalla sentenza, che ancora lo stesso 5 luglio ha riconosciuto colpevole l’ex dittatore argentino Rafael Videla e gli ha inflitto 50 anni di carcere –riconoscendolo responsabile, in merito alla questione dei bambini rapiti alle madri incarcerate e poi uccise sotto la sua dittatura tra anni ’70 e anni ’80.

La tortura può accadere anche in democrazia e ha una lunga storia e una lunga vita anche dentro i regioni democratici. Noi non siamo fuori da quel cono d’ombra. (db)
 

Allorché unica giustificazione dei mezzi è il fine, qualora il fine non venga raggiunto cade la giustificazione*

Poco dopo la fune della guerra dì’Algeria ci fu un momento in cui la verità segnò un punto a proprio vantaggio e le parole cominciarono a riacquistare il loro vero significato. Fu il 1° agosto 1962 – mentre la Francia era in vacanza – durante il processo intentato a due ufficiali e un sottufficiale disertori, membri dell’OAS e accusati di un assassinio commesso in piena Parigi. In quell’occasione, un ex-ufficiale del 1° Reggimento paracadutisti della legione straniera, il capitano Estoup ebbe il coraggio di re brutalmente e a voce alta ciò che il generale Allard aveva detto in modo sommesso e garbato al giudice incaricato di istruire il processo Audin:

“Come mai – chiese Estoup ai giudici della Corte militare di giustizia istituita dal generale De Gaulle dopo il processo Salan – come mai un brillante ex cadetto di Saint-Cyr classificatosi fra i primi alla scuola militare speciale, come mai questo giovane sottotenente del 1955, si trova oggi nella gabbia di un tribunale? Quale strada ve l’ha condotto e chi ne è responsabile? […] Come spiegare il fatto che da un anno in qua davanti ai tribunali compaiono ufficiali e talvolta sottoufficiali appartenenti tutti o 1uasi tutti allo stesso tipo di corpi (paracadutisti, Legione straniera, commandos)? […] La risposta che io do non è che un inizio di risposta, ma è amara e gravosa.

“Già nelle guerre di tipo convenzionale di affidavano alle unità scelte, talvolta chiamate ‘speciali’ , i compiti più delicati di una missione, come impadronirsi di un forte, liquidare una trincea, ecc. In una guerra come quella algerini gli incarichi più delicati sono stati ancora affidati a unità talvolta dette ‘scelte’, talaltra ‘speciali’, in genere ‘di intervento’. A queste unità toccava di quando in quando andare a stanare il ribelle dal più nascosto dei suoi rifugi; ma, soprattutto, ad esse toccava abitualmente il compito di raccogliere una massa di informazioni. Se da un anno a questa parte davanti ai tribunali militari compaiono ufficiali e graduati provenienti quasi sempre da quelle unità, è perché un giorno fu chiesto loro di raccogliere informazioni, e ‘con ogni mezzo’, fu precisato. Signor presidente, in gergo militare si dice raccogliere informazioni, nel linguaggio elegante si dice incalzare di domande, nella lingua comune torturare. Sotto il vincolo del giuramento io dichiaro, e nessuno oserà contraddirmi, che il tenente Godot al pari di centinaia dei suoi commilitoni ha ricevuto l’ordine di torturare per ottenere informazioni. Io ignoro il grado gerarchico e il nome della più alta autorità che ha dato quest’ordine, del quale non si troverà peraltro alcuna t5raccia scritta; ma so che per la 10° divisione paracadutisti […] l’ordine fu trasmesso agli esecutori dall’autorità del generale Massu. Se mi si dice che questo è falso, io vorrei allora sapere come è potuto accadere che sul finire d’una stessa notte del gennaio 1957 ad Algeri quattro reggimenti di una stessa divisione si siano messi simultaneamente a ‘raccogliere informazioni’. E se veramente non ci fosse stato nessun ordine per quella operazione, come mai poteva avere un nome in codice? Si chiamava infatti ‘operazione Champagne’ ”.

“Ignoro quali possano essere i tormenti di chi dà ordini simili; ma conosco la violenza che subisce chi quegli ordini è tenuto a eseguire. Tutti i miti, tutte le illusioni di Saint-Cyr crollano davanti allo sconosciuto cui l’ex-cadetto deve strappare le informazioni. Egli è come un giovane vicario al quale il vecchio curato, improvvisamente impazzito, ordinasse di violentare le parrocchiane perché il loro fervore è dubbio o vacillante.”

“Ma perché l’ex-cadetto di Saint-Cyr non si rifiutava di eseguire quell’ordine? Perché ai suoi atti era stata assegnata una finalità trascendente. Gli era stato dimostrato che ne andava dell’esito della battaglia, e che questo era il prezzo della vittoria della Francia. Ed egli si ritrovava aggiogato a un dovere la cui norma morale diventava ‘il fine giustifica i mezzi’. Era una crociata e le crociate si rassomigliano tutte, in tutti i tempi,….”

“Allorché unica giustificazione dei mezzi è il fine, qualora il fine non venga raggiunto cade la giustificazione. Nasce allora lo scompiglio delle vergogne indelebili… Se nelle unità d’intervento si sono trovati tanti ‘estremisti’, non è perché a forza di violenze quegli uomini sarebbero diventati dei violenti in cerca di nuove violenze. No. Chi sostiene questo, non ha mai subìto né inflitto sevizie. Io posso testimoniare che un movente segreto, inespresso, interiore, attanagliante, ma importante, che spingeva quegli uomini, era la volontà di non privare di senso il male che avevano commesso. In fondo, il loro atteggiamento equivale all’atto disperato di anime dannate che vogliono vendicarsi del demonio che le ha portate all’inferno […].”

“Il popolo francese, in nome del quale state per rendere giustizia, deve sapere che è stato in suo nome e per suo conto che alcuni dirigenti hanno fatto cadere in trappola gli uomini che qui ora di giudicano”.

Il rovesciamento di posizioni operato da questo discorso, lucido e delirante a un tempo, è straordinario. Nei processi di questo tipo, e specialmente al processo delle barricate, la difesa non mancava mai di far precisare dagli imputati e dai testimoni che le “scandalose” e “menzognere” accuse di tortura avevano avuto un peso determinante nella rivolta degli ufficiali.

Questa volta, con un ragionamento d’una logica impeccabile, la tortura, ammessa apertamente, veniva presentata come una circostanza attenuante. Per la prima volta la vergognosa complicità che aveva unito responsabili ed esecutori si spezzava: un ufficiale analizzava quegli ingranaggi che nelle pagine precedenti noi abbiamo cercato di smontare. Ceto, nella deposizione del capitano Estoup bisogna scontare una certa dose di letteratura: non tutti gli ufficiali torturatori e ribelli erano come il “giovane vicario” da lui descritto; e in conto va tenuto anche il sadismo personale, cui la situazione algerina permetteva di dare libero sfogo; e egualmente bisogna chiedersi, come non si chiedeva il capitano Estoup, perché l’informazione fosse una necessità militare e perché la guerra d’Algeria, se non si concludeva mediante negoziati, non poteva essere che una guerra permanente. Tuttavia, nessuno aveva mai spiegato con tanta forza le tragiche conseguenze della scelta politica che era stata fatta a Parigi. Una seria riflessione sulla deposizione del capitano Estoup (che fu però praticamente ignorata dalla grandissima maggioranza dei giornali), avrebbe permesso di definire e curare la malattia di cui soffre la Francia e che la fine della guerra d’Algeria non ha guarito.

*Pierre Vidal Naquet, La guerra sporca

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