Portineria MilanoL’abolizione delle province dimezza le poltrone della Lega

L’abolizione delle province dimezza le poltrone della Lega

«Se tagliano la provincia di Bergamo, succede la guerra civile…». Basta forse questa vecchia battuta del leader della Lega Nord Umberto Bossi, del maggio 2010, per spiegare l’importanza che hanno avuto (e che hanno tutt’ora) le province tra le fila del Carroccio. Bergamo al momento è salva, ma il Senatùr e il nuovo segretario federale Roberto Maroni – che ha aperto alla riduzione con riserve – non possono di certo dormire sonni tranquilli. E le Upi (associazione province italiane) di Veneto, Lombardia e Piemonte – dove due presidenti su tre sono leghisti – minaccia: «Se non ci sarà una modifica della spending review le province del Nord daranno lo sfratto alle prefetture e agli enti statali in affitto». 

La delibera del consiglio dei ministri del 20 luglio scorso rappresenta un vero e proprio bagno di sangue per i sogni dei leghisti, già provati dal Tanzaniagate e da percentuali elettorali in ribasso. Del resto, da qui al 2014, rischiano di scomparire Varese, Sondrio, Lodi, Treviso e Biella, tutte del Carroccio. Ma al macero vanno pure gli avamposti di centrodestra dove si era consolidato l’asse del Nord, nell’alleanza tra Pdl e Lega, tra Silvio Berlusconi e Bossi, come Monza e Brianza, Vercelli, Asti, Verbania Cusio Ossola, Novara, Lecco, Cremona e Padova.

Il Carroccio ne salva la metà di quelle amministrate: cinque su dieci. Cuneo, dove presidente è Gianna Gancia, compagna dell’ex ministro Roberto Calderoli. Venezia con Francesca Zaccariotto, Bergamo con Ettore Pirovano, Brescia con Daniele Molgora e Udine con Pietro Fontanini. La Lega è sempre stata abbastanza ondivaga nell’affrontare il capitolo dell’abolizione delle province. Nel 2008 il programma di governo con cui Bossi e Berlusconi salirono al potere prevedeva il taglio, ma poi, al solito, tutto si risolse in un nulla di fatto. 

In questi anni – in particolare nell’ultimo governo Berlusconi – la Lega ha radicato la sua presenza sul territorio attraverso questi enti locali. Ha messo un piede importante nelle Fondazioni bancarie, nelle municipalizzate, nelle associazioni industriali e in quelle sindacali o nella gestione delle infrastrutture, assicurandosi bacini elettorali consistenti, che moltiplicavano con le amministrazioni comunali dei sindaci «guerrieri» tanto care proprio a Maroni.

Ma adesso, le cosiddette «ridotte padane» – fortificazioni in gergo militare – di Lombardia, Veneto e Piemonte, sono pronte cadere sotto la scure del governo Monti. In via Bellerio non c’è molto da stare allegri dopo aver perso ministeri e con l’incognita se candidarsi o meno alle politiche del 2013. Sia dal punto di vista politico sia da quello legato alla lottizzazione dei posti di potere, quindi, per i padani si potrebbe trattare di un brusco passo indietro.

Anche per questo motivo, dalle valli del nord, echeggiano le proteste di Dario Galli, che a Varese ha sostituito nel 2008 Marco Reguzzoni, uno che sulla provincia di Varese ha costruito la sua carriera politica, fino ad arrivare a Montecitorio. Ma a lamentarsi è pure Leonardo Muraro, numero uno della provincia di Treviso, che nel 2011 per vincere lanciò la lista Razza Piave, ennesimo esperimento leghista per raccattare più voti nella pancia padana.

Così a Sondrio, dove il leghista Massimo Sertori ha spiegato che «chi propone la soppressione della nostra provincia, probabilmente non c’è mai stato e non sa che ci deve pur essere un motivo per cui questa realtà esisteva ancor prima dell’Unità d’Italia». Oppure a Lodi, dove il presidente Pietro Foroni ha già detto che «non è certo abolendo le province che si risolveranno i problemi della finanza pubblica e degli sprechi di Stato». Persino Pirovano, presidente «salvo» della provincia bergamasca cara al Senatùr, ha sottolineato la riduzione di competenze che rischia di rendere questi enti simili a «delle bocciofile».

Si cerca quindi di trovare un accordo nell’accorpamento, ma pure nei nuovi criteri che saranno usati per l’elezione dei nuovi consigli provinciali. «Chiederemo alla regione, come Upi del Veneto, che restino quattro Province: Verona, Vicenza, Padova con Rovigo, Treviso con Belluno, più l’area metropolitana di Vicenza» ha detto Muraro, che è anche presidente dell’Unione delle province. «Nei prossimi giorni avanzeremo alla Regione perchè decida nel merito», ha aggiunto Muraro, precisando ai giornalisti – a margine dell’assemblea di oggi Verona – che «non è vero che ho già messo in vendita la sede provinciale di Sant’Artemio, anzi il contrario».

Ma in attesa di capire cosa ne sarà delle numerose municipalizzate e dei posti nei consigli di amministrazione che assicura la presidenza di un ente provinciale, si può già dire che la Lega potrebbe perdere un suo uomo nel consiglio di amministrazione della Fondazione Cassamarca, centro di potere nel trevigiano, con una partecipazione importante in Unicredit. La provincia di Treviso assicura un posto a Muraro pure in Ascol Tlc, in Veneto Strade, in Società per l’Autostrada di Alemagna Spa, senza contare le altre partecipate.

A Varese non godranno del potere «bancario» della Marca, ma comunque a livello provinciale i leghisti condividono posti di tutto rispetto nell’Agenzia formativa che – con 6 consiglieri di amministrazione e tre revisori dei conti – pesa sulla finanza pubblica circa 125mila euro. Galli poi non è un presidente di provincia qualunque. Con un posto nel cda di Finmeccanica – oltre ad avere la gestione amministrativa della Scuola Bosina della moglie di Bossi Manuela Marrone – il leghista ha pure un posto in Financiere Fideuram, banca del gruppo Intesa San Paolo.

A Sondrio le partecipate sono moltissime. C’è la Secam, società per lo smaltimento dei rifiuti, la Stps che si occupa del trasporto locale, il Consorzio Valtellina per il turismo, la Skiarea Valchiavenna per gli impianti da sci e molti altri ancora. A Lodi il posto più importante è quello in Cap Holding, attiva nel servizio idrico di regione Lombardia.

A Biella, importante distretto industriale del Piemonte, dove il presidente è il silenzioso padano Roberto Simonetti, si contano posti in Banca Popolare Etica ma pure in Confidi Lombardia. Tra i leghisti in questi giorni circola un battuta. «Non avessimo appoggiato quella di Monza e Brianza nel 2004 avremmo risparmiato quello che adesso si prefigge di risparmiare il governo Monti dall’abolizione di tutte le altre». Insomma, forse in Bellerio, ci si poteva pensare prima. 

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