Quanto paghiamo per farci declassare?

Quanto paghiamo per farci declassare?

È il segreto di Pulcinella. Al ministero dell’Economia tutti lo sanno ma nessuno lo dice. Quanto costa all’Italia farsi giudicare dalle agenzie di rating? Teoricamente – lo paghiamo tutti noi come contribuenti – questa informazione dovrebbe essere pubblica. Invece è custodita gelosamente, e non soltanto in quest’ultimo periodo di crisi. Quali sono le politiche commerciali e quali accordi ha stretto il ministero di via XX Settembre con le tre sorelle del rating? 

A mettere più paura il dipartimento del Tesoro è Moody’s, l’ultima ad aver declassato il merito creditorio italiano da A3 a Baa2, lo scorso 13 luglio, e la seconda dopo Standard & Poor’s ad averlo fatto nell’ottobre 2011. Come dimostra uno scambio di mail tra due alti funzionari di via XX Settembre, letto da Linkiesta, già nell’inverno 2007 l’Italia temeva che un cambiamento dell’analista che seguiva il Paese per conto dell’agenzia americana avrebbe comportato un irrigidimento dei criteri di giudizio. Una preoccupazione confermata da un top manager dell’agenzia Usa, che sotto promessa di anonimato ha detto a Linkiesta: «Dal ministero del Tesoro volevano a tutti i costi sincerarsi che arrivasse un analista in grado di comprendere bene la situazione italiana, non solo finanziaria, ma anche politica». Arrivò Alexander Krockerbeck, tedesco ma formato alla Bocconi di Milano, mentre dall’anno scorso i declassamenti sono a firma di Dietmar Hornung, tedesco che invece ha studiato in Germania.

Da Moody’s fanno sapere che i rating sovrani sono gratuiti in quanto “unsolicited”, cioè “non richiesti” dall’emittente, e che la società si remunera con i servizi a cui privati e aziende sono obbligati ad aderire per poter ricevere dei prestiti dalle banche o andare a reperire capitali freschi sul mercato, o trovare sottoscrittori per il proprio debito. Nell’ultimo trimestre la società ha segnato ricavi pari a 2,4 miliardi di dollari, soltanto il 12% dei quali legato alla finanza pubblica, e il 30% in Europa e Medio Oriente. Il grosso della remunerazione, il 36% del totale, arriva infatti dalle imprese private. Attenzione però: si tratta solo ed esclusivamente di opinioni che i piccoli risparmiatori non dovrebbero considerare, come recita la nota a chiusura dei comunicati:

This credit rating is an opinion as to the creditworthiness or a debt obligation of the issuer, not on the equity securities of the issuer or any form of security that is available to retail investors. It would be dangerous for retail investors to make any investment decision based on this credit rating. If in doubt you should contact your financial or other professional adviser.

Fitch non fornisce alcun tipo di indicazione sui prezzi dei suoi giudizi, ma fonti interne confermano che sui rating sovrani è prevista una remunerazione, che può comprendere servizi supplementari come i giudizi sulle autonomie locali, su cui l’agenzia francese è molto forte. Nelle ultime righe del comunicato, che conferma il giudizio sull’Italia ad A- con prospettive negative, si legge infatti:

The ratings above were solicited by, or on behalf of, the issuer, and therefore, Fitch has been compensated for the provision of the ratings. 

L’unica società che rende pubblici dei prezzi di massima è Standard & Poor’s: per i rating sovrani si va da 45 a 200mila dollari l’anno – e comprendono sia l’emissione del rating che la sorveglianza continua – ma se si tratta di giudizi “unsolicited” cioè “non richiesti” dall’emittente, e quindi non si pagano. La cifra però è meramente indicativa, e non comprende le emissioni obbligazionarie. 

La politica europea non ha ancora affrontato questo problema. Il regolamento comunitario dello scorso marzo, che integra le norme del 2009, pur introducendo alcuni paletti come la registrazione in sede comunitaria delle agenzie di rating e il limite d’ingaggio fissato a tre anni, non affronta il cosiddetto modello “issuer-pays”, cioè il pagamento del servizio di rating da parte dell’emittente, affidandolo ad una relazione che la Commissione guidata da Manuel Barroso presenterà al Parlamento di Strasburgo entro il 7 dicembre prossimo. 

Nel frattempo il differenziale di rendimento tra Btp e Bund tedeschi, al netto dell’interesse negativo pagato da questi ultimi, unico porto sicuro in Eurozona, continua ad allargarsi, e sui mercati si preannuncia un agosto infuocato esattamente come l’anno scorso, se non peggio. Sebbene gli investitori ormai reagiscano con uno sbadiglio ai declassamenti, è l’Europa stessa che ha confermato l’efficacia regolamentare dei loro giudizi, e quindi la conseguente dipendenza dalle loro “opinioni”.

Nella direttiva CRD IV, con cui Bruxelles recepisce gli standard di Basilea III, si afferma infatti: «i requisiti di capitale necessari ad ammortizzare il rischio di credito richiedono una misurazione dello stesso. A volte i rating esterni, seppure imperfetti, rimangono la migliore soluzione disponibile». L’Esma, l’authority comunitaria che vigila sui mercati finanziari, lo scorso marzo ha pubblicato un report che si concentra sulla trasparenza dei processi decisionali, sul timing della pubblicazione dei risultati, sulla presenza di amministratori indipendenti, ma non sulla pubblicazione delle tariffe che gli Stati pagano per farsi bocciare. In attesa della famigerata agenzia di rating europea che Schauble e Barnier ogni tanto citano quando le cose si mettono male davvero. 

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