Ridurre il debito senza danni, la lezione del Belgio

Ridurre il debito senza danni, la lezione del Belgio

BRUXELLES – Un tempo il Belgio era additato come Paese dal debito in esplosione, ben peggio dell’Italia. Poi tutto è cambiato: in 14 anni è passato dal 140% del Pil all’84%.  La ricetta del piccolo regno del Nord Europa, diviso tra fiamminghi e francofoni, è stata oggetto di studio di tanti economisti, da quelli del Fondo Monetario Internazionale alla prestigiosa Bertelsmann Stiftung tedesca. «L’impressionante consolidamento di bilancio del Belgio è un esempio per altri Paesi», afferma l’Fmi in un recente rapporto.

I primi sforzi di consolidamento, iniziano nel 1985, con i primi avanzi primari. Non è sufficiente, e il debito continua a salire. Nel 1993 raggiunge il 137,8% del Pil, mentre il servizio del debito schizza dal 3,5% del Pil del 1970 al 10% del 1988, vanificando gli sforzi di risanamento. Proprio questa situazione allarmante, insieme all’obiettivo di entrare nell’Unione monetaria fin dall’inizio, porteranno a quello che in Belgio chiamano «il glorioso decennio del consolidamento». «La performance del paese – scrive l’Fmi – con quasi un quarto di secolo di cospicui avanzi primari è unica per gli standard dei paesi avanzati».

Proprio i costanti, notevoli avanzi primari (al netto del servizio del debito) intorno al 5-5,5% tra il 1994 e il 2003 sono una delle ricette vincenti del Belgio. Naturalmente, ha giocato un ruolo anche il calo degli interessi sui titoli di Stato belgi, dal 7% del 1992 al 4,8% del 1998. Un fenomeno, quest’ultimo, legato agli stessi sforzi di consolidamento oltre che all’arrivo dell’Unione monetaria.

Il Belgio, in effetti, è riuscito a far calare il debito anno dopo anno, scendendo all’84,1% nel 2007. Il governo, in effetti, fa una delle priorità assolute proprio la riduzione del debito pubblico, e nel 2001 il governo del liberale Guy Verhofstadt, vara un piano quinquennale per riportare il debito sotto il 90% del pil entro il 2005. Obiettivo mancato solo di poco: quell’anno il debito sarà al 92%. Non mancano anche vere e proprie operazioni di restituzione dei prestiti, grazie alla vendita di beni pubblici (compresa parte dell’oro in possesso della Banca Centrale belga): tra il 1996 e il 1997 il Belgio restituisce ai creditori 370 miliardi di franchi (9 miliardi di euro). Poca roba, in termini assoluti (il debito belga di quegli anni è intorno ai 240 miliardi di euro), ma un segnale che, insieme agli avanzi primari, migliora ulteriormente la posizione belga sui mercati finanziari, favorendo un’ulteriore riduzione dei tassi e dunque dei costi del servizio del debito. Un circolo virtuoso.

Tra il 1993 e il 2002, attraverso varie finanziarie, il governo congela la spesa pubblica, facendola in effetti scendere del 5,5% del Pil. In totale, scrive il Fondo montario, «dal 1985 al 2008 il Belgio è riuscito a tenere la spesa primaria al di sotto del gettito», un’impresa non da poco. Al tempo stesso, incrementa il gettito del 2,2%. Cruciale è l’accordo tra tutti i livelli pubblici: le regioni federali, divenute progressivamente sempre più autonome, firmano un patto di stabilità interno che le impegna a contribuire agli obiettivi di bilancio. Come cruciale è il ruolo di “cane da guardia” attribuito al Consiglio Superiore delle Finanze, un’authority di vigilanza sui conti pubblici con autonomia e poteri via via rafforzati.
Importante è però anche come sono stati effettuati i tagli. Colpiti sono soprattutto difesa e pubblica amministrazione. Invece per il welfare e l’istruzione non solo non scende la spesa pubblica, ma addirittura sale un poco. Al tempo stesso, il governo riporta in pareggio i bilanci degli enti della previdenza sociale, soprattutto grazie a una modifica dell’indicizzazione: dall’inflazione nominale a quella scremata invece di prezzi di carburante, tabacco, alcol. Le pendasioni, insomma, continuano ad aumentare anno per anno, ma meno di prima, con enormi risparmi. Nel 1995 viene creato un fondo unico per tutte le spese sociali, mettendo fine a sprechi e doppioni.

Certo, complessivamente aumenta la già elevata pressione fiscale, ma in modo tollerabile: dal 43,3% del Pil del 1993 al 45% del 2002 (del resto nel 2010 era ritornata al 43,9%). Anche qui, però, il quadro è variegato. Da un lato viene aumentata l’Iva in totale di 1,5% e introdotta una tassa sull’energia, sale la pressione sui profitti aziendali e sul reddito delle persone fisiche (con anche un supplemento eccezionale d’imposta per la crisi, pari al 3%, soppresso nel 2000), vengono drasticamente ridotte o annullate moltissime agevolazioni fiscali e sovvenzioni pubbliche alle imprese; dall’altro, con l’obiettivo di promuovere la competitività, viene più volte ridotta la quota di contributi spettante al datore di lavoro. Quella a carico del dipendente sale solo per i redditi più elevati. Il costo del lavoro, insomma, scende senza penalizzare la vasta parte dei lavoratori. Sempre in chiave competitività, nel 1995 e nel 1996 si assiste a un blocco dei salari in termini reali, mentre si inaspriscono le regole per l’accesso al sussidio di disoccupazione: obbligo di corsi, minore facoltà di rifiutare offerte di lavoro etc.
I problemi, naturalmente, non mancano.

Negli ultimi anni la foga risanatrice è andata calando, l’avanzo primario è quasi azzerato mentre il deficit nominale è intorno al 3% del pil. Del resto la crescita langue, il settore bancario resta molto fragile con un’importante esposizione del governo in termini di garanzie, le spese sociali – secondo le raccomandazioni della Commissione Europea – restano ancora troppo alte, la competitività deve ulteriormente esser migliorata. La crisi, inoltre, ha fatto risalire il debito leggermente sopra il 100% del pil quest’anno (contro il 96,2% del 2011). Il governo, comunque, punta a riportarlo entro il 2015 al 92,3%, e la Commissione lo ritiene plausibile. Del resto, gli interessi negativi di questi giorni dimostra che gli investitori – temporaneamente allarmati l’autunno scorso – si sentono ora tranquilli. Diciamo che l’Italia farebbe volentieri a cambio.