Roma vende Acea ma non risolverà la grana del debito

Roma vende Acea ma non risolverà la grana del debito

Aggiornamento: il Consiglio di Stato ha bloccato fino al 24 luglio la vendita di Acea. Ieri il Tar del Lazio aveva bocciato la sospensione urgente della pregiudiziale con cui sono stati accantonati gli ordini del giorno collegati alla delibera sulla vendita del 21% di Acea. 

A Roma il giorno decisivo è sempre domani. La vendita del 21% di Acea – ex municipalizzata quotata in borsa di cui il Comune è azionista di controllo al 51% – doveva chiudersi ieri. E invece niente da fare: si riparte questo pomeriggio con 1.260 emendamenti da votare alla famigerata delibera 32, che da mesi tiene impegnata la giunta assieme al progetto della holding in cui conferire le circa 21 partecipate della municipalità capitolina.

Il Campidoglio è obbligato dal Decreto legge “liberalizzazioni” a scendere sotto il 40% delle controllate quotate in Borsa entro giugno 2013, ma non è un buon momento per vendere senza svendere. I soci privati di Acea, Gdf Suez e Francesco Gaetano Caltagirone, cominciano a spazientirsi. Tanto che, come rivelano fonti finanziarie a Linkiesta, se il piano dell’operazione non dovesse risultare convincente Caltagirone non esclude di mettere sul mercato la propria quota, come avvenuto di recente con il Monte dei Paschi di Siena. Ad Alemanno piace l’ipotesi che coinvolge la Cassa depositi e prestiti, ma da quanto risulta a Linkiesta il dossier non è sul tavolo dell’ente guidato da Giovanni Gorno Tempini e non lo sarà ancora per tutta l’estate.

Da un anno a questa parte il titolo ha perso il 30% del suo valore scendendo a quota 4,4 euro per azione, e l’ultima trimestrale ha evidenziato un utile di 22,4 milioni di euro rispetto ai 33 dei primi tre mesi del 2011, con un margine in miglioramento a 157,9 milioni (+11,7% a/a) ma un debito che sale del 13,5% da 2,32 a 2,63 miliardi di euro. Cifra giustificata, come si legge nella relazione ai conti, «dall’implementazione del nuovo sistema di billing di Acea Energia che ha creato alcuni problemi nella fatturazione e nel processo di recupero del credito e, (iii) dal rallentamento del processo di recupero del credito in generale, soprattutto da parte della Pubblica Amministrazione».

Prendendo a riferimento la capitalizzazione odierna, il 21% vale circa 230 milioni di euro. L’obiettivo del Comune, come noto, è di recuperarne almeno 200. Proventi che, spiega a Linkiesta Alfredo Ferrari (Pd), vicepresidente della Commissione bilancio della giunta romana, «sono già inseriti nel Titolo IV delle Entrate, quindi, oltre ad essere utili per il raggiungimento del patto di stabilità, andranno a finanziare gli investimenti e non la spesa corrente». Il Pd, contrario alla “svendita” di Acea, ha inoltre promesso battaglia per ottenere una gara ad evidenza pubblica per la scelta degli advisor che collocheranno il 21% della società presieduta da Giancarlo Cremonesi. Il quale, dopo le generose sponsorizzazioni agli eventi pubblici della città e i cospicui benefit concessi ai suoi top manager, deve ora affrontare la grana delle dimissioni del direttore finanziario  Giovanni Barberis.

Scritto nero su bianco sul bilancio previsionale 2012 – per l’approvazione del quale la giunta ha tempo fino al 31 agosto grazie a un decreto del ministero dell’Interno ribattezzato “salva-Alemanno” – c’è un dato che stupisce non poco: 1,12 miliardi di euro se ne vanno ogni anno per pagare i 26mila dipendenti comunali. Numero pari agli abitanti di una città come Fidenza, o Ventimiglia. Tanto per fare un di paragone, se andassero a finanziare la spesa corrente i 200 milioni della vendita di Acea coprirebbero soltanto il 16% degli stipendi dei dipendenti comunali. 

Leggendo le altre voci, si scopre che quest’anno entreranno 3,6 miliardi, di cui 656 milioni di euro dall’Imu, altri 59 milioni dalla tassa di soggiorno per i turisti, mentre gli investimenti saranno di oltre 3 miliardi, di cui 750 per la realizzazione della metropolitana. La spesa corrente è di 5,2 miliardi, 1,4 miliardi quella in conto capitale. «Complessivamente è emersa la necessità di reperire 730 milioni di euro per compensare sia i minori trasferimenti da parte dello Stato e della Regione per un importo complessivo di 478 milioni di euro sia la correzione degli utili per l’anticipo di dividendi già affluiti nello scorso esercizio dalle società partecipate (30 milioni di euro)», si legge ancora sul sito del Comune. 

Noccioline, alla luce del debito che grava sulla Capitale. Che ammonta, tra gestione commissariale e ordinaria, a circa 12 miliardi di euro più 4,7 miliardi fuori bilancio a fine 2011. Numeri sui quali la Corte dei conti regionale del Lazio ha acceso un faro, richiamando il Campidoglio per non «aver avviato a soluzione le complesse problematiche» che lo riguardano. La telenovela della commissione che amministra la “bad company” nella quale è stato conferito il debito arretrato, presieduta dal tremontiano Massimo Varazzani, è talmente intricata che i radicali la hanno addirittura trasformata in un fotoromanzo, Romanzo commissariale, e non sembra – leggendo la delibera 22/2012 della magistratura contabile – essere riuscita a risanare il bilancio della capitale.

«Mi sembra che la gestione commissariale si sia immessa in un percorso virtuoso, iniziando a ripagare gli arretrati ai fornitori. Se ci sono dei rilievi della Corte dei Conti, sono sicuro che i commissari ne faranno tesoro», dice a Maurizio Leo, ex assessore al bilancio ora parlamentare Pdl. «Quando ero assessore – conclude Leo – l’anticipo cassa era di 2,6 miliardi, oggi la situazione è migliorata ma rimane piuttosto complessa, alla luce dei tagli dei trasferimenti da parte dello Stato».

Da sempre critico sulla gestione commissariale è il senatore Pd Lucio D’Ubaldo, che oltre a chiedersi l’ammontare dello stipendio di Varazzani denuncia la procedura decisa nel 2008: «La legislazione sul dissesto degli enti locali prevede che i commissari debbano riferire al ministero dell’Interno, in questo caso, invece, i commissari riferiscono direttamente alla presidenza del Consiglio dei ministri. Un’anomalia. All’epoca si è deciso di impacchettare tutto ciò che era immaginabile, compresi i contenziosi sugli espropri degli anni ’60, oltre al capitolo sanità, ma una buona parte di questo debito è di dubbia esigibilità in quanto sono ancora pendenti molti ricorsi».

Il Comune, peraltro, è in crisi d’identità. Dalle competenze ai trasferimenti, alla luce della spending review non è chiaro se Roma Capitale debba mantenere il suo status oppure debba delegare poteri decisionali alla costituenda area metropolitana. Lunedì prossimo è previsto un incontro proprio su questo tema in Regione tra la Polverini e Marco Di Stefano, presidente della Commissione per il federalismo fiscale e Roma Capitale. 

Un altro buco nero sul quale la Corte dei Conti ha posto l’accento riguarda l’Atac, la società che gestisce i trasporti locali travolta dallo scandalo parentopoli. Con una perdita di esercizio al 2011 di 179,2 milioni di euro l’Atac rimane in perdita ma migliora del 43,85% rispetto al 2010. Un risultato ottenuto principalmente grazie a un taglio dei dipendenti, portati da 12.817 agli attuali 10.020 attuali, e di una razionalizzazione delle mansioni e degli stipendi. Nella delibera del 9 febbraio, la Corte dei Conti, Sezione Lazio, puntava il dito contro la gestione della partecipata comunale. In particolare, spiegava che la gestione Atac era stata costretta a chiedere la ricapitalizzazione della società «per essersi, a causa delle continue perdite, azzerato il capitale sociale». Il progetto esposto dall’Amministrazione parla di un conferimento di 290 milioni di euro in attivi patrimoniali perché a corto di cassa. 

C’è poi la questione del personale. L’Atac conta 86 dirigenti sui quali cala l’accusa dell’opposizione per curricula e stipendi (solo per un avere un termine di paragone, l’Atm di Milano ha un numero simile di dipendenti e 32 nel quadro dirigente, quindi molto meno della metà). Il consigliere comunale Massimiliano Valeriani, Pd, spiega sul suo sito che i quadri dirigenziali della società sono mèta di personale poco qualificato per le mansioni svolte e troppo pagati. «Dal 2008 – scrive – i nuovi dirigenti hanno stipendi medi sui 200mila euro con punte di 300mila euro». Una nuova accusa alla gestione Alemanno. Il vicepresidente della commissione mobilità Maurizio Policastro (Pd) spiega che negli ultimi tre anni c’è stata una moltiplicazione del quadro dirigente con conseguente lievitazione costi e un aumento non spiegato dei salari medi, riprendendo le parole di Valeriani sulle scarse competenze del gruppo dirigenziale.

La ristrutturazione societaria è stata annunciata, ma per il momento è in stand by. Era in programma, infatti, di sostituire la guida di Atac con il vecchio gruppo dirigenziale dell’epoca del centro-sinistra. Il voto è rimandato su espressa richiesta del sindaco, con conseguenti minacce di dimissioni dell’assessore Antonello Aurigemma, per evitare di perdere l’appoggio dei suoi in giunta all’avvicinarsi del voto sulla vendita di Acea. E si ritorna alla casella di partenza. 

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