Wiggins, quando la perfida Albione fa innamorare il Tour de France

Wiggins, quando la perfida Albione fa innamorare il Tour de France

Volto scavato e affilato, fisico asciutto asciutto come un’aringa, occhi azzurri come il mare, capelli color del rame e lunghi basettoni anni Settanta alla George Best. È uno spilungone di appena 71 chili distribuiti su centonovanta centimetri. Bradley Wiggins, 32 anni compiuti ad aprile, è il quinto britannico di sua Maestà la Regina a vestire la maglia gialla. Prima di «Wiggo» – da tre giorni in giallo -, Tommy Simpson (’62), Sean Yates (’94), Chris Boardman (’96 e 98: tre meglie) e David Millar (2000).

Fuoriclasse assoluto fino al 2008 su pista, tanto da vincere 6 titoli mondiali (tre nell’inseguimento individuale, due nell’inseguimento a squadre e una nell’americana in coppia con Cavendish, ndr), e tre ori olimpici (Atene e Pechino, due individuali, un a squadre), ha conosciuto anche la depressione e l’alcolismo. «Alle 11 del mattino entravo nel mio pub preferito e non me ne andavo prima di aver bevuto 12 o 13 pinte di birra», ha scritto nell’autobiografia. Un momento buio, terribile, vissuto immediatamente dopo i Giochi di Atene nel 2004 e prima della nascita del figlio nel 2005. Da lì in poi, Brad è cambiato radicalmente, diventando modello d’impegno e dedizione. Una crescita costante e continua, con qualche cotta e anche qualche caduta, come nel Tour dello scorso anno, a frenarne la sua graduale ascesa, che l’ha portato a chiudere il Tour 2009 al quarto posto e la Vuelta di un anno fa al 3°.

«Quest’anno, dal primo raduno in poi, non ho fatto che pensare al Tour. E tra le ricognizioni sulle salite che non conoscevo, il lavoro anche in palestra per aumentare la forza, e lo studio sulla posizione a cronometro, ho fatto tutto quello che dovevo fare».

Ha fatto tanto e bene, al punto da vincere tutte le brevi corse a tappe a cui ha preso parte. Parigi-Nizza, Giro di Romandia e Criterium del Delfinato: un filotto di vittorie che l’ha posto subito tra i grandi favoriti alla vigilia del Tour, al pari dell’australiano Cadel Evans, l’ultimo trionfatore.

Il trampolino per spiccare il volo l’ha trovato a La Planche des Belles Filles, il trampolino delle belle ragazze, sabato scorso. Vince il suo compagno di squadra Chris Froome, keniano di nascita, sudafricano di nascita e residenza, ma inglese di passaporto. Quel giorno, a fare festa con il “keniano bianco” c’è anche “Wiggo” che veste la maglia gialla per la prima volta e, alla domanda dei cronisti che gli chiedono cosa stia provando, lui candido risponde: «Fucking enormous», più o meno «una figata pazzesca».

Un rapporto prima nullo e poi conflittuale con il padre Gary, ex corridore professionista degli anni Ottanta (campione europeo su pista, ndr). Nasce a Gand, in Belgio, dove il padre australiano era impegnato in una Sei Giorni. Evans – secondo nella generale – anche lui è stato abbandonato dal padre all’età di sei anni, ed è australiano come il padre invisibile di “Wiggo”.

Una vita ad inseguire, quella di Wiggins, ma anche a cercare di capire come suo padre Gary sia morto nel 2008 in un vicolo di una cittadina del Galles del sud. Malore o ubriachezza? Alcuni sostengono che sia stato picchiato a morte. Un padre inesistente, che aveva lasciato la famiglia quando Bradley aveva appena due anni. Passa la sua adolescenza a fare casino, con quella rabbia covata dentro che deve essere prima o poi tirata fuori. Cresce ribelle, con quella passione per il calcio e per il rock. Suona la chitarra elettrica, sognando di diventare un giorno Keith Richards dei Rolling Stones. «Avrei voluto giocare a calcio – dice lui che tiene per il Liverpool – ed è quello che per un po’ ho fatto. Ho giocato centrocampista, ma poi ho lasciato: allenarsi è una vera rottura».

È sereno e felice, oggi. Corre per una nazione che lo attende per dare inizio ai Giochi Olimpici, lui che per aver vinto tre ori olimpici è stato insignito dell’Ordine del Impero Britannico, una delle più alte onorificenze (tra gli altri Bill Gates e i Beatles, ndr).

Parla di sé, ma anche degli altri: «Nibali è un discesista fantastico, per fare quelle cose bisogna essere proprio bravi», dice. «Evans non muore mai, non lo si può perdere di vista». E ancora: «Le crono dicono la verità». Parla e risponde sempre con grande lucidità, cercando di non essere mai banale. Gli saltano i nervi, eccome se gli saltano, solo se qualcuno avanza un’analogia fra la Us Postal di Lance Armstrong e la sua Sky. Alla domanda risponde sferzante: «Fucking wankers», fottuti pipparoli.

E a chi gli ha chiesto domenica – suo secondo giorno in giallo – che dieci milioni di inglesi si sono piazzati davanti alla tv per vedere Wimbledon e 400 mila appena per il Tour, lui risponde a denti stretti: «Non scherziamo, non si possono paragonare una cosa enorme come il Tour e una cosetta come il tennis, dove in due ore cominci e hai finito. Al massimo ho sentito di tennisti coi crampi, qui si fa molta più fatica e si rischia la pelle».

Poi torna sereno e sorridente a parlare del suo Tour, dei suoi sogni, del suo cammino verso Parigi. «La strada da percorrere è ancora lunga, però è vero che adesso sono in una posizione fantastica. Non sono una macchina, ma un essere umano e al Tour c’è sempre un altro giorno e ci può essere sempre un brutto giorno, con una crisi o con una caduta. Il mio Tour finisce quando mi sveglierò lunedì 23 luglio, a Parigi, e non ci sarà più una partenza. Se non quella per tornare a casa». E se qualcuno gli chiede cosa fa a casa, lui sorride e dice: «Vivo tra Manchester e Birmingham, in una bella cascina, con mia moglie e il mio bimbo. E sono in molti che mi chiedono cosa faccio lì quando non corro in bicicletta. E io rispondo sempre allo stesso modo: spalo merda, come si fa in tutte le cascine del mondo».

È un personaggio tutto da scoprire e tutto da decrittare. Per questo gli si chiede di tutto, anche come fa un pistard a trasformarsi a un certo punto della sua vita sportiva in un magnifico stradista, capace di accarezzare il grande sogno di vincere il Tour de France: il primo inglese. Lui spiega con poche ma chiare parole: «Undici chili. Questo è il segreto. Lavoro, impegno, ricerca, metodo e tanta applicazione. Vengo dalla pista, dove si lotta sui centesimi di secondo e la ricerca è tutto. Con lo stesso approccio mentale mi sono accostato alla strada. Undici chili, lo ripeto. A Pechino pesavo 82 kg, adesso 71. Prima mi piaceva alzare il gomito, adesso sono praticamente astemio e rigidamente a dieta».

Così Bradley Wiggins, il baronetto della Regina, da inseguitore è passato ad inseguito.

* direttore di tuttoBICI e tuttobiciweb.it 

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