Bot per saldare i debiti con le imprese, “ma così non paghiamo i dipendenti”

Bot per saldare i debiti con le imprese, “ma così non paghiamo i dipendenti”

Il 27 luglio scorso è scaduto il temine, originariamente fissato per il 28 giugno, entro il quale i titolari di crediti nei confronti della pubblica amministrazione hanno potuto presentare domanda di compensazione mediante l’assegnazione di titoli di Stato. È questa una delle opzioni, previste dal decreto “Cresci Italia” del gennaio di quest’anno, con cui, circa 2,7 degli oltre 70 miliardi di euro di debiti scaduti che lo Stato ha per acquisti di servizi e forniture, potrebbero entrare nelle casse delle relative imprese fornitrici.

Vi è da osservare che la misura varata dal Governo per dare ossigeno alle imprese creditrici non ha però convinto le associazioni di categoria. In primis quelle che rappresentano le imprese maggiormente esposte, come quelle edili. Emblematico in tal senso è quanto ha dichiarato negli scorsi giorni il presidente di Ance Veneto, Luigi Schiavo: «I titoli di Stato a fronte di un pagamento diventano un incaglio per le imprese. Con questi strumenti non paghi i dipendenti, non compri materiale, non copri gli investimenti correnti. Lo Stato, alla fine, sta solo cercando di piazzare, in ogni modo, il proprio debito pubblico. Le nostre imprese però hanno bisogno di altro: far ripartire i cantieri e dunque tornare a investire».

In effetti tale modalità di pagamento non pare aver riscosso l’adesione sperata da parte delle aziende creditrici. Nonostante sia stata proprio studiata su loro misura, nell’ottica di favorire l’accelerazione dei tempi di pagamento dei debiti della pubblica amministrazione verso il variegato mondo delle imprese. Da quelle che operano nel settore edile, che vanterebbero crediti verso lo Stato per circa 20 miliardi; a quelle attive nel settore biomedicale e nella produzione di farmaci esposte per almeno 10 miliardi; fino alle aziende che danno formazione ai dipendenti pubblici. In migliaia di casi l’attesa di essere pagati dura anche da quattro anni.

Sul mancato successo della misura pesa innanzitutto la sua genesi attuativa, che ha richiesto mesi. E poi l’iter burocratico per ottenere il pagamento con titoli di Stato è così articolato e cadenzato secondo tempi troppo lunghi, da essere oggettivamente scoraggiante.

Si consideri infatti prima di tutto come, dopo il decreto “Cresci Italia” del 24 gennaio scorso – al cui interno era stata prevista anche tale innovativa opzione di pagamento – si sia dovuto attendere addirittura quattro mesi perché venisse varato il decreto attuativo del Ministero dell’economia e delle finanze. Per dire cosa? Ciò che avrebbe già potuto stabilire il decreto “Cresci Italia”. Facendo così guadagnare circa 120 giorni alle imprese con l’acqua alla gola.

Perché quattro mesi sono davvero troppi per illustrare aspetti banali. Ossia per declinare la tipologia di credito di cui si può chiedere il rimborso, stabilire l’entità massima della somma utilizzabile (2 miliardi, a cui si sono aggiunti altri 700 milioni), dire a quale ente vanno presentate le domande, costruire i relativi modelli da compilare, che altro non sono che semplicissime tabelle in Excel.

Un altro mese se n’è poi andato per l’entrata in vigore della legge di conversione del decreto di gennaio. Ciò è avvenuto il 22 giugno. Il giorno prima, però, in ossequio al principio ferreo per cui una insana burocrazia, come quella italiana, non può farsi mancare proprio nulla, sul contenuto del provvedimento è intervenuto il dipartimento della Ragioneria di Stato. Che, attraverso una circolare esplicativa di «appena» 10 pagine ha fornito «le necessarie istruzioni operative sul processo con cui raccogliere, informatizzare, analizzare e trasmettere le richieste dei creditori».

Si è trattato in sostanza di una circolare “copincollosa”, che cioè riproduce, sviluppandone con il consueto uso di un ampolloso quanto inutile burocratese, le previsioni del decreto del 22 maggio. Il quale ha sancito che tutto l’iter consti di una serie di passaggi, che per il loro espletamento richiedono complessivamente tre mesi. Tempo rigorosamente non comprimibile in alcun modo. Ecco in sintesi i principali passaggi del lungo e tortuoso percorso burocratico: l’amministrazione debitrice che avrà ricevuto la domanda di estinzione del debito, dopo aver esperito una prima fase istruttoria, inoltrerà l’elenco dei crediti al «coesistente Ufficio centrale del bilancio entro il 31 luglio (che diverrà il 30 agosto, a seguito della proroga per la presentazione della domanda di 30 giorni)»; l’Ufficio centrale del bilancio, fatte a sua volta tutte le verifiche del caso, invierà la documentazione «per l’inoltro all’Ufficio centrale del bilancio entro il 31 agosto 2012 (che diventerà il 30 settembre)».

Non è finita qui. Perché ciascun ufficio centrale del bilancio ripredisporrà due liste che verranno trasmesse, entro il 28 ottobre all’Ispettorato generale del bilancio del dipartimento della Ragioneria dello Stato. Compiuto un nuovo vaglio, per il quale saranno necessari altri due mesi, l’elenco definitivo verrà poi trasmesso al Dipartimento del Tesoro del ministero dell’Economia e delle Finanze, che «provvederà all’emissione ed assegnazione dei titoli di Stato».

Solo a questo punto, l’impresa creditrice riceverà gli agognati titoli di Stato. Sempre che, dopo circa dieci mesi di attesa dal decreto del 24 gennaio 2011, in presenza di un mercato sempre più tempestoso e stretta nella morsa del credit crunch, sarà stata capace, come è improbabile, di sopravvivere.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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