Mi consentoCara Repubblica, allora in questi anni sei stato un giornale di destra?

Cara Repubblica, allora in questi anni sei stato un giornale di destra?

Il dibattito è di quelli densi, che meriterebbero e meritano una elaborazione lunga e approfondita, e una discussione la più ampia possibile. Che cos’è la destra e che cos’è la sinistra, per dirla alla Giorgio Gaber. Il tema è serio. E oggi lo pone (e a modo suo lo risolve anche) il direttore di Repubblica Ezio Mauro in un lungo e atteso editoriale sulla trattativa Stato-mafia e sulla diversità di opinioni in seno al quotidiano di De Benedetti: la linea Scalfari (dalla parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), e quella Zagrebelsky, (dalla parte della procura di Palermo). E perdonate la semplificazione.

Il direttore di Repubblica scrive un lungo articolo in cui mette nero su bianco i seguenti concetti: i cittadini hanno diritto a conoscere la verità sull’eventuale trattativa Stato-mafia; i magistrati facciano i magistrati e non gli storici; i consiglieri del Quirinale non hanno svolto al meglio il loro compito, che era ed è quello di tutelare il capo dello Stato; lui, Ezio Mauro, non avrebbe sollevato il conflitto di attribuzione sulla liceità di intercettare il presidente della Repubblica; ma lui, Ezio Mauro, considera legittimo l’atto di Napolitano.

E poi si giunge al nodo: “Il fatto – scrive Mauro – è che l’onda anomala del berlusconismo ha spinto nella nostra metà del campo (che noi chiamiamo sinistra) forze, linguaggi, comportamenti e pulsioni che sono oggettivamente di destra. Una destra diversa dal berlusconismo, evidentemente, ma sempre destra: zero spirito repubblicano, senso istituzionale sottozero (come se lo Stato fosse nemico), totale insensibilità sociale ai temi del lavoro, della disuguaglianza e dell’emancipazione, delega alle Procure non per la giustizia ma per la redenzione della politica, considerata tutta da buttare, come una cosa sporca”.

E ancora: “Ecco perché per coloro che sostengono queste posizioni Berlusconi non è mai stato il vero avversario, ma semplicemente lo strumento con cui suonare la loro musica. Per questa nuova destra, Napolitano e Berlusconi devono essere uguali, ingannando i cittadini. E infatti, mentre D’Avanzo rivolgeva le nostre dieci domande a Berlusconi ogni giorno, la nuova destra canzonava il Cavaliere in un linguaggio da Bagaglino, con un “calandrinismo” che rompeva la cornice drammatica in cui stava avvenendo quella prova di forza: deridendo i nomi (incolpevoli, almeno loro) delle persone, scherzando coi loro difetti fisici, stilemi tipici da sempre della destra peggiore. Non Montanelli, per favore, ma il Borghese degli anni più torvi. Altro che guerra civile a sinistra. Siamo davanti a parole e opere tipiche di una nuova destra che lavora trasversalmente e insidia il campo “democratico” per la debolezza culturale e lo scarso spirito di battaglia della sinistra italiana, e per l’eccessiva indulgenza che tutti abbiamo avuto con l’antipolitica, davanti all’inconcludenza della politica italiana. Finché questo equivoco finirà, e dopo la definitiva uscita di scena di Berlusconi la destra starà finalmente con la destra e la sinistra con la sinistra”.

Il riferimento è chiaro, sin troppo. Il riferimento è al Fatto quotidiano, peraltro mai citato, e soprattutto a Marco Travaglio. In soldoni, il concetto è: non c’è alcuna frattura a sinistra, perché noi siamo la sinistra. Loro, invece, sono la destra. Atteggiamento e reazione tipica di chi è di sinistra, o comunque come tale si percepisce: traccia una linea e delimita il campo: noi di qua, voi di là.

Ma il discorso è complesso. Se per quel che concerne Travaglio, la questione può essere liquidata in poche parole. Lui è di destra, non lo ha mai nascosto, ed è evidente. E in ogni caso, è stato un autorevole giornalista di Repubblica. E, come ricorda Caldarola, lo è ancora dell’Espresso. Il punto, però, non è Travaglio. E nemmeno Antonio Padellaro, direttore del Fatto quotidiano, indubbiamente e storicamente un uomo di sinistra. Il nodo sono quei 50mila (o più) lettori che quotidianamente acquistano il giornale con la testata rossa e quegli altri che simpatizzano per la stessa testata (per non parlare dei libri di Travaglio). Sono tutti di destra? Lo sanno anche i bambini che non è così. Anzi, a dirla tutta, non conosco nessuna persona di destra che compri il Fatto. Tutti quelli di mia conoscenza che lo acquistano sono di sinistra, convintamente di sinistra, geneticamente di sinistra.

E adesso come la mettiamo? Magari potremmo porci un’altra domanda: chi ha allevato queste persone? Chi ha creato questo clima? Chi ha dato loro da mangiare per anni per poi cambiare improvvisamente menù? Ezio Mauro glissa sapientemente su cosa è stata Repubblica da Mani pulite in qua. E, soprattutto, affida all’oblio il bollettino delle intercettazioni che per anni è servito nel tentativo di sgretolare l’impalcatura di Berlusconi. Così come affida all’oblio una ragazza di nome Noemi e una cittadina alle porte di Napoli, Casoria. Per chi avesse scarsa memoria, linko qui un’intervista a quattro mani (quattro mani!) all’ex fidanzato di Noemi, tal Gino Flaminio, con precedenti penali. Non era un giornale di destra quello? Non lo era solo perché il nemico era unanimemente riconosciuto come tale? O perché vendere qualche copia in più valeva bene un’intervista a Gino Flaminio? Chi dirigeva il quotidiano di largo Fochetti quando le pagine di politica somigliavano a quelle di Novella Duemila?

Per essere più credibile, Ezio Mauro avrebbe dovuto accennare a un’autocritica. Magari aprendo un dibattito, ampio, vero, crudo, sul comportamento della sinistra in questi vent’anni. È troppo facile ora che i buoi sono fuggiti dalla stalla alla ricerca di quel fieno che non viene più concesso loro. Ovviamente la discussione è appena cominciata. Qui su Linkiesta mi auguro che prosegua a lungo. A partire da un intervento di Peppino Caldarola, le cui posizioni oggi sono state accennate nel blog.

Dopo l’editoriale di Mauro, nel Pci un tempo si sarebbe detto: “manca l’analisi”. E senza l’analisi si rischia di navigare a vista, virando a seconda delle convenienze del momento.