Commissari straordinari, il giudice Lamanna accusa: «Nomine clientelari»

Commissari straordinari, il giudice Lamanna accusa: «Nomine clientelari»

Il più famoso in Italia è il supercommissario per la spending review Enrico Bondi, mentre dall’altra parte dell’Atlantico sotto i riflettori c’è Irving Picard. Segni particolari: curatori fallimentari, commissari straordinari, liquidatori. Il primo ha risollevato Parmalat dalla gestione Tanzi, il secondo si sta occupando di risarcire, con laute parcelle, gli investitori che hanno sottoscritto i fondi di Bernie Madoff.

Alessandro Della Chà, Luigi Amendola, Paolo Carotti, invece, sono nomi che ai più non dicono nulla. Eppure sarà grazie a loro che saranno risarciti, rispettivamente, i creditori delle holding immobiliari che appartenevano alla famiglia Ligresti, quelli del Pastificio Amato e della casa automobilistica De Tomaso, tanto per citare alcuni esempi illustri. Un mestiere difficile, che può costare la vita, come è successo ad Ausonio Coli, assassinato nel 2004 da un concessionario fallito: colpevole di aver fatto il proprio dovere. Proprio come Giorgio Ambrosoli, l’«eroe borghese» che tenne la schiena dritta nella liquidazione della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

Il lavoro non manca. Nei primi tre mesi del 2012 hanno portato i libri in Tribunale 33 aziende al giorno, per un totale di 3mila società (dati Crif-Cribis D&B). Un dato sostanzialmente in linea con il primo trimestre 2011 (+0,4%) ma drammaticamente in crescita rispetto al 36,6% rispetto allo stesso periodo del 2009. A livello di domande di concordato preventivo (dati Cerved), il 2011 ha segnato 4% rispetto ai dodici mesi precedenti (11.707 domande contro le 11.289 del 2010). Numeri che spiegano da soli quanto sia delicato il compito che tocca a chi deve tanto valorizzare gli attivi della società sul mercato quanto muovere azioni di responsabilità ad amministratori e sindaci. Il tutto nel più breve tempo possibile. Nell’80% dei casi la figura professionale a cui ci si affida è quella del commercialista.

Lo conferma una ricerca condotta nel 2011 da Pbg, società specializzata in vendite fallimentari, in collaborazione con l’Università di Cassino, secondo cui degli 8mila curatori fallimentari in Italia ben 4 su 5 sono appunto (il 76% dei quali uomini di età compresa tra 40 e 50 anni) con una media 1,5 procedure a testa. In Germania invece, scrive Italia Oggi, gli iscritti alla Vid, l’associazione dei curatori fallimentari, sono soltanto 450 e per essere nominabili devono aver maturato almeno cinque anni di esperienza sul campo. L’aggiornamento professionale è una conditio sine qua non. In Italia esiste un’associazione dei curatori fallimentari attiva dal 1992, che organizza corsi di specializzazione.

«Una volta si diceva che il curatore fallimentare doveva essere anzitutto un buon venditore. In realtà la materia è talmente complessa che bisogna conoscere il diritto del lavoro, il diritto tributario e d’impresa. Oggi soltanto gli studi con staff molto grandi e quindi molte risorse sono in grado di gestire le procedure», spiega a Linkiesta il giudice Filippo Lamanna, presidente della Seconda sezione civile del Tribunale di Milano, il più grande tribunale fallimentare d’Italia. 

La riforma della materia, risalente al 2006, ha cambiato i connotati della figura del curatore fallimentare. Se prima il suo compito si svolgeva sotto la direzione del giudice delegato, ora è passato sotto la vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori, organo al quale i curatori devono fare rapporto ogni sei mesi e da cui passa l’autorizzazione di tutti gli atti che riguardano l’amministrazione straordinaria. Secondo una ricerca condotta da Assonime, però, il comitato si costituisce soltanto nel 50% dei casi. Il curatore post riforma, inoltre, è chiamato a stilare un progetto di stato passivo e un programma di liquidazione degli attivi, che passa per il via libera del giudice una volta incassato l’ok del comitato dei creditori, quando c’è.

«Da un punto di vista generale ritengo che tutti i procedimenti che arrivano in tribunale debbano sottostare a tutta una serie di regole che non sono conformi con i criteri dell’economia. Il tribunale non è certo il mezzo più veloce per arrivare a risolvere un problema di continuità aziendale», osserva Lucio Ghia, decano dei curatori fallimentari e autore con Fausto Severini del Trattato delle procedure concorsuali (Utet). Una voce molto critica sulla bontà della riforma varata sei anni fa. «Le ristrutturazioni si potrebbero svolgere al di fuori dei tribunali con accordi tra creditori e debitori, presi in esame dal giudice soltanto dal punto di vista formale. È quello che gli americani chiamano settlement agreement», continua Ghia. «In un periodo di recessione in cui non si compra e si vende nulla, come si può riuscire a ristrutturare in fretta?», chiede Ghia. Il giudice non può fare anche l’imprenditore sebbene «la precedenza nei rimborsi data ai creditori che finanziano le spese di riconversione dell’azienda è un ottimo passo in avanti». Troppo poco, tuttavia, per accorciare quei 6-7 anni che passano tra il momento in cui la società porta i libri in tribunale e quello in cui i creditori ricevono le loro spettanze. 

Nomine clientelari al ministero. C’è poi la questione non secondaria delle rendite di posizione. Soprattutto quando a gestire le crisi è il ministero dello Sviluppo economico, che all’inizio dell’anno aveva ben 230 tavoli aperti sulle imprese in amministrazione straordinaria, da Termini Imerese a Fincantieri fino a Irisbus. «La problematicità si sviluppa presso il ministero dello Sviluppo economico, dove c’è una discrezionalità assoluta nella nomina degli amministratori. Nomine che molto spesso sono di carattere clientelare. Ne consegue che i salvataggi sono prossimi allo zero e i commissari sempre gli stessi, e il grosso delle somme recuperate se ne va in parcelle», denuncia Lamanna. «Recentemente – aggiunge il giudice – ho partecipato al tavolo tecnico predisposto dal ministero nell’ambito del decreto Sviluppo, e avevo proposto di cambiare l’attuale impostazione normativa proponendo, quando si tratta di procedure sul loro territorio, che siano i tribunali e non il ministero a nominare gli amministratori straordinari». La proposta non è passata. 

Al foro meneghino la rotazione dei curatori fallimentari è annuale e automatica, proprio per evitare rendite di posizione. Chi viene nominato non può avere più di 72 anni, deve essere iscritto all’albo degli avvocati o dei commercialisti da almeno cinque anni e deve dimostrare di avere un’esperienza specifica presso altri studi di curatori. Una volta immessi nel flusso delle nomine, i magistrati esprimono un “rating” sul loro operato, che può determinare l’esclusione dalle liste. Purtroppo, questo standard non è applicato su scala nazionale: ogni tribunale decide in autonomia.

Se la paga di un curatore fallimentare è stabilita in percentuale sui cespiti recuperati – la legge del 2006 prevede che da essi vadano decurtate le spese di consulenza affidata a terzi – manca però un incentivo dal punto di vista temporale. «All’epoca della riforma avevo proposto di inserire una norma che parametrasse il compenso dei curatori in modo inversamente proporzionale al tempo in cui si conclude la procedura», osserva ancora Ghia. Anche in questo caso l’idea, che trae spunto dal sistema tedesco,  non ha avuto alcun seguito da parte della politica. Secondo un’indagine dello scorso aprile curato da Assonime, le percentuali di recupero ante riforma si assestavano soltanto all’8%, mentre ora sui procedimenti già chiusi il dato medio sarebbe addirittura inferiore. 

«Occorre un incentivo per l’imprenditore in difficoltà a far emergere la sua situazione prima possibile, introducendo misure di allerta e prevenzione, aggiunge nota Lamanna. In Italia si arriva al fallimento quando ormai situazione è deteriorata al punto da non consentire salvataggi, e ciò provoca a sua volta l’insolvenza delle imprese vicine a quella malata, come i fornitori». Il tribunale dovrebbe essere dunque dotato di strumenti di prevenzione, ad esempio un collegamento più stretto con l’Inps e l’Agenzia delle entrate, o anche i sindaci delle società o le organizzazioni sindacali. Soggetti che, quando notano un comportamento anomalo sui pagamenti, sono in grado di segnalare la situazione per tempo al tribunale. Una misura a costo zero per i contribuenti.

antonio.vanuzzo@linkiesta.it