Post SilvioGoverno Monti: la serietà c’è, manca la speranza

Governo Monti: la serietà c’è, manca la speranza

Queste Olimpiadi ci volevano proprio. Colori, facce, passioni, vittorie, sconfitte, battute, polemiche, occasioni di rivincita. Aria ossigenata, anche dentro alle finestre sbarrate del nostro sistema mediatico, di cui siamo parte anche noi de Linkiesta. Tutti presi in un vortice sincopato di parole come crisi, spread, recessione, ripetute spesso molto velocemente nel corso dei giorni, a volte urlate, spesso analizzate e discusse, ma con la sensazione che mai si produca nuova realtà o germi di cambiamento. Tanto che quando arrivano le olimpiadi, quelle parole crude e buie di prima (spread, crisi, recessione) continuano a esserci, ma improvvisamente sembrano comprimarie: lo spread, la finale del primario riscatto di Federica Pellegrini, le parole di Monti che rinfaccia lo spread ai partiti, i tragici dati della disoccupazione che ha ormai la sgradevole irregolarità dei bollettini di guerra.

Ma un giorno, non lontano, anche le Olimpiadi per definizione finiranno. Con gli Europei ampiamente alle spalle, le occasioni di “distrazione” scarseggiano: e del resto, tornare a concentrarci non sembra affatto una cattiva idea. L’economia reale in Italia va molto male: male i dati sulla crescita, malissimo quelli sulla disoccupazione. Lo spread, tra quelli che stanno ripartendo e noi, sta tutto lì. Poi c’è l’altro spread, quello “tecnico”, che dice che i mercati (quell’insieme di operatori che sono in grado di decidere per tutti quanto vale cosa) di noi non si fidano. Al di là di tutto, e di molte enfatizzazioni e strumentalizzazioni di vario segno sull’indicatore spread, è difficile dare loro torto.

Un Paese fermo da circa vent’anni, che non ha fatto riforme strutturali in grado di riconoscere e indirizzare nuove realtà sociali ed economiche, che non ha risolto – e neppure scalfito – i suoi problemi atavici di economia sommersa. Sprechi di Stato, profonde iniquità tra territori e Stato centrale, criminalità organizzata e intrecciata al tessuto socio-economico, èlite vecchie e anti-meritocratiche. Un Paese tanto fermo che, anche adesso che al governo c’è Monti e i partiti faticano a trovare una via qualsiasi per evolversi, sembra a tratti avere la tentazione di tornare al passato: quasi sperando, nichilisticamente, di potersi ancora una volta dividere tra chi sta con Berlusconi e chi sta contro.

Ovviamente, questo sarebbe il modo migliore per non parlare dei nostri problemi, parlando invece (ma davvero si preferisce?) di Berlusconi. Noi, che come giornale siamo nati con l’ambizione di raccontare il Paese e la sua economia con voci e dati, stiamo incontrando una realtà stanca e spaventata, spesso impoverita e a tratti sfibrata, ma anche, ancora una volta, un Paese che inventa, che resiste sui mercati, che crea opportunità in Italia e all’estero. Sì, è vero, c’è il crollo dei consumi e in tanti accorciano le vacanze o tagliano le spese. Ma c’è un’Italia che continua ad avere successo, a fare utili, perfino a vedere un valore in questa crisi che obbliga tutti noi a ripensarci nel rapporto con l’economia, i guadagni e i consumi. Insomma, questa crisi non è la fine del mondo, nè la fine dell’euro e della sua confusa e spesso incomprensibile madre, che è l’Europa. Non sarà nemmeno la fine dell’Italia che però, inutile nascondercelo, rimane uno degli anelli deboli della catena.

Il punto – è bene chiarirselo tutti – non è essere invitati al tavolo dei grandi dai “mercati”, ma crescere in benessere diffuso e qualità della vita come Paese. E la seconda cosa spesso è legata in un inscindibile rapporto di causa-effetto con la prima. Il governo Monti, questa strana esperienza di una èlite tecnica e accademica impiantata tutta insieme nel palazzo di Roma, ha tanti limiti ma un pregio fondativo: nasce dal riconoscimento (più o meno esplicito) che il nostro Paese ha dei guai seri, e li deve curare. Li ha guariti il governo Monti? Ovviamente no. Ha provato a indicarli, a curarli fin dove si può. Ma non c’è alcun dubbio che l’Italia ha bisogno di una cura ben più solida e strutturata, dotata di più ampia missione e di più libera visione. Di più coraggio nel toccare i veri privilegi e le vere caste, i tanti protetti e remunerati senza ragione, e le troppe tasse che di tutto sono la spina dorsale. Di maggior contatto, infine, coi temi reali delle vite quotidiane dei cittadini, di un aggancio tra persone e governanti, che sarebbe poi l’elemento essenziale delle democrazie. 

Sono, queste, prospettive che, per definizione, appartengono alla vera politica. Di lei hanno bisogno, e del coraggio – non sbruffone, non irrealistico, non facilone – di dire a un Paese come l’Italia che, impegnandosi, sacrificandosi, spendendosi, ce la farà e alla grande. Serve insomma un grande progetto politico: che dalla consapevolezza dei rischi che corriamo non può prescidere, ma che neppure può fare a meno dell’ambizione di chi sa che, l’unico modo che si ha per partecipare è quello di provare a vincere.  

La versione in inglese e in tedesco dell’editoriale su The European.

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