La Grecia è in mutande ma c’è chi investe, dalla marina al solare

La Grecia è in mutande ma c’è chi investe, dalla marina al solare

Sebbene il suo debito sul mercato non lo voglia nessuno, non solo c’è chi continua a investire in Grecia, ma alcuni settori dell’economia ellenica stanno addirittura meglio della Germania. Sul fronte macroeconomico la situazione è disperata: «Più tempo non è la soluzione ai problemi» di Atene, ha detto oggi il potente ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, aggiungendo che l’Europa ha già raggiunto il limite agli aiuti che è possibile erogare per far risalire la china al Paese. La risposta di Berlino arriva a poche ore di distanza dall’intervista di Antonis Samaras alla Bild, in cui il premier ha ribadito la necessità di avere «un po’ più di respiro per far girare l’economia e aumentare gli introiti statali. Più tempo non significa automaticamente più soldi».

«È mio auspicio che la Grecia resti nell’Eurozona. Questa è la mia volontà, la nostra volontà e lo diciamo da quando la crisi è iniziata» ma la Grecia, dal canto suo, «deve naturalmente fare gli sforzi necessari», ha detto Francois Hollande al termine del meeting odierno con Angela Merkel, la quale ha ribadito: «È importante per me che tutti rimaniamo fedeli ai nostri impegni e soprattutto che aspettiamo il resoconto della troika per vedere qual è il risultato». Oggi continua a Berlino il roadshow di Samaras, che sarà sabato a Parigi. Ieri l’altro il numero uno dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha messo un primo punto sulla prossima tranche di aiuti (31,5 miliardi) affermando che non sarà presa alcuna decisione prima di ottobre, quando gli esperti della troika Ue-Bce-Fmi avranno completato la ricognizione sull’avanzamento dei tagli imposti da Bruxelles a condizione del salvataggio. Aggiungendo che per Atene si tratta «dell’ultima chance» per essere credibili davanti agli occhi dei creditori internazionali.

Nelle prossime settimane, ha assicurato Samaras, sarà approvato un piano che prevede tagli alla spesa per 11,5 miliardi di euro. Si cercano tutti i modi per fare cassa: a Le Monde il premier ha detto che saranno messe sul mercato nuove isole attualmente disabitate. Tuttavia, come ha spiegato ieri l’altro un funzionario ellenico alla Reuters: «per arrivare a un taglio netto della spesa di 11,5 miliardi di euro è necessario un aggiustamento del valore nominale di 13,5 miliardi». All’appello dunque mancano 2 miliardi per neutralizzare l’impatto negativo della recessione sulla riscossione dei tributi. Nel secondo trimestre dell’anno il Pil greco si è contratto del 6,2% (dati Eurostat), mentre il tasso di sofferenza sui 240 miliardi prestati dalle banche a famiglie e imprese è salito al 15 per cento. 

Difficoltà che non spaventano le molte aziende che stanno seguendo l’esempio del gruppo belga della grande distribuzione Delhaize, il quale ha aperto negli ultimi tre mesi sei punti vendita, portando a 259 il numero totale dei supermercati della controllata Alfa Beta. Mossa uguale e contraria a Carrefour, che a giugno ha ceduto il marchio al gruppo Marinopoulos dopo un meno 16% nelle vendite nel primo trimestre dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2011.

Secondo Nicholas Economides, professore di Economia alla Stern School of Business dell’Università di New York, intervistato dal celebre blog finanziario statunitense Seeking Alpha, le opportunità d’investimento nel Paese non mancano: «Nonostante ci siano centinaia di migliaia di imprese turistiche in Grecia, ci sono delle enormi possibilità per le navi da crociera per visitare il Paese e le isole». «Un altro settore dove ci sono delle possibilità di sviluppo è il traffico marittimo», continua Economides, che osserva: «Gran parte delle funzioni critiche dell’industria marittima (brokeraggio, assicurazioni, etc) avvengono nel porto di Atene. E sebbene l’indotto non abbia effetto sul Pil nazionale, in quanto avviene in alto mare, è economicamente significativa e dà lavoro a centinaia di migliaia di persone». Altri due settori consigliati dal professore americano è l’agricoltura biologica e l’energia solare. Enel Green Power, ad esempio, lo scorso giugno ha annunciato la costruzione di quattro parchi fotovoltaici nella regione del Peloponneso per 17 MW.

Le statistiche dell’autorità portuale del Pireo (dati 2011, ultimi disponibili), non lasciano scampo a dubbi: l’import-export ha subito un collasso del 77% in dodici mesi, ma il cosiddetto “transshipment”, cioè lo scambio di container tra due navi – ad esempio i grossi cargo che arrivano dall’Asia smistano al Pireo i carichi che poi riprendono la rotta verso Smirne – è salito del 118% nello stesso lasso di tempo. Peccato che questo tipo di operazioni siano extrafiscali, e non lascino quindi risorse sul territorio. Pireo significa essenzialmente Cosco Pacific, controllata della compagnia cinese Cosco, che dal 2010 gestisce 2 terminal container su 3 complessivi con un contratto di leasing per 35 anni dal valore di 4,2 miliardi di dollari l’anno per trasformarlo nell’hub del Mediterraneo.

L’alleanza tra Cina e Grecia riguarda anche gli armatori, agevolati da un regime fiscale vantaggioso. Un asse che sta dando i suoi frutti: ironia della sorte, le compagnie tedesche che non hanno retto alla crisi del commercio via container oggi sono facile preda proprio delle rivali greche, che scoppiano di liquidità. «Gli armatori greci sono seduti su un mare di soldi, sono nel loro bozzolo, completamente avulsi dai problemi politici del Paese», ha spiegato di recente al Telegraph Dimitris Morochartzis dei Lloyd’s di Londra. Un esempio: Costamare nel 2011 ha speso 1,2 miliardi di dollari per implementare la sua flotta, e il mese scorso ha rilevato la tedesca Stadt Lubeck per 11,3 milioni di dollari, con un finanziamento – e qui la vendetta si è compiuta – dalla tedesca Hypovereinsbank, controllata oggi da Unicredit. 

«Abbiamo il più imponente programma di privatizzazioni nel mondo e questa è un’importante area dove le compagnia cinesi dovrebbero farsi avanti» ha dichiarato Aristomenis Syngros, presidente esecutivo dell’Agenzia per l’attrazione degli investimenti nel Paese all’agenzia stampa di Stato cinese Xinhua. Il riferimento è ovviamente all’imponente programma di privatizzazioni da 50 miliardi di euro da qui al 2015. Secondo i dati della banca centrale ellenica l’afflusso di capitali esteri continua a crescere a ritmi sostenuti: nel 2011 gli investimenti stranieri diretti ad Atene sono saliti a 3,2 miliardi di euro rispetto ai 2,7 miliardi del 2010, anche se per l’Ocse il peso sul Pil è sceso dal 17,7% del 2007 al 9,4% del 2011 – mentre l’export è passato da 14,6 miliardi di euro nel 2009 a 22,4 miliardi nel 2011, a fronte di un calo dell’import da 46 a 42 miliardi di euro nel medesimo lasso di tempo. 

L’agricoltura è un altro settore potenzialmente attrattivo, anche se le certificazioni di qualità sono una vera e propria giungla, non essendo standardizzate e spesso nemmeno riconosciute a livello internazionale.Secondo il report curato da McKinsey (tra i consulenti del governo italiano) per l’associazione bancaria ellenica, i vantaggi del settore sono rappresentati da due elementi: l’elevata quota di export, circa l’80%, e il basso costo della manodopera – il settore impiega il 13% della forza lavoro totale – il 15% in meno rispetto alla media europea. Per ogni abitante del Paese ci sono 12 ulivi. Ne approfitterà ancora una volta la Cina? 

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