“La spesa pubblica è questione di qualità, non di quantità”

“La spesa pubblica è questione di qualità, non di quantità”

I dati sono come gli uomini. Vengono spesso ammutoliti dai potenti affinché non parlino (mi successe, ricordo, per il mio libro sui derivati dei governi europei). A volte parlano per nascondere la verità. Per esempio, lettura estiva casuale, Gianrico Carofiglio in suo libro parla dei sorvegliati speciali in libertà che non dovrebbero incontrarsi con i pregiudicati, ma lo fanno, davanti quasi alla Questura “che va lì quando ha bisogno di fare un po’ di statistica con le denunce”. A volte, ecco, denunciano con coraggio, rigore e precisione. Ed a volte urlano al vento, come i politici dei film di Totò, fandonie elettorali o slogan che mischiano verità e stereotipi.

I Proff. Giavazzi ed Alesina nel pezzo che abbiamo recensito prima di andare in vacanza, quello sui capodogli, menzionavano un altro post sulla spesa pubblica uscito su Noise from Amerika, di Aldo Lanfranconi, a supporto delle loro tesi sul dimagrimento essenziale che deve operare lo Stato su ses stesso. In effetti, un lavoro interessante, informativo. Dati. Ma con un approccio ideologico di partenza: “Stato è brutto”. Che ne riduce l’interesse, perché da opera di ricerca che poteva essere e in parte rimane, diventa rapidamente discorso ritualmente ideologico, che piega i dati, brutalizzandoli, distorcendoli, e quindi irridendoli, grazie all’ideologia sottostante che acceca.

«Quanto possiamo sperare di ridurre realisticamente la spesa pubblica nell’immediato?», è la domanda che ci si pone in partenza. Mi irrigidisco, mi annoio, voglio smettere di leggere. E’ una domanda significativa ma sbagliata come non mai: la spesa pubblica non va né ridotta né aumentata di per sé, va fornita nelle quantità giuste, poco dove non serve e tanto dove è necessaria, fin quando lo è. Ecco dove dovremmo lasciare che i dati si esprimano.

Vado avanti, in fondo c’è l’imprimatur di G&A, qualcosa imparerò.

In effetti.

L’elemento chiave dell’analisi è il paragone con la “virtuosa Germania” perché «il confronto con i migliori è da sempre il metodo più valido per capire come ci si possa migliorare». «Copiare il migliore non può però esaurirsi nel cercare di portare la spesa allo stesso livello ma deve anche mirare a una sua riqualificazione, copiando il più possibile la distribuzione per classi di spesa e, cosa più difficile, l’efficienza e l’onestà nello spendere».

Mamma mia chiamate l’ambulanza, soffro.

Ricapitoliamo. Quindi, copiare la Germania, spendendo a) quanto loro b) dove spendono loro e c) con il loro stesso livello di (bassa) corruzione. Concordo su c) ma magari ne parliamo in altri post sul come fare (magari per combatterla in Italia, paese che ha una sua storia, spero Lanfranconi lo riconosca, abbiamo bisogno anche di combattere le sue specificità?).

Su a) lo stesso Lanfranconi mostra, lo vedremo, che spendiamo … uguale. E che dire di b)? Per esempio spendere in logistica dei porti come i tedeschi? Oppure sul patrimonio artistico? O forse sulle autostrade, che scorrono su territori dalle morfologie alquanto dissimili? E per polizia e giudici impegnati a combattere Mafia, camorra ed ‘ndrangheta stessa spesa e stesso tipo di spesa che per la polizia germanica? Perché no. Chissà che non riusciamo anche a germanizzare la criminalità organizzata in questo modo.

Tuttavia lo sforzo di Lanfranconi non va irriso, ma sfruttato, anche perché è un diligente quanto importante raffronto della nostra spesa con quella altrui. Una base di partenza minima per conoscere ed avanzare, nel capire come migliorarsi; ma base di partenza e basta: tutto il resto è ideologia e quindi non ci interessa.

Torno sul punto a) di cui sopra, sul quanto spendiamo. In effetti i suoi dati non aiutano a svelare il miracolo tedesco, anche perché quanto a spesa primaria sul PIL «l’enorme differenza tra Italia e Germania» ammonta nel 2011 a solo 2 punti percentuali. Per fortuna Lanfranconi ha l’onestà di ricordare (poteva non farlo!) che la differenza nel 2010 era del solo 0,67% di PIL, e attribuisce la maggior parte dell’aumento della divergenza della spesa primaria nel 2011 al diverso andamento di PIL (e non della spesa) tra i due paesi, molto più cresciuto in Germania che non in Italia (facciamoci due risate tristi quando andremo ad analizzare i dati 2012). 0,67% di PIL non spiega un miracolo, mi dispiace. E non sarà tagliando dello 0,67% la spesa su PIL che riusciremo, come pare sperare Lanfranconi, a divenire biondi ed aitanti. Anche perché, io almeno, non voglio diventarlo.

Insomma, confronti indipendenti dall’andamento del ciclo non hanno senso. Ma purtroppo è proprio il nostro a scordarselo quando sostiene che si debba puntare ad avere una pari pressione fiscale a quella tedesca (un modo giusto di vedere le cose per competere da pari a pari con le imprese tedesche) e dovremmo quindi (oggi) ridurre ulteriormente la spesa primaria di 5,2 punti di PIL (80 miliardi) e «qualora l’anno successivo la nostra crescita fosse minore di quella tedesca per mantenere l’allineamento dovremmo ridurre ancora la spesa primaria. Ecco un’altra dimostrazione dell’importanza della crescita». Eccoci: a causa anche della rigidità della spesa per interessi italiana, più alta, riduciamo del 5% la spesa primaria assieme alla pressione fiscale. In questa fase del ciclo, ottima ricetta per far crollare il PIL ulteriormente secondo qualsiasi modello econometrico, così poi riduciamo ancora la spesa ed il Pil scende ancora di più e così via fino alla catastrofe.

Qual è il difetto ovvio di questa analisi? L’argomento pressione fiscale non essendo (nello stesso argomentare di Lanfranconi) argomento ciclico (breve periodo) ma strutturale (medio-lungo periodo), andrebbe studiato con le armi del medio periodo fuori dalla crisi congiunturale. E cioè, abbattuti i differenziali di spread grazie alla politica monetaria, reflazionata l’economia italiana ed il suo PIL con la politica fiscale anti-congiunturale, ecco che emergerebbe con chiarezza l’ indicazione del vero differenziale strutturale di pressione fiscale con la Germania, che con tutta probabilità rappresenta un vincolo serio alla discussione della dimensione dello Stato italiano nell’economia, visto che con le imprese tedesche dobbiamo certamente confrontarci. Probabilmente verrebbe fuori che la nostra spesa primaria dovrebbe scendere quantitativamente di ben poco.

Ma per me potrebbe anche scendere di tanto, fuori da questa crisi, se si dimostrasse la sua inutilità. Ne dubito, per la mia conoscenza di questo Paese, ma potrebbe.

Il che ci riporta alla questione non della quantità, ma della qualità della spesa pubblica. L’unica, vera questione.

Torniamo dunque a questioni più serie e strutturali, dove Lanfranconi pare più versato. Dall’esame delle singole voci di spesa per funzioni il dato che emerge sulla spesa italiana è chiarissimo: esso «ci rassicura che la nostra spesa è nella media non solo per il totale ma anche per le singole destinazioni di spesa». Siamo nella media: né brutti, né belli. Toh. Ma va. Eppure, dobbiamo tagliare, così, non “alla tedesca” ma “per essere come i tedeschi”.

Peccato. Ci sono tanti spunti interessanti nell’analisi di Lanfranconi (per esempio la alta spesa dei nostri diplomatici è una chiara anomalia da approfondire), che si spengono nella vis polemica e nell’assurdità di un approccio basato sul chiedere all’Italia, che spende le stesse risorse della Germania in rapporto alla sua ricchezza (cosa che Lanfranconi ha aiutato ad appurare), di spendere COME la Germania, come se io, consumatore italiano, per entrare nell’Europa dovessi consumare gli stessi beni dei tedeschi.

L’Italia ha bisogno, nel lungo periodo, di tanto meno Stato in alcune sue funzioni e tanto più Stato in altre. Ha poi bisogno di tanto Stato, momentaneamente, per uscire da questa crisi ciclica che mette a repentaglio la costruzione europea. Quello di cui non ha bisogno è di fare di tutta l’erba un fascio e di gettare il bambino assieme all’acqua sporca fuori dalla finestra. Ha bisogno di economisti che lavorino per ricercare e non per affermare a priori. Dei primi abbiamo sete dannata, i secondi lasciano il tempo che trovano.

PS: Nei suoi commenti Lanfranconi sostiene come ci siano lobbies che comunque si darebbero da fare per opporsi ai tagli: blasonati diplomatici, militari con tante stellette, poliziotti armati (troppo armati? Già, mandiamoli a combattere la battaglia del Meridione ancora più sguarniti, mi raccomando). In generale, nulla di più vero, lo so per esperienza dai mie anni alla Presidenza Consip. Eppure nel fare questo non resiste anche a lui a soccombere alla sua lobby. Lanfranconi scrive il suo pezzo su sito di universitari? Indovinate qual è l’unico settore che intende salvaguardare? Già, leggiamolo: «per la scuola anzitutto avremmo bisogno di una riqualificazione spostando mezzo punto dalla scuola primaria e secondaria all’Università. Con il recupero dell’extra costo della scuola primaria e secondaria e dei servizi si potrebbero risparmiare quasi 5 miliardi. È da notare come oltre la Germania solo la Grecia spenda meno di noi; ma nessuno, nemmeno la Grecia, umilia l’Università come noi.» Come no. Alla faccia di tutte le analisi fatte da Roberto Perotti sugli sprechi dell’università, Lanfranconi cade nella sua stessa trappola.

*professore di Economia Politica presso l’Università di Roma Tor Vergata

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