L’Italia del buonismo pacifista si dia pace, le medaglie le vinciamo armi in pugno

L’Italia del buonismo pacifista si dia pace, le medaglie le vinciamo armi in pugno

È un altro dei nostri splendidi paradossi: quello cioè di eccellere nella gara “armata” (che si serve cioè di quegli attrezzi che gli umani si sono inventati dagli albori della civiltà per farsi meglio la guerra) proprio in controtendenza esplicita con la cultura dominante, quel “pensiero unico” all’insegna del politically correct che colora tutto di buonismo tenerone, che diffonde una sdolcinata melassa di buoni sentimenti e che aborre e scomunica il conflitto leale, il confronto duro ma corretto con l’avversario, la sana competizione e pure l’intrapresa (e il rischio) del coraggio. 

L’informazione paludata ci mette del suo: una volta ogni quattro anni celebra con retorica sempre esagerata i “produttori di medaglie”, salvo ignorarli subito dopo e nel lungo intervallo tra un’Olimpiade e la successiva. E mai nessuno si interroga davvero e cerca di spiegare la solidità complessa di un fenomeno antico e tuttavia ricorrente (perché infatti la ormai lunga storia olimpica trova nel tiro, nella boxe e soprattutto nella scherma il maggior contributo ai successi sportivi azzurri).

E invece, mentre appunto la cultura dominante va sempre da un’altra parte, verso un ultrapacifismo selettivo ammantato di pelosa solidarietà, dal profondo popolare vien fuori sempre il tratto distintivo di una tenacia e di una sana combattività che non rifugge mai dal rimettersi in gioco, pur con tanti sacrifici, con l’obiettivo di saper “vincere”. Un popolo in fondo mai pacifista, ma sempre “pacifico”che, quando è necessario, sa anche usare (e bene) anche le armi. E’ forse un atteggiamento che viene da radici antiche e dall’abitudine al conflitto (dalla lotta tra Guelfi e Ghibellini fino alle guerre di città e di campanile) che tuttavia ha avuto nelle armi, nel loro possesso e nella loro tecnica una realistica familiarità. Che oggi viene sublimata e tradotta nel simbolo vincente dello sport competitivo, con in più quel deposito di “esprit florentin”, ovvero il termine con cui i francesi definiscono ammirati e un po’ invidiosi la brillante creatività italiana.

Che, non a caso, riguarda tutti i “combattenti”, uomini e donne: e che vede quest’ultime spesso più motivate e capaci nella lotta, nello sparo, nel tirare di fioretto e di spada. E che forse possiedono di più gli anticorpi per non farsi triturare del tutto nella macchina pubblicitaria dei reality e della stessa informazione televisiva (d’altronde le fiorettiste d’oro sembrano vaccinate con l’esempio davanti della loro ex compagna di squadra Margherita Grambassi, spremuta e risputata dai programmi di Santoro).

D’altra parte la diversità tra il “Paese reale” e i suoi interpreti e le sue presunte guide intellettuali e politiche non è una novità e, a questo proposito, riguarda anche la condizione dei militari, quelli cioè detentori della violenza legittima e dell’uso lecito degli armamenti. Anche la letteratura di guerra e gli storici militari concordano nel definire gli italiani come “bravi soldati” e “buoni combattenti”. Cosa che avviene anche adesso, quando nelle esercitazioni congiunte della Nato i nostri reparti (dagli alpini ai lagunari) finiscono sempre in testa nelle classifiche specialistiche. Oppure nelle missioni di pace all’estero dove gli alleati apprezzano apertamente il contributo e la professionalità dei nostri contingenti.

E tuttavia nel passato la qualità riconosciuta dei militari italiani veniva regolarmente zavorrata (a giudizio unanime di tutti gli osservatori internazionali) da due fattori decisivi: la mediocrità dell’equipaggiamento (dovuta alla corruzione dilagante nelle burocrazie statali responsabili delle forniture) e l’ignavia, se non la fellonìa degli Stati Maggiori, compresi i comandanti in capo. E si cita dovunque come emblema la fuga ingloriosa a Pescara del capo supremo, il re Vittorio Emanuele III di Savoia, e degli altri vertici dell’esercito dopo l’8 settembre 1943.

Forse sono proprio i corpi militari (anche quelli più impegnati sul territorio, come i carabinieri, la finanza, persino i forestali e la polizia, compresa quella penitenziaria) che hanno più “investito” (anche economicamente) nello sport di vertice, ormai rappresentano l’unico serbatoio che alleva e produce i campioni olimpici. Compiendo di fatto una preziosa funzione di “supplenza” alle istituzioni logicamente dedicate alla promozione della cultura sportiva. Ha abdicato completamente la scuola, sono sorde allo sport di base le Università, poco se ne occupano gli enti locali. Non rimangono che le “stellette” a coltivare e a diffondere la cultura della competizione e a crescere talenti: e allora le medaglie “armate” hanno più di una ragione e meritano un supplemento di riconoscenza collettiva. Anche se il “pensiero unico”, nel suo malcelato disprezzo pacifista, è già pronto a consegnarli all’oblìo.
 

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