Bene la Bce, ma ora spetta alla politica fare l’Europa

Bene la Bce, ma ora spetta alla politica fare l’Europa

STRASBURGO – Il più pragmatico è un diplomatico, manco a dirlo, tedesco. «Oggi si è fatto un piccolo passo avanti, ma tutto dipende dalle scelte che faranno i governi nei prossimi due anni», mi dice di fronte a un caffè. Lo European stability mechanism (Esm), il fondo europeo salva-Stati da 500 miliardi di euro, è appena nato ufficialmente. La Corte Costituzionale tedesca ha appena rigettato le istanze di incostituzionalità. E nell’emiciclo del Parlamento europeo il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, ha appena finito il suo discorso sullo stato dell’Unione, citando per la prima volta la parola «federazione» parlando dell’Europa. È quella la direzione, dice. Eppure, il nostro interlocutore ha diversi dubbi.  

Certo, ora l’Europa ha uno strumento capace di intervenire sui mercati finanziari, lo Esm, in caso manchi la fiducia. Ma cosa significa quando “manca la fiducia”? Molto semplicemente, nessun investitore vuole prestare soldi ai Paesi dell’eurozona. E in questo momento, la scelta è quella di fare training autogeno. «Tutto va bene», sembrano ripetersi i politici europei, incuranti degli effetti sociali della crisi e della pesantezza della recessione che sta flagellando il Club Med dell’eurozona (e non solo). La Banca centrale europea (Bce) potrà sostenere gli Stati comprando i loro bond governativi tramite le Outright monetary transaction. Ma questo non vuol dire che la desertificazione dei mercati obbligazionari terminerà domani. Anzi. Gli investitori lavorano nel lungo termine: se vedono che ci sono misure e riforme credibili, capaci di dare i loro frutti non fra due ma fra dieci anni, investono. In alternativa, sfruttano la volatilità per guadagnare sia una fase sia nell’altra. La Bce sta cercando di sostituirsi ai soliti investitori. Perché? Perché nessuno vuole vedere un’asta di titoli di Stato deserta in Italia o Spagna. Il calo della domanda di bond è stato sensibile nella prima parte dell’anno e ora, seppur dietro condizionalità, Mario Draghi sta cercando di fare il market maker, proprio perché non ce ne sono altri in giro.

Dalla balcanizzazione dei mercati obbligazionari dell’eurozona, quella per cui le banche italiane comprano bond italiani e quelle francesi i bond francesi, si rischia di passare a una situazione in cui la sola Bce si farà carico delle emissioni obbligazionarie dei Paesi viziosi. Come? Se l’Italia va in asta oggi e i volumi sono bassi, la Bce compra domani, alimentando l’azzardo morale che sta uccidendo il continente. Certo c’è la condizionalità, il do ut des secondo cui la Bce comprerà bond solo in cambio di riforme. «E se non ci fossero margini, per quei Paesi che hanno sottoscritto il memorandum? Guarda la Grecia: l’hanno lasciata cadere? No. Eppure non ha fatto molto, anzi. Ha fatto ben poco nonostante tutti i soldi spesi per salvarla», continua il diplomatico tedesco. Le Outright monetary transaction della Bce, senza il supporto della politica, potrebbero assomigliare più a delle aspirine, piuttosto che alla penicillina di cui ha bisogno l’eurozona.

Anche lo Esm sembra essere un’aspirina, non l’antidoto. Prendiamo l’Italia. Il sollievo sui mercati obbligazionari di questi giorni rischia di essere vanificato una volta che la campagna elettorale entrerà nelle sue fase più cruciali. Gli italiani si troveranno di fronte a una classe dirigente inaridita e dovranno scegliere il meno peggio, ora più che mai. Più la disoccupazione sale, più la rabbia divampa. Più la democrazia viene meno, più i populismi si alimentano della rabbia. Le scene che si sono viste in Grecia negli ultimi due anni sono emblematiche. Soprattutto perché la rabbia inespressa sta trovando sfoghi anche in Italia, come dimostrano i recenti scontri legati all’Alcoa.

Nel prevedibile pandemonio che contraddistinguerà l’Italia pre-elettorale, un investitore razionale cosa farà? Qualche segnale positivo che gli investitori stiano tornando c’è, ma è prevedibile che in questo scenario cercherà lidi più sicuri. I fondamentali dell’Italia non aiutano. Il rapporto debito/Pil toccherà quota 126,4% nel 2013 secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), il Pil non tornerà a crescere fino alla seconda metà del 2013, le riforme portate avanti dal governo tecnico di Mario Monti potevano (e dovevano) essere più radicali e più blindate. «Il rischio che l’Italia si sieda sugli allori è elevato», commenta uno dei funzionari italiani della Commissione europea. Ed è forse proprio per questo che lo European stability mechanism è stato approvato con così tanta velocità. «Il 2013 sarà l’anno in cui o si rifà l’Europa o si muore», continua il funzionario. Con le elezioni in Italia e Germania si apriranno le danze che dovranno delineare i contorni della nuova Europa.

I trattati saranno cambiati, l’eurozona difficilmente rimarrà con questa struttura, ma rimane un problema di fondo. Come conciliare il concetto di federazione di Stati con 500 milioni di persone? L’eurozona ha 17 Paesi, 17 economie, 17 storie diverse e 17 interessi nazionali diversi. L’Europa ne ha ancora di più. Come mi dice un altro funzionario, questa volta francese, «è facile parlare, è difficile agire». E questo lo si è visto con la Grecia.

Twitter: @FGoria