I mercati pensano al 2013 e hanno paura del voto italiano

I mercati pensano al 2013 e hanno paura del voto italiano

Il mondo della finanza ha paura delle prossime elezioni italiane. Come ha ricordato l’agenzia di rating Moody’s nell’ultimo declassamento del debito sovrano italiano, i rischi politici sono in aumento. L’incertezza è tanta, specie perché non è ancora chiaro in che modo si muoveranno le pedine politiche più importanti, né in che modo il nuovo esecutivo si rapporterà con il resto dell’eurozona. Una sola costante è presente: un eventuale ritorno di Silvio Berlusconi potrebbe destabilizzare l’Italia. Allo stesso modo, non sembrano esserci soggetti tanto carismatici da prevalere sugli altri. Lo stallo non è più un’ipotesi teorica.

Un’analisi di Citigroup del 14 settembre ha evidenziato come siano principalmente tre i problemi che affliggono l’eurozona. Su un versante, forse quello più caldo nel breve termine, rimane la questione della Grecia, che secondo il capo economista di Citigroup, Willem Buiter, è data in uscita dall’eurozona entro la fine del 2013. «Rimaniamo convinti che la percentuale di una secessione della Grecia dall’area euro sia del 90 per cento», ha scritto Buiter. Le negoziazioni fra Atene e la troika (Banca centrale europea, Commissione europea, Fondo monetario internazionale) in merito agli impegni legati al programma di sostegno stanno andando a rilento. Dovevano finire entro l’estate, con nuove misure di austerity per 11,5 miliardi di euro e l’esborso dei quasi 32 miliardi della prossima tranche da parte della troika. C’è poi la Spagna, diretta velocemente verso un bailout sovrano, dopo quello bancario da 100 miliardi di euro varato in luglio. Infine, l’Italia. Già in maggio, Buiter evidenziò come la sostenibilità del debito pubblico italiano è tanto fragile quanto lenta da raggiungere con le attuali prospettive future, sia da un punto di vista economico sia sotto quello politico. Ora come allora, gli orizzonti macroeconomici sembrano difficili da raggiungere. Secondo Citigroup il rapporto debito/Pil italiano raggiungerà il 140% nel 2016. Per il 2012? Il 129 per cento, più delle previsioni del Fmi e del governo italiano. Del resto, secondo l’ultima Debt sustainability analysis del Fmi, l’Italia ha però il 95% di possibilità che nel 2017 il debito pubblico rimanga fra 120 e 130% del Pil e solo il 5% di probabilità di una riduzione sotto il 105 per cento. E la crescita economica? Citigroup è sicura: il Pil italiano si contrarrà del 2,5% nell’anno in corso, del 2,1% nel 2013 e, sorpresa, dello 0,2% nel 2014. Almeno tre anni di recessione, quindi, per l’Italia.

A rendere meno chiara la situazione è l’incertezza sulla legge elettorale. In un’analisi di HSBC di pochi giorni fa, si evidenzia che non sono chiari alcuni aspetti. Da un lato non è chiaro chi sarà a guidare il centrodestra. Lo spettro di Berlusconi aleggia anche nell’aria e nella mente dei leader europei è ancora presente l’ultimo G20 di Cannes, quando costui arrivò senza più avere alcun potere negoziale, né nei confronti della sua coalizione né tantomeno verso gli altri membri dell’eurozona. «Il rischio maggiore legato a un ritorno in campo di Berlusconi è che si possa rompere la spinta europeista che negli ultimi mesi si è resa più intensa», spiegano gli analisti della banca anglo-asiatica. Dall’altro lato, c’è incertezza anche su chi potrà guidare il centrosinistra. «I due schieramenti non sono definiti e si ravvisa una certa riluttanza a esprimere candidati nuovi, sganciati dalla politica italiana degli ultimi vent’anni», fanno notare da HSBC. Niente di nuovo, quindi, sotto il sole della penisola italiana. C’è poi la questione euro. Il Movimento 5 Stelle, spiega HSBC, è ancora difficile da comprendere: «Le sue posizioni anti-euro sono chiare, ma resta incomprensibile il suo potere negoziale». In tutto questo quadro a tinte fosche, l’eventuale stallo politico potrebbe essere devastante.

Più conservativa è la visione di Goldman Sachs e Barclays. Se la prima ipotizza che possa nascere un governo di grande coalizione e non vede l’Italia come epicentro della crisi dell’eurozona per i prossimi anni, la seconda rimarca che le probabilità di una richiesta di sostegno dell’Italia entro la fine del 2013 sono al 44 per cento. Gli investitori interpellati da entrambe le banche d’investimento ritengono che esistano significativi pericoli di un deragliamento della politica fiscale portata avanti dal governo Monti. Non solo. Come sottolineato da Goldman Sachs, le riforme italiane messe in cantiere negli ultimi dodici mesi hanno bisogno di tempo per produrre i propri effetti. Se quindi ci fosse un cambio di rotta politica, c’è il pericolo che questo processo possa subire rallentamenti. Proprio ciò che non serve all’Italia nei prossimi anni.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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