Il medioriente esplode, il conto delle rivolte lo pagherà Obama?

Il medioriente esplode, il conto delle rivolte lo pagherà Obama?

“The Muhammad Movie”, il film diretto da tale Sam Bacile, è orrendo. La recitazione è scadente, i tempi cinematografici sono fuori misura, il montaggio è scoordinato, l’illuminazione e il trucco ricordano una telenovela di cassetta. È stato diretto da un supposto agente immobiliare denominato “Sam Bacile”, e contiene offese gravi contro Maometto e la religione islamica. Per quanto l’estetica dell’opera non inviti a prenderla assolutamente sul serio, e in California non esista alcun “Sam Bacile” (il quale dice di essere “israelo-americano”), il filmetto ha scatenato l’ira del popolo in diversi paesi mediorientali: il virus si sta espandendo dalla Libia, all’Egitto, allo Yemen. Gruppi violenti armati hanno sfruttato la sommossa per un attacco terroristico al consolato americano di Benghazi, in Libia; ed è notizia del 13 settembre che un tizio abbia provato a introdurre “materiale sospetto” nel consolato statunitense del quartiere occidentale di Dhalem.

Il paragone con le violenze del 2005, che fecero seguito alla pubblicazione di una decina di vignette su Maometto da parte di un giornale danese, ma oggi le condizioni sono ben diverse. Allora, le violenze erano state in parte orchestrate dai vari presidenzialismi arabi ancora in potere: ci sono evidenze incontrovertibili che le forze di sicurezza abbiano lasciato la mano libera alle falangi violente. I governi volevano evitare di inimicarsi le masse arrabbiate, e volevano inviare un messaggio chiaro agli Stati Uniti di George W. Bush, responsabili di discussi interventi militari nella regione.

Oggi siamo in un periodo post-rivoluzionario, e le rivolte non possono essere interpretate solo come reazione a un’offesa. Ci sono stati tanti altri episodi di provocazione da parte di soggetti occidentali ai danni dell’ultimo profeta mussulmano, che non hanno portato a reazioni di tale portata. Per esempio, nell’episodio 201 della serie animata canadese South Park nel 2010 si raffigurava Maometto in un costume da orso, per «evitare di disegnarlo». Nello stesso anno la cartoonist americana Molly Norris ha indetto una superflua “Everybody draw Mohammed Day”. Lo scorso agosto a Berlino il gruppo Pro Deutschland ha avuto l’autorizzazione a esporre una sua caricatura davanti a una moschea. A parte qualche fatwa da parte di clerici sparsi tra Medio Oriente e Occidente, le ambasciate non sono state attaccate da folle inferocite ai livelli di questi giorni.

Il problema di fondo va oltre il film di Sam Bacile. Nel contesto rivoluzionario e post-rivoluzionario, gli Stati Uniti si trovano senza ruolo e strategia, e scoprono il fianco alle critiche di ogni sorta: l’anti-americanismo torna a essere un motivo aggregante, come lo era ai primordi dell’arabismo, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. C’è di più: gli Stati Uniti mancano di una strategia vera e ambiziosa per il quadrante, e ciò rende ancora più difficile il recupero della situazione.

Gli Stati Uniti di Obama hanno perso qualsiasi “pivot” in Medio Oriente. All’inizio, Obama aveva provato a riallacciare i rapporti con l’Iran, ma il piano è fallito. I rapporti dell’amministrazione democratica con il premier israeliano Benjamin Netanjahu sono pessimi – basti pensare che Bibi no sarà ricevuto da Barack al prossimo viaggio in USA, a fine mese. In Egitto, la caduta di Mubarak ha portato al comando un gruppo islamista, la Fratellanza Mussulmana, che ha esautorato dal potere i militari, i quali – a torto o ragione – rappresentavano la maggior sicurezza politica per Washington. Washington aveva domato Gheddafi, il quale è stato linciato dalla rivolta locale.

Le conseguenze di questa situazione si fanno sentire sul piano della libertà diplomatica americana nella regione. Gli Stati Uniti non riescono ad avere un ruolo efficace nella rivolta siriana, perché rischiano un contrasto troppo netto con la Russia, che sostiene il regime degli Assad. Non prendono posizione in merito all’intervento militare contro le installazioni nucleari iraniane, e sembrano voler aspettare che Israele agisca da solo, tanto per garantirsi un vantaggio strategico, senza costi politici.

La situazione è la conseguenza logica di errori e soluzioni decise da Washington negli ultimi anni. L’intervento in Iraq è stato scellerato e mal gestito. La decisione di uscire da Baghdad, insieme a quella di richiamare le truppe dall’Afghanistan, risponde a una logica di vantaggio domestico: si tratta pur sempre di “ritiri”, necessari e sacrosanti, ma che impongono un prezzo a chi se ne va. La politica estera democratica sembra, ancora una volta, “jeffersoniana”: è figlia di una concezione isolazionista dell’interesse nazionale. Da essa è nato il “benign neglect” estero di Bill Clinton, che ha assicurato la fioritura del terrorismo negli anni Novanta; e da essa scaturisce l’indecisionismo del primo mandato di Obama.

Lo scenario che si apre porta probabilmente verso un necessario riavvicinamento con Israele. In una situazione così incerta, le forze regionali contano tanto quanto le grandi potenze, e Israele ha iniziato ad avere un ruolo sempre più importante nel mantenimento dell’ordine. A seguito dell’uccisione di sedici soldati egiziani nel Sinai a opera di un gruppo terroristico, il presidente egiziano Mohamed Morsi ha chiesto al Mossad i piani dei tunnel che collegano il paese alla Striscia di Gaza, per chiuderli; ha poi licenziato il capo dell’intelligence per non aver dato ascolto a un avvertimento dei servizi israeliani in merito a un attacco imminente.

La questione più impellente riguarda lo sviluppo nucleare iraniano. Una leggenda contemporanea vuole che l’astio tra Bibi e Obama sia una commedia, dovuta alla necessità di dipingere un’eventuale bombardamento da parte israeliana come un’azione indipendente: da qui i tradizionali sticker onnipresenti a Gerusalemme, con il disegno di un caccia e la scritta “USA non temere: Israele ti protegge”. Se anche così fosse, un attacco scatenerebbe una rappresaglia iraniana nello stretto di Hormuz, che bloccherebbe il passaggio delle petroliere persiche, con un costo economico insopportabile. Eppure, il costo economico immediato potrebbe essere nulla in confronto a un Iran nucleare.

Le elezioni in America non si vincono sulla politica estera, ma sulla politica estera si possono perdere. È fin troppo chiaro che grandi novità statunitensi in Medio Oriente non potranno giungere prima delle elezioni presidenziali del 6 novembre. Troppe amministrazioni sono cadute sugli esteri: Ford con il Vietnam, Carter con l’Iran, Bush padre sull’Iraq (e il “disinteresse” per la politica economica). Se lo sfidante repubblicano Mitt Romney fuori dagli USA è un disastro, ma non importa: Bush padre criticò Clinton dicendo che di esteri ne sapeva meno del suo cane Mildred “Milly” Bush, eppure alle elezioni è stato travolto. La speranza di Obama è di non entrare nel club degli “One-term presidents”, e perché questo succeda deve puntellare la situazione, finché i tempi non siano propizi per decisioni, rischi, coraggio.