Il salvataggio dell’industria automobilistica, ecco cosa rivendica Obama

Il salvataggio dell’industria automobilistica, ecco cosa rivendica Obama

TOLEDO (OHIO) – Ci sono quasi quaranta gradi nel cortile del Liceo “Scott” di Toledo, ma il signor Jermaine Campbell attende pazientemente in coda: non vede l’ora di assistere al comizio di Barack Obama. «La General Motors è ancora viva e Osama bin Laden è morto», ci dice Jermaine, un operaio in pensione grande come un orso e dalla risata fragorosa. «Ma che vogliono di più da quest’uomo? Si è fatto in quattro per rimediare ai casini combinati da Bush figlio. E il candidato repubblicano, Mitt Romney, è senza vergogna. Quattro anni fa scrisse sul giornale che General Motors avrebbe dovuto essere abbandonata al suo destino. Come si può votare un tizio del genere?».

Nel giorno del “Labor Day”, la festa americana dei lavoratori, e alla vigilia della convention democratica in North Carolina, il presidente Obama passa a Toledo per rivendicare uno dei successi del suo primo mandato alla Casa Bianca: il salvataggio dell’industria dell’auto con cui la sua amministrazione ha mantenuto milioni di posti di lavoro come quello di Jermaine. 

Nella palestra della “Scott High School” si respira grande entusiasmo. «Altri-quattro-anni, altri-quattro-anni», cantano oltre tremila persone stipate nel palazzetto dello sport. Molti sono afroamericani come Jermaine e lavorano (o lavoravano prima di essere licenziati) alla General Motors e nell’indotto GM. Via via si succedono sul palco politici locali, pastori, cantanti. Poi è il turno di Kenyetta Jones, per 26 anni operaia alla GM di Toledo, licenziata nel 2009 e poi reintegrata nell’organico, dice, grazie al piano di stimolo economico di Obama. 

Il boato si fa più forte, fino a quando Obama sguscia da dietro le quinte in camicia bianca e sfodera uno dei suoi sorrisi a 32 denti. «Dopo la convention repubblicana il mio sfidante Romney è venuto qui in Ohio», dice. «Ha detto che sarà l’allenatore che guiderà l’America verso una stagione di trofei. Ma il suo gioco lo conosciamo tutti. Alza le tasse di duemila dollari alle famiglie della classe media come voi e le riduce ai milionari. Poi cancella le nuove regole che servono a far sì che non si ripeta un’altra crisi finanziaria. Dopo smantella la nuova riforma sanitaria, che allarga la copertura medica. Insomma, questi schemi non funzionano. Non avete bisogno di questo allenatore. Sarebbe una stagione disastrosa!». Ogni volta che Obama cita Romney, la gente riempie il palazzetto dello sport con un assordante «boo». E allora Obama raccomanda concretezza: «Non fate solo “boo”, andate a votare!». Il che gli procura una cascata di applausi.

Il finale del presidente è pirotecnico: «Gente, se vinciamo Toledo, vinciamo l’Ohio. Se vinciamo l’Ohio vinciamo queste elezioni. Se vinciamo le elezioni, riusciamo a finire il lavoro iniziato!». La gente sventola cartelloni con scritto “forward”, “avanti”. Una signora sulla sessantina continua a dire a una sua amica che Obama è veramente un bel ragazzo. La sua amica le ripete più volte che è sposato. Molti si abbracciano. Qualcuno si commuove. 

Obama, invece, sorride. Missione compiuta. Ancora una volta, l’undicesima dall’inizio dell’anno è in Ohio per difendere il suo operato in termini di occupazione in questo stato chiave per le elezioni. Nessun candidato repubblicano dopo Abraham Lincoln ha vinto le presidenziali senza prevalere in Ohio. Questo Stato è da tempo un’ossessione di qualsiasi presidente in carica o aspirante tale. A chi gli chiedeva come si vince una campagna elettorale Richard Nixon diceva: «Corri per la Casa Bianca come se facessi la campagna elettorale per diventare governatore dell’Ohio». E secondo la leggenda, Gerald Ford fino in punto di morte nominava le quattro contee pro-life del Sud dell’Ohio determinanti per la sua sconfitta nel 1976 contro Jimmy Carter.

«L’Ohio è un microcosmo degli Stati Uniti», spiega Melissa Miller, professoressa di Scienze politiche alla Bowling Green State University dell’Ohio. «Tutti i settori economici sono rappresentati, dall’industria automobilistica, all’agricoltura, ai servizi. Anche a livello demografico è molto vario. Abbiamo la popolazione urbana di Cleveland, Columbus e Cincinnati, i sobborghi, le zone rurali. Per questo l’elettorato è molto fluido, la percentuale di indipendenti e centristi è alta. E questo lo rende uno Stato in gioco, che è finire indifferentemente nell’area democratica o in quella repubblicana». 

Per verificare di persona questa analisi basta scendere poco più a Sud di Toledo e girare la Wood county, una contea in bilico all’interno di uno Stato in bilico. Nel 2008 qui vinse Obama, ma precedentemente nel 2000 e nel 2004 fu terreno di George W. Bush. Nella contea di Wood c’è uno stabilimento della Chrysler, zone di campagna punteggiate di fattorie e aree come quella dove sorge l’università Bowling Green, dove l’attività principale è il terziario. 

Il partito democratico si era aggiudicato l’Ohio nel 2008 con il 51.2% contro il 47.2% delle preferenze, in pratica prevalendo nelle aree urbane (Cleveland, Toledo, Columbus, Cincinnati) e aggiudicandosi gran parte del Nord-Est dello Stato. Adesso l’entourage elettorale di Obama fa di tutto per mantenere la presa su contee attorno a Toledo come Wood County perchè potrebbero divenire l’ago della bilancia.

La formula repubblicana per provare a vincere l’Ohio è collaudata: cercare di far andare a votare i conservatori delle contee che circondano le tre grandi città Cleveland, Toledo, Columbus, Cincinnati. Un’affluenza bassa in quelle contee vuole dire quasi certamente una sconfitta per il Grand Old Party.  Evan Thomas, professore a Princeton e co-autore con il reporter politico Mike Allen dell’e-book Inside the Circus sulle recenti primarie repubblicane, ha recentemente ricordato come perlomeno nell’ultima fase le elezioni presidenziali americane divengono estremamente “locali”: «Karl Rove, lo storico stratega elettorale di George W. Bush nel 2004 battè il rivale John Kerry in Ohio convincendo la popolazione suburbana che abita nelle zone limitrofe alla strada I-40 nella zona centrale dello Stato ad andare alle urne».

Per la gente accorsa alla Scott Hight School, però, questi calcoli valgono poco. A loro basta sapere che il presidente è tonico e pronto a rispondere per le rime a quelle che chiamano «le falsità gratuite» della coppia Romney-Ryan: «L’ho visto bene Obama, con la voglia di dare battaglia», spiega la signora Sarah Murphy, parte di una famiglia che lavora nell’industria automobilistica da tre generazioni. «Sarà un osso duro per Romney, quella specie di robot telecomandato».

Per Obama il discorso qui alla “Scott Hight School” è stato sostanzialmente una prova generale di quello che pronuncerà alla convention democratica di Charlotte in North Carolina giovedì sera. Il presidente cercherà di snocciolare i successi collezionati negli scorsi quattro anni; riconoscere che c’è ancora molto da fare sul fronte della creazione di posti di lavoro ricordando però lo stato pietoso dell’economia ereditato da George W. Bush, e rinforzare l’idea che è lui, Obama, l’uomo che lotta per la classe media, per gente come quella che è venuta qui al Liceo “Scotto” di Toledo.