La Cina sosterrà l’Ue, ma vuole armi e una stampa gentile

La Cina sosterrà l’Ue, ma vuole armi e una stampa gentile

BRUXELLES — Niente conferenza stampa, il passaggio culminante del discorso del premier cinese uscente Wen Jiabao interrotto sul più bello. Ci risiamo, arriva la Cina a Bruxelles per un vertice con l’Ue e l’Europa adegua i suoi standard democratici a quelli cinesi anziché tenere il punto, almeno simbolicamente. Non stupisce: Wen è giunto a Bruxelles con ampie promesse di “sostegno” all’eurozona, tradotto: acquisti di titoli sovrani in difficoltà. E così capita che proprio i “valori fondanti dell’Ue”, come la libertà di stampa, vengano sacrificati sull’altare dei buoni rapporti con il potentissimo vicino asiatico.

I cinesi avevano posto come condizione per una conferenza stampa una limitatissima platea di giornalisti “scelti”, 25 selezionati dall’Ue e 25 Pechino — per evitare giornalisti cinesi dissidenti e soprattutto le loro fastidiose domande. L’Api (l’Associazione dei giornalisti accreditati a Bruxelles) ha duramente protestato. «Non possiamo accettare soluzioni che permettano a un gruppo di discriminare giornalisti con diversi punti di vista» ha scritto la presidente Ann Cahill in una lettera all’Ue. E Dirk De Backer, portavoce di Van Rompuy, ha riferito che numerosi incontri tra i cinesi e l’Api «purtroppo non hanno consentito di raggiungere un accordo soddisfacente sulle condizioni per una conferenza stampa. Per questo l’Ue ha deciso di non tenerla affatto».

De Backer, però, dimentica di dire che i cronisti avrebbero voluto comunque una conferenza stampa se non altro di Van Rompuy e Barroso, anche senza cinesi, per porre almeno ai rappresentanti Ue delle domande dirette. I due, invece, alla fine hanno seguito l’esempio degli asiatici e si sono tirati indietro. «Non potevamo affrontare una conferenza stampa con un mucchio di domande sul perché non ci sono i cinesi» confessa una fonte comunitaria. Ciliegina sulla torta, il discorso iniziale di Wen, previsto in ritrasmissione live, è stato interrotto sul più bello, mentre diceva con tono critico: «Spero che la controparte Ue colga l’occasione e avvii presto una grande iniziative per eliminare….». Stop, non si può sentire che cosa debba essere “eliminato” secondo il premier di Pechino.

Un portavoce del Consiglio ha poi riferito che era stata la delegazione cinese a imporre l’improvvisa interruzione della diretta. «Questa parte non è per il pubblico» ha tagliato corto. E i servizi Ue hanno prontamente obbedito. La stessa Commissione Europea di José Manuel Barroso, certo, non è mai stata nota per particolare disponibilità nei confronti dei giornalisti, anche senza cinesi le informazioni si contano in dosi omeopatiche. Qui però la partita è molto più importante, e Bruxelles tutto voleva salvo che irritare i potenti ospiti. «Nei mesi recenti — ha sottolineato Wen — la Cina ha continuato ad investire nei titoli emessi da stati dell’eurozona e in quelli emessi dal Efsf (l’attuale fondo salva-stati provvisorio, che a breve sarà sostituito da quello permanente Esm, ndr).L’Europa è uno dei principali mercati in cui la Cina investe le sue riserve valutarie (stimate per un valore totale di 3.400 miliardi di dollari, di cui un quarto in asset denominati in euro, ndr), e la Cina continuerà a partecipare agli sforzi per affrontare la crisi del debito in Europa attraverso canali appropriati».

«I cinesi ci hanno assicurato che gli acquisti di bond sovrani continueranno anche con la nuova leadership che uscirà dal partito comunista cinese a ottobre» traduce, per chi non l’avesse capito, una fonte Ue. Musica per gli orecchi degli europei, tanto più che Pechino già al vertice del G20 a Los Cabos a giugno, ha promesso di finanziare il 10% dell’aumento di 430 miliardi di dollari delle risorse del Fondo Monetario Internazionale, il versante internazionale del “firewall” per l’eurozona in crisi. Non a caso in un comunicato congiunto emesso al termine del vertice Ue-Cina, i presidenti del Consiglio Europeo e della Commissione, Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso hanno ampiamente omaggiato l’importante ospite. «Abbiamo ringraziato — si legge — il premier Wen per il sostegno che abbiamo ricevuto da lui in persona e dalla dirigenza cinese in tutta la crisi dell’euro».

Certo, è vero che Pechino ha interessi economici a evitare il collasso dell’eurozona, l’Ue nel suo complesso è il primo partner commerciale della Cina (e quest’ultima il secondo per l’Unione dopo gli Usa) con scambi complessivi, nel 2011, per 428 miliardi di dollari. Non a caso Ue e Cina stanno discutendo di un futuro, grande accordo bilaterale per gli investimenti. È chiaro ed evidente, però, che Pechino ha tutte le intenzioni di usare la debolezza dell’eurozona per cercare di imporre i propri termini. In fondo, la questione delle conferenze stampa è solo un simbolo, la Cina vuole molto di più. Ad esempio sul fronte dell’embargo alle esportazioni di armamenti in Cina, in vigore dalla strage di Tian an Men del 1989, tema apertamente evocato da Wen. «Abbiamo concordato di non essere d’accordo sulla questione» ha commentato un diplomatico Ue a margine dei lavori del vertice, sottolineando il perdurante no europeo.

In verità l’Unione Europea già tentenna, non fosse per gli Stati Uniti che non ne vogliono sentir parlare, avrebbe già ceduto. Italia, Spagna e Francia hanno già chiesto ufficialmente di abolire l’embargo che Wen definisce un «relitto della Guerra Fredda», disponibili sono anche Austria, Repubblica Ceca, il Belgio. E pure Londra, finora molto restia, stando a un dispaccio Usa rivelato da WikiLeaks, si sarebbe ammorbidita, dietro la pressione delle proprie industrie militari. Non a caso lo stesso “ministro degli Esteri” dell’Ue, Catherine Ashton, di solito piuttosto “fedele” alla sua patria britannica, chiede ora la fine del divieto. Del resto, nel 2010, grazie ad alcuni accorgimenti e varie deroghe, l’Ue ha già esportato in Cina merci di natura militare per 218 milioni di euro. Con la fine dell’embargo, si arriverebbe ad alcuni miliardi di euro.

E poi, c’è la questione della concessione della definizione di «economia di mercato» alla Cina da parte dell’Ue, che implicherebbe la fine di vari dazi. Anche su questo Wen insiste: «Abbiamo lavorato per 10 anni — ha lamentato riferendosi a questo aspetto e all’embargo — e ancora non si vede una soluzione. Me ne rammarico». L’Ue finge di restare dura, ma dietro la facciata si intuisce come Bruxelles si stia sempre più ammorbidendo, la crisi dell’eurozona tutt’altro che risolta è una Spada di Damocle difficile da ignorare. Come il “rammarico” cinese, che potrebbe diventare molto pericoloso se Pechino cessasse il suo shopping nell’eurozona. Un tempo la chiamavamo Realpolitik.
 

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