La Grecia non ce la fa, la Bce pronta a intervenire ancora

La Grecia non ce la fa, la Bce pronta a intervenire ancora

STRASBURGO – Ancora una volta, la Grecia non ce l’ha fatta. Lo dicono apertamente i funzionari della troika composta a Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale. «La Grecia ha bisogno di altri soldi, il programma di riforme del 2011 è fermo al 22%», ha detto a Dow Jones un funzionario del Fmi, Thanos Catsambas. Numeri significativi, dato che in queste settimane si sta discutendo del futuro di Atene. La troika è in Grecia, la dialettica con il premier Antonis Samaras non è facile, le pressioni esterne sono molte. Intanto il ministro delle Finanze Yannis Stournaras smentisce seccamente. Ma dalla Bce confermano a Linkiesta: «Potremmo intervenire nella seconda ristrutturazione del debito, se necessario». Una cosa è certa. Nessuno vuole la Grecia fuori dall’euro.

In maggio, alla vigilia della prima tornata elettorale ellenica, era già chiaro il destino di Atene. Parlando da Berlino, il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble non usò metafore: «Le sofferenze della Grecia e del popolo greco non sono ancora finite. Ma è chiaro a tutti che ci sono impegni che devono essere rispettati». Se le indiscrezioni fossero confermate, sarebbe molto difficile per la Grecia negoziare non solo un terzo pacchetto di aiuti, ma anche ricevere la prossima tranche del secondo piano di salvataggio, circa 31,5 miliardi di euro. Ieri è circolata la voce che la decisione in merito a questa tranche sarà presa durante il meeting europeo di metà ottobre. Erogazione slittata fino a novembre, quindi, con netto ritardo sulla tabella di marcia. Del resto, la frustrazione dei tecnici della troika è molta.

La situazione di estrema gravità è confermata a Linkiesta anche da diversi funzionari della Commissione europea. Uno di essi, parlando in forma anonima, snocciola più cifre. «Ogni programma si compone di più elementi, riforme nei singoli settori che sono ritenuti obsoleti, si e no saremo intorno al 25%, quindi i numeri di Catsambas sono realistici», spiega. Uno di questi è il contrasto all’evasione. E stando alle prime indiscrezioni, solo il 15% del programma è stato portato avanti. Stesso dicasi per quanto riguarda il programma di consolidamento fiscale. La spesa pubblica è in calo, ma non di quanto previsto. «E c’è sempre il rischio che i dati possano essere stati manipolati, la fatica nel reperire informazioni è molto elevata», fa notare un altro funzionario della Commissione Ue, che fa riferimento alla DG Affari monetari.

A preoccupare è anche il programma di privatizzazioni. Secondo le stime del Fmi contenute nell’ultima Debt sustainability analysis (Dsa) certificata, l’obiettivo era di ottenere 50 miliardi di euro dalla vendita di asset pubblici nell’arco temporale 2011-2021. Nessuno fornisce cifre, ma a denti stretti quasi tutti lasciano intendere che i risultati sono al di sotto delle aspettative. Di molto. L’immobilismo politico e il clientelismo sono ben radicati nel Paese e nemmeno gli sforzi dei tecnici della troika.

Le priorità sono due. «Da un lato occorre agire tempestivamente su crescita e competitività», spiega il funzionario europeo. Dall’altro, continua, «andare avanti sul ritorno alla sostenibilità fiscale, anche attraverso nuove erogazioni di denaro». Come ha detto alla Dow Jones Catsambas, le soluzioni possono essere molte. O più tempo, come richiesto da Samaras. O più soldi, come vorrebbe una parte della classe dirigente ellenica molto vicina a Evangelos Venizelos, numero uno del partito socialista Pasok. Oppure, lo scenario più suggestivo, quello dell’Official sector involvement (Osi), ovvero la partecipazione dei creditori pubblici nella ristrutturazione del debito ellenico.

Dopo la prima ristrutturazione, avvenuta in marzo, è in arrivo la seconda? Se a inizio anno, come su indicazione del Consiglio europeo del 21 luglio 2011, si era deciso di adottare lo schema del Private sector involvement (Psi), la partecipazione dei creditori privati nello swap, adesso potrebbe arrivare quella dei creditori pubblici. Il colossale swap di titoli di Stato, 206 miliardi di euro su 365 miliardi di debito complessivo, non basta. Il rapporto debito/Pil rimane a livelli insostenibili. Stando alle prime indiscrezioni raccolte da Linkiesta, la Debt sustainability analysis del Fondo monetario internazionale lascerà Atene senza speranze. Il debito sarà intorno al 130% del Pil. Certo, meno del 165% registrato prima della ristrutturazione, ma comunque di circa 10 punti percentuali oltre i limiti della Dsa di metà marzo.

La necessità potrebbe essere quella di attivare l’Osi. Un primo riferimento lo ha fatto Catsambas alla Dow Jones. Ma ulteriori conferme arrivano dalla Banca centrale europea (Bce). Contattato da Linkiesta, un funzionario dell’istituzione monetaria di Francoforte non ha escluso questa possibilità. «Nel caso si renda necessario, si potrebbe valutare. I bond greci detenuti dalla Bce sono solo quelli comprati attraverso il Smp (Securities markets programme, il vecchio programma di acquisto bond, ora chiuso, ndr)», ha detto. Nel portafoglio titoli della Bce ci sono circa 45 miliardi di euro in obbligazioni greche. Queste potrebbero essere scambiate con altri titoli con maturity più elevata, subendo un haircut, cioè una svalutazione rispetto al valore nominale del bond in questione. «I rischi sono tanti, perché si creerebbe un precedente, ma non si può permettere che la Grecia lasci l’eurozona», sottolinea l’economista. Stessa problematica avanzata da Moody’s in un’analisi di inizio agosto.

Intanto, in Grecia il sistema bancario resta sotto pressione. Nonostante i dati di Reuters Datastream mostrino che negli ultimi tre mesi sia avvenuto un incremento dello 0,8%, rispetto ai precedenti tre, dei depositi bancari, la fuga dei capitali è stata impressionante negli ultimi tre anni. Come ha evidenziato l’ultima Dsa del Fmi, dal 2009 a oggi i depositi bancari sono calati del 30 per cento. Il debito aumenta, la crisi continua ad avanzare, le tensioni sociali crescono. E il prossimo 26 settembre ci sarà l’ennesimo sciopero generale dall’inizio della crisi. Non sarà l’ultimo.