La produttività aumenta solo se si investe in tecnologia

La produttività aumenta solo se si investe in tecnologia

Che il nostro Paese abbia un problema di produttività è noto. Il premier Monti ha parlato di vero e proprio “spread della produttività”, I numeri, impietosi, fotografano un quadro in cui il gap con i nostri principali competitors europei è enorme.

Nel periodo 2001-2010 la produttività oraria del lavoro è cresciuta appena dell’1,2 per cento, contro l’11,4 per cento dell’area Ue-27 e addirittura il 26,1 per cento della Germania. Siamo quasi 50 punti distanti dalla Francia e dai Paesi Bassi, 40 dalla Svezia, più di 20 dal Regno Unito e riusciamo, di poco, a precedere la Spagna. 

In questi mesi di discussioni su come far tornare a crescere la nostra industria, agendo anche sulla leva della produttività, ne abbiamo sentite di tutti i colori. L’attenzione si è polarizzata sulle regole del mercato del lavoro, così come sulla famigerata contrattazione di secondo livello. Ma anche sul numero di giorni e ore lavorate dagli italiani. Nella pia illusione che elevarne la quantità, agire sulla flessibilità in uscita o decentrare alcuni aspetti della contrattazione sui territori costituiscano la ricetta per far tornare a crescere il sistema industriale e la sua produttività. Per giunta ignorando il fatto che il monte ore degli addetti italiani è superiore alla media europea.

Si è sentito parlare poco e in modo raffazzonato di ricerca e innovazione, che invece rivestono un ruolo centrale nei processi di incremento della competitività industriale. E ancora meno si è dibattuto di quali vie intraprendere per accelerare la spinta innovativa delle nostre imprese. Che investono ancora troppo poco in questo ambito così decisivo per sperare di competere in un mercato ferocemente concorrenziale. Anche in questo caso, i numeri possono ben chiarire i ritardi dell’Italia e far comprendere come ci sia una correlazione stretta tra spesa in R&S e produttività del lavoro. Perché non è certo un caso che là dove la spesa in R&S è alta, lo sia anche la produttività. 

Da noi la spesa complessiva in ricerca e sviluppo, nel 2010, era pari all’1,26 per cento del Pil. Una percentuale, questa, che ci è valsa il fondo della classifica tra i paesi UE-15, che è inferiore alla media dell’UE-27 (2 per cento) e che è soprattutto distante anni luce dall’obiettivo del 3 per cento enunciato nella strategia di Lisbona. Molto meglio di noi fanno la Germania (2,82 per cento), la Francia (2,26 per cento), l’Austria (2,76 per cento). Senza considerare il caso dei campioni scandinavi di R&S, come la Svezia e la Finlandia, dove la relativa spesa è rispettivamente il 3,42 per cento e il 3,87 per cento del Pil.

Il quadro italiano è ulteriormente aggravato dal fatto che sono soprattutto le imprese a non credere nella R&S, nel suo valore aggiunto. E a non aver compreso appieno come la differenza la fanno sempre più l’utilizzo di strumentazioni tecnologiche nel processo produttivo. Quelle strumentazioni che aiutano a tradurre in un buon prodotto fiuto ed intuito – ingredienti fondamentali, ma non più bastevoli, di ogni attività imprenditoriale – e che facilitano e velocizzano la produzione.

Aumentando appunto la produttività del lavoro, che in Italia, dove il numero di ore lavorate è di tutto rispetto, dovrebbe essere invece altissima. Così non è e non sarà fino a quando non verrà definitivamente archiviata l’equazione: più ore lavorate, più produttività. Provate ad andarla a proporre ad un imprenditore tedesco: vi risponderà mostrandovi orgoglioso il proprio stabilimento, dove l’innovazione di processo permette di fare di più con lo stesso numero di ore. E lo stesso imprenditore tedesco vi racconterà, come è ampiamente dimostrato da studi ed analisi condotti in lungo ed in largo nel globo, che l’innovazione di prodotto, generando per l’impresa una quota addizionale di domanda, mette in condizione l’impresa medesima di aumentare il livello di produzione e occupazione. Su tale fronte, però, il tessuto imprenditoriale italiano stenta a sentirci. 

Anche in questo caso i numeri sono illuminanti, perché ci dicono come sia soprattutto la spesa dei privati in R&S ad essere risibile: lo 0,5 per cento del Pil contro l’1,2 della UE-15, il 2 per cento della Germania, l’1,5 per cento della Francia, l’1 per cento della Gran Bretagna.

Una delle dirette conseguenze dell’insufficiente investimento italiano in R&S è la modesta quota di brevetti italiani depositati all’ufficio brevetti europeo: l’8 per cento circa contro il 45 per cento circa della Germania, il 18 per cento della Francia, il 14 per cento del Regno Unito.

È certo interessante il fatto che il governo stia pensando – per la verità da un po’ troppo tempo – di mettere in campo misure ad hoc per favorire la nascita di start-up innovative. Ma la premura maggiore dovrebbe essere quella di rimuovere gli ostacoli strutturali che impediscono alle imprese di investire in ricerca e innovazione. Come abbiamo già scritto, esiste un problema di specializzazione produttiva. Nel nostro paese è sbilanciata verso produzioni a basso contenuto tecnologico. Lo ha ribadito, con la consueta chiarezza, anche Bankitalia in una recente analisi: «In termini di valore aggiunto manifatturiero il peso complessivo di settori quali il tessile e l’abbigliamento, il cuoio e le calzature, i prodotti in legno ammonta nel nostro paese al 13,6 per cento, molto più che in Francia (5,2) e in Germania (3,1). I settori più propensi all’innovazione (chimica, apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, macchine per ufficio ed elaboratori, altri mezzi di trasporto) pesano per il 16,4 per cento in Italia, il 19,7 in Francia e il 20,8 in Germania».

Poi sulla scarsa vocazione ad innovare pesa come una macigno la frantumazione dimensionale delle imprese. È evidente come la dimensione di impresa, con la conseguente modesta capitalizzazione, limiti fortemente la capacità di affrontare costi e rischi connessi all’attività di R&S. Se a ciò aggiungiamo il fatto che il management è per due terzi delle imprese italiane espressione delle famiglie (contro un quarto circa in Germania e Francia, un decimo in Gran Bretagna e un terzo in Spagna), si comprende la difficoltà, tutta italica, di aprirsi a sperimentare innovazione, non solo tecnologica e dunque anche a mettere in campo modelli organizzativi moderni. 

Naturalmente anche la macchina pubblica ha importanti responsabilità nella bassa propensione ad investire in ricerca ed innovazione. Basti pensare alla frammentarietà del sistema di ricerca e trasferimento tecnologico. Impostato come è su basi localistiche, ha prodotto innanzitutto una assurda proliferazione di centri di innovazione. E poi messo in condizione università di uno stesso territorio perché competano tra di loro per accaparrarsi le risorse. Ciò in luogo di fare massa critica e produrre progetti selettivi di innovazione e ricerca industriale in forte interazione con il tessuto produttivo presente.

E che dire del fallimentare e clientelare sistema di sussidi erogati a pioggia alle industrie italiane e che il ministro Passera avrebbe dovuto riordinare da tempo? In questo caso, pur essendo vero che gli aiuti di stato a favore di innovazione e ricerca sono inferiori alla media UE-27 (0,6 per cento del Pil contro lo 0,9 per cento), noi facciamo i conti con un macroscopico problema di efficacia delle politiche pubbliche di sostegno a ricerca e innovazione nelle imprese. Perché, come afferma pure Bankitalia nella già citata analisi, «a fronte di oneri significativi per le finanze pubbliche, i risultati sono stati modesti e molte imprese che hanno usufruito degli incentivi avrebbero effettuato le medesime scelte anche in assenza del sostegno pubblico».

Insomma ce n’è di polpa su cui governo e parti sociali potrebbero confrontarsi. Che poi il risultato del discussione si chiami patto per la crescita, per lo sviluppo o per la produttività, poco importa. La cosa essenziale è che la si smetta di riempire colonne di giornali per proclami ed enunciazioni e si lavori per dare duraturo ossigeno al nostro sistema industriale.  

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