Manager pubblici, Grilli si oppone al tetto agli stipendi

Manager pubblici, Grilli si oppone al tetto agli stipendi

Un tetto allo stipendio dei manager pubblici. Il governo Monti ci aveva pensato poche settimane dopo il suo insediamento. Inserita la norma nel decreto Salva Italia, ora nell’esecutivo si accorgono che tagliare le retribuzioni dei dipendenti di Stato più ricchi non è così facile. Tra dubbi e problemi tecnici, la norma rischia di dover essere riscritta. Peccato che a questo punto della legislatura il tempo a disposizione sia sempre di meno.

Il primo intervento dell’esecutivo è datato dicembre 2011. L’articolo 23-ter del decreto Salva Italia fissa un limite massimo retributivo per gli stipendi d’oro dei manager pubblici. Come chiarisce il decreto attuativo del presidente Monti datato 23 marzo 2012, «il trattamento retributivo percepito annualmente (…) non può superare il trattamento economico annuale complessivo spettante per la carica al Primo Presidente della Corte di Cassazione». Poco più di 290mila euro.

E qui iniziano i problemi. La questione viene affrontata dalle commissioni Affari costituzionali e Lavoro della Camera. Quasi subito il Parlamento si accorge che il governo si è infilato in un ginepraio. «Ad esempio si è posto un problema legato all’effettiva applicazione della norma» racconta Giorgio Conte, capogruppo di Fli nella prima commissione. È giusto rendere immediatamente esecutivo il provvedimento? Il rischio è che qualche manager, magari assunto da poco, possa fare ricorso al Tar. «E magari spuntarla senza troppa fatica».

Non solo. Tra i parlamentari qualcuno solleva una questione altrettanto importante. Perché fissare solo un tetto massimo agli stipendi? «Il risultato – spiega il leghista Matteo Bragantini – è paradossale. In questo modo si potrebbe arrivare alla situazione in cui presidente e consigliere di amministrazione prendono lo stesso stipendio». A prescindere dai reali ruoli e responsabilità. Ben venga intervenire sulle retribuzioni dei manager pubblici, insomma. Ma a quel punto è necessario occuparsi “a cascata” degli stipendi di tutti gli altri dirigenti. In commissione c’è chi propone delle deroghe. E chi punta il dito contro i dirigenti che sarebbero scampati alle sforbiciate introdotte del governo.

E poi ci sono i problemi tecnici. Con una lettera inviata al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, pochi giorni fa il ministro dell’Economia Vittorio Grilli ha sollevato alcune questioni. Non solo il ministero di via XX settembre non sarebbe stato coinvolto nella preparazione del decreto della presidenza del Consiglio – questi i rilievi di Grilli – ma il documento non sarebbe stato neppure sottoposto a tutti i controlli della Ragioneria generale dello Stato. Un iter legislativo che avrebbe finito per scavalcare anche il parere del Consiglio di Stato.

Il tutto mentre prosegue il pressing di tanti funzionari pubblici. «Tutti impegnati – racconta ancora Bragantini, uno dei parlamentari più attivi su questo argomento – a premere sull’esecutivo per trovare il modo di sospendere i tagli». La materia non è semplice. Se n’è accorto anche il ministro Filippo Patroni Griffi. Pochi giorni fa il titolare della della Funzione Pubblica si è recato a Montecitorio per presentare alle commissioni il primo monitoraggio sugli effetti del provvedimento. A cinque mesi dal decreto attuativo, al ministero non sono in grado di fare un bilancio definitivo. Su 80 amministrazioni pubbliche interessate, hanno risposto in 37. In totale sono 18 i manager pubblici che hanno sforato il tetto retributivo previsto dal governo. «Ci sono sforamenti di 10mila euro – ha spiegato il ministro – e altri di 90-100 mila euro. Per fine mese magari riusciremo a dare i dati complessivi».

Che fare? Catricalà e Patroni Griffi sono pronti a correre ai ripari. I due sarebbero decisi a scrivere una nuova norma da inserire nella prossima legge di Stabilità – il provvedimento dovrà essere presentato alle Camere entro ottobre – con l’obiettivo di blindare gli effetti del Salva Italia. Come auspicano tanti in commissione, serve un nuovo provvedimento che armonizzi l’intera disciplina. Una legge chiara, a prova di interpretazione.

Intanto il governo trema. Tra pochi giorni la Corte costituzionale deciderà se accogliere il ricorso di alcuni manager pubblici infuriati contro le decurtazioni in busta paga. La vicenda risale a un paio di anni fa. Nel 2010 il governo Berlusconi aveva imposto un taglio rispettivamente del 5 per cento e del 10 per cento agli stipendi dei dipendenti pubblici superiori ai 90mila e ai 150mila euro. Dopo l’intervento di diversi Tribunali amministrativi regionali, la questione è passata alla Consulta. «Dalla prossima settimana – spiegano alla Corte Costituzionale – è attesa la sentenza». A Palazzo Chigi c’è timore. Se la Corte dovesse dare ragione ai funzionari pubblici, si rischia un duro colpo per le casse dello Stato.