Alla Banca d’Inghilterra va il canadese Mark Carney

Alla Banca d’Inghilterra va il canadese Mark Carney

C’è un italiano fra i candidati alla posizione di governatore della Banca d’Inghilterra. A sorpresa, fra gli aspiranti al posto dell’uscente Mervyn King spunta l’economista Giorgio Arfaras, direttore di Lettera economica del Centro Einaudi, una lunga esperienza fra il Crédit Suisse e Pirelli. Arfaras fa parte di quel gruppo di economisti che collabora regolarmente con Linkiesta.

E infatti è stata la redazione de Linkiesta a candidarlo alla Bank of England. Per una semplice ragione: sollevare, qui in Italia, il problema delle modalità con cui si selezionano le figure chiamate ad assumere ruoli di rilievo pubblico. Per farlo, non abbiamo dovuto ricorrere a vecchie conoscenze nella City. Men che meno telefonare a qualche banchiere con il quale esista «un rapporto amicale iniziato quasi venti anni fa», per citare le indimenticabili parole del nostro ministro dell’Economia Vittorio Grilli a proposito del suo tentativo di ottenere la nomina a governatore della Banca d’Italia. Ci è bastato andare sul sito del Cabinet Office del Governo di Sua Maestà la Regina dedicato ai Public appointments, le nomine pubbliche, compilare i moduli, eccetera eccetera. 

Che cosa c’entra questo con il ministro Grilli? Questo giornale ha chiesto le dimissioni del ministro dell’Economia dopo che le sue telefonate con il banchiere-amico ventennale Massimo Ponzellini, presidente della Bpm, sono divenute di dominio pubblico. Richiesta ribadita perché le sue spiegazioni, in una lettera al direttore del Sole 24 Ore, sono risultate poco convincenti. Le chiamate intercettate dalla Procura di Milano, che ha poi indagato il presidente della Bpm con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e alla corruzione privata, non sono rilevanti penalmente. E, se vogliamo, Grilli si mostrava anche infastidito dalle speculazioni su un ammorbidimento della Vigilanza sulla Popolare milanese in caso di sua nomina a governatore. Tuttavia il controllante chiede proprio a lui, al controllato – a questo controllato – di avere informazioni su una riunione governativa a cui partecipò anche il governatore uscente Mario Draghi. Gli chiede anche un favore, di intercedere con Bersani: «Chi può parlare con Bersani, io non so come fare arrivare il messaggio a Bersani», si informa nel corso della telefonata riportata da Repubblica. «Su Bersani, noi chiamiamo. In banca abbiamo tanti dei suoi», risponde Ponzellini.

Ecco, questo genere di dinamiche vanno spezzate una volta per tutte. Grilli non è andato in Banca d’Italia. Ma va anche detto che questo metodo – ambizioni legittime e manovre da sottobosco governativo, processi di selezione e nomina da corte bizantina – non l’ha inventato lui. È stato imprudente nella scelta del “consigliori”, certamente. Ma se anziché a Ponzellini, avesse chiesto a qualche illustre ex governatore,  a un consigliere molto ascoltato al Quirinale, o a un amico di un membro del consiglio superiore della Banca d’Italia, la sostanza non cambierebbe.

La telefonata Grilli-Ponzellini ha mostrato nitidamente la prassi dei corridoi romani: percorrere tutte le vie anche le più tortuose per trovare la porta giusta a cui bussare, il “facilitatore” che possa soffiare il nome nelle orecchie giuste. Orecchie che poi andranno ricompensate per i loro servigi. Più che di un processo selettivo chiaro e trasparente, si tratta di un metodo incestuoso che può fortemente compromettere l’indipendenza di chi viene nominato in cariche pubbliche di alta responsabilità. Il problema non riguarda solo la Banca d’Italia ma anche Consob e le altre autorità amministrative indipendenti, così come le società a controllo o partecipazione pubblica. Come mostrato di recente anche da Report, all’Agcom sono state mandate tre persone senza competenza specifica e una (Maurizio Decina) che ha la competenza ma anche qualche conflitto di interesse (è stato nel board di Telecom e Tiscali). Spesso poi chi lavora nelle authority come tecnico è entrato con un concorso, mentre le nomine politiche dei commissari avvengono in base a opachi criteri di bottega di partiti rapaci e alle logiche dei loro sottoboschi. Senza che il Parlamento possa neanche fare le verifiche del caso e interrogare i pretendenti.

Giorgio Arfaras 

Ecco, è per tutte queste ragioni che, con una provocazione di sapore un po’ situazionista, abbiamo candidato Arfaras a governatore della Banca di Inghilterra. Il bando, aperto venerdì 14 settembre per chiudere ieri alle 8.30 ora inglese, è stato pubblicato sul sito dell’ufficio di Gabinetto del governo inglese dove vengono rese note le “vacancies”,  gli incarichi scoperti negli organismi pubblici di garanzia e nei comitati governativi. Modalità di presentazione della candidatura e criteri di selezione sono chiari, così come l’applicazione delle regola Wimbledon: non si chiede manco conto della nazionalità, ma solo di ciò che si sa fare (posta la necessità di parlare l’idioma locale). Il metodo utilizzato è quello dei “classified” dell’Economist, gli annunci di ricerca di figure direttive delle grandi istituzioni con bandi di selezione globali. Certo, così facendo non si possono fare giochi per cui si finge di portare avanti un nome per tenerne coperto un altro, da spendere all’ultimo momento.

Si può anche obiettare che è successo anche nel mondo inglese che fossero pubblicati dei bandi per posizioni che, in realtà, erano già assegnate. È accaduto alla Bbc come a Reuters. Anche il metodo della selezione pubblica su criteri trasparenti può quindi essere solo marketing. Ma se esistesse un metodo che di per sé assicuri il successo certo, saremmo più vicini alla matematica che alla politica. Criteri di questo genere non sono quindi di per sé garanzie infallibili di meritocrazia e trasparenza, ma sono di certo dei passi avanti nello scardinare il bizantinismo del nostro apparato pubblico.

Spetta al presidente del Consiglio Mario Monti mettere sul tavolo il problema e impostare una risposta, che è una risposta di metodo, alla questione delle nomine delle autorità amministrative indipendenti. Sarebbe auspicabile che anche i partiti e i candidati alle primarie dicessero chiaramente se intendono procedere con il non-metodo che conosciamo o se invece vogliono inaugurare a una prassi più aperta e trasparente. Quanto a Grilli, per il tempo che rimarrà ministro, c’è un modo perché mostri ravvedimento: cominci ad applicare una procedura di candidatura e selezione trasparente per le nomine nelle società partecipate dal Tesoro.

Twitter: @jacopobarigazzi

Twitter: @lorenzodilena

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