“C’era una volta in America”, al cinema la versione integrale del film di Leone

“C’era una volta in America”, al cinema la versione integrale del film di Leone

«L’hanno fatto per vendere più pop corn». Quando Sergio Leone vide trasformato il suo C’era una volta in America, ridotto per il mercato americano a una versione minimal di 140 minuti, reagì con queste parole. Lo ha ricordato sua figlia Raffaella, presentando la nuova uscita del capolavoro del padre degli spaghetti-western nella sua edizione originaria, quella da quattro ore e 19 minuti. Sei blocchi di scene inedite, per 26 minuti di pellicola in più, grazie al restauro della Cineteca di Bologna finanziato dalla The film foundation di Martin Scorsese con il sostegno di Gucci. Fino a domenica, in oltre settanta sale – per la maggior parte quelle del circuito The Space – sarà possibile godere di uno spettacolo imparagonabile. Il merito è della famiglia Leone, dei figli Andrea e Raffaella che hanno acquistato dal produttore Arnon Milchan i diritti del film per l’Italia.

Milchan incontrò Leone nel 1980 rendendo possibile il sogno del regista: portare sul grande schermo la sua visione personale dell’epica gangster, in un modo diverso da come era stata raccontata fino ad allora al cinema. Il pretesto fu il romanzo autobiografico di Harry Grey The Hoods che Leone lesse alla fine degli anni Sessanta innamorandosene. Su quel libro ci lavorarono in sei per partorire una sceneggiatura monstre di circa cinque ore. Oltre al regista, c’erano Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, Franco Ferrini, Enrico Medioli, storico collaboratore di Visconti, e Franco ‘Kim’ Arcalli. Per l’anteprima al festival di Cannes del 1984, Leone riuscì a strappare nel braccio di ferro con la Warner una versione da tre ore e 49 minuti, ma non potè opporsi al volere degli studios per l’uscita oltreoceano.

La major non solo rimpicciolì il film a poco più di due ore, ma disinnescò la narrazione in ordine non-cronologico così come l’aveva pensato Leone. Sparendo i flashback, sparì anche il discorso sul tempo, sulla memoria e sull’oblio. Una pedina fondamentale per la costruzione del senso del film. Oggi Leone ha la sua rivincita, con l’uscita dell’edizione director’s cut, un’espressione poco in voga nel cinema italiano ma propria delle dinamiche del mercato statunitense dove indica la versione di un film pensata dal regista diversa da quella pensata da produzione e distribuzione. Con il director’s cut, insomma, sono le esigenze autoriali ad avere la meglio sulle ragioni commerciali, addotte proprio “per vendere più pop corn”.

Grazie al restauro, compare finalmente il premio Oscar Louise Fletcher, la dittatoriale infermiera di Qualcuno volò sul nido del cuculo, nel ruolo della direttrice del cimitero dove riposano Max, Patsy e Cockeye, i tre amici di Noodles (Robert De Niro). Tra gli inediti anche l’incontro fra il protagonista e la sua nuova compagna Eve, che nella versione circolata fino a oggi veniva ammazzata nei primi minuti senza che a film concluso fosse spiegato allo spettatore il suo ruolo, e la performance a teatro di Deborah nei panni di Cleopatra quando si dà la morte con il morso dell’aspide. Nonostante la qualità delle immagini – il materiale era impresso su positivi mal conservati e renderli omogenei con il resto della pellicola è stata la vera sfida – i sei blocchi mai visti sono una vera chicca anche grazie all’audio originale e all’assenza del seppur eccelso doppiaggio italiano. La loro visione è quasi paragonabile all’ostensione di qualcosa di sacro.

C’era una volta in America torna dunque nel luogo a sè più congeniale, il grande schermo. Chi era stato costretto a guardarlo in tv potrà apprezzare davvero l’eleganza della messa in scena, dalle scenografie ai costumi, i spettacolari movimenti di macchina di Leone e le sequenze più struggenti del film, come la memorabile scena al ralenti dell’assassinio del piccolo Dominic. Imperdonabile perderlo.