Disabili e anziani, la mannaia di Monti sul terzo settore

Disabili e anziani, la mannaia di Monti sul terzo settore

Mezzo miliardo di euro. Non sono i risparmi generati dalla riduzione del numero dei parlamentari, o dal riordino degli incentivi a pioggia alle imprese, ma è il gettito stimato dall’aumento dell’Iva sulle cooperative sociali di tipo “A”, che passa dal 4 all’11 per cento. Cioè tutte quelle che si occupano di infanzia, anziani, assistenza domiciliari, disabilità, tossicodipendenza. Una misura che definire odiosa – così come la franchigia di 250 euro per le erogazioni alle Onlus e il tetto a 3mila euro sulle detrazioni – è perfino riduttivo. Anche perché sull’Iva l’esecutivo Monti non tornerà indietro, come ha dichiarato oggi ad Avvenire il sottosegretario al Welfare Maria Cecilia Guerra. Ovviamente, se lo Stato funzionasse, non ci sarebbe nessun problema. Peccato che, come è noto, la sanità è la principale voce che concorre a formare il deficit delle Regioni, ed è evidente che al netto del Patto di stabilità i margini di manovra non ci sono.

Uno dei moltissimi esempi lampanti di quanto sia iniqua la mossa dei tecnici di Palazzo Chigi, in un periodo in cui, come recita il bollettino trimestrale di Bankitalia diffuso oggi, il Pil si contrarrà del 2,4% (e dello 0,7% nel 2013) emerge dal XI Rapporto nazionale sulle politiche della cronicità, dal titolo emblematico: “Emergenza famiglie: l’insostenibile leggerezza del Welfare”. Una ricerca condotta dalla Cnamc (Coordinamento nazionale della associazioni di malati cronici) e presentata stamani a Roma, che evidenzia come nel 76% dei casi, contestualmente alle dimissioni ospedaliere, non viene attivata l’assistenza domiciliare, che per inciso costa alle famiglie dagli 12mila ai14mila euro l’anno. È qui che dovrebbero intervenire le strutture complementari che afferiscono al terzo settore – fortunatamente il limite di 3mila euro alle detrazioni non include le spese mediche – ed è qui che si abbatte la scure di Monti, seppure bisogna ammettere che i casi di mala gestione e pressapochismo non mancano. 

Non è la prima volta che, invece di razionalizzare l’elefantiaco meccanismo della pubblica amministrazione, Monti taglia le gambe alla sussidiarietà. Il primo intervento in questo senso è la contestata abolizione dell’Agenzia per il terzo settore con il Decreto Semplifica-Italia. Attivo dal 2000 sotto l’ombrello di Palazzo Chigi, che ne ha oggi riassorbito le competenze, l’ente «di vigilanza, promozione, indirizzo e controllo sugli enti non profit, con i quali si intende l’insieme delle organizzazioni non aventi finalità di lucro (onlus, enti non commerciali, organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, imprese sociali, etc.)» è stato presieduto dall’attuale ministro dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, dal 2001 al 2006, e dal 2007 al 2011 dall’economista Stefano Zamagni. Un taglio per risparmiare “appena” 700mila euro. Ovvero poco più della metà degli 1,3 milioni di euro di fondi pubblici di cui si è appropriato l’ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio Franco Fiorito. Nota bene: l’Agenzia era l’unica tra le authority a non prevedere il gettone di presenza per i membri del board.

Una chiusura che Zamagni, in un intervento alla Fondazione Fortes, ha letto così: «[…] La cultura della nostra classe dirigente, sia politica che non politica, è ancora legata a un modello obsoleto dualistico di Stato-mercato. Non riescono ad ammettere che in una società avanzata come la nostra il ruolo del civile sia fondamentale. Questo rappresenta un arretramento rispetto alla cultura dei padri costituenti, che erano molto più avanzati e che avevano chiaro il modello tripolare: pubblico, privato e, appunto, civile. La soppressione dell’Agenzia per il terzo settore non si spiega altrimenti. Questo governo, decidendone la chiusura, ha dimostrato infatti di non “vedere” lo spazio del civile». E ancora: «Il mancato riconscimento di quell’ordine tripolare previsto dai costituenti fa sì che non si riesca più a parlare nei termini di giustizia “benevolente”. Si parla tanto di giustizia. Ma la benevolenza, che significa “volere il bene”, cioè il bene comune, è qualcosa che va oltre. E oggi solo Dio sa quanto ci sarebbe bisogno di una giustizia benevolente, cioè finalizzata al bene comune e non solo al rispetto della norma in senso proceduralista». 

La “città del bene”, ovvero il terzo settore, secondo il censimento Istat-Cnel, che si riferisce al settembre 2008, vale 40 miliardi di euro – circa 3 punti di Pil – di cui 6,4 ascrivibili alle cooperative sociali, il 30% delle quali è nel Mezzogiorno, e impiega mezzo milione di persone. Persone che hanno le spalle larghe e sono passate indenni per molte visioni del no profit dal punto di vista dell’economia sociale del ministro di turno. Da Paolo Ferrero, ex ministro della Responsabilità sociale nel governo Prodi, che spingeva per un’impostazione statalista all’ex titolare del Welfare Maurizio Sacconi, che abbracciava un’idea di sussidiarietà simile alla Big society del premier inglese David Cameron, senza però stanziare i fondi per portarla avanti. Sullo sfondo l’ex titolare di via XX Settembre, Giulio Tremonti, inventore del 5 per mille da un lato, e fautore dei tagli lineari dall’altro. Fino a Corrado Passera, che da consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, presieduta da Giovanni Bazoli, andò a Todi proprio per parlare di economia di fronte alla platea delle associazioni cattoliche, nel suo primo battesimo di fuoco da “politico dei moderati”, a pochi mesi dalla nomina a ministro. E a Mario Monti, che ha studiato dai gesuiti e nel 2009, in occasione della presentazione a Roma dell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, si definì cattolico. 

Eppure, come spiega a Linkiesta Paola Menetti, presidente di Legacoopsociale, che rappresenta 1.300 cooperative, circa il 18% delle cooperative sociali attive in Italia, «Mi sembra che questo governo si stia muovendo dentro un confine tradizionale e forse neanche adeguato ai tempi, considerando il welfare come derivata di altre voci e qundi identificandolo come costo da tagliare, ritenendo che possano riprendere fiato approcci di tipo filantropico che, per quanto importanti non risolvono certo i problemi». In altri termini, sostiene ancora Menetti, «non c’è abbastanza attenzione al valore prodotto dal welfare». 

Andrea Olivero, presidente delle Acli e portavoce del Forum del terzo settore, è sulla stessa lunghezz d’onda: «Dobbiamo purtroppo riconoscere che, da un punto di vista culturale, il governo dei tecnici non è molto lontano da uno schema già visto, che riconosce solo stato e mercato, e nessuna autonomia al sociale. Certo, non vale per tutti i ministri, ma al momento delle decisioni di politica economica la linea prevalente è quella. L’impronta liberale classica dei tecnici tende a sottovalutare la dimensione della sussidiarietà».

Olivero ricorda, oltre alla citata cancellazione dell’Agenzia, anche i tentativi di eliminare gli osservatori dell’associazionismo e del volontariato. E dire che proprio Corrado Passera, dal palco del Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, sottolineava: «Sviluppo e welfare devono convivere e se non c’è uno non c’è l’altro. Il welfare è una scelta di civiltà che parte dalla necessita di riconoscere dignità alla vita umana», aggiungendo: «La coesione sociale è la base della crescita. La coesione e la competitività vanno insieme».

Un impoverimento non nuovo, come scriveva lo stesso Olivero su Europa nel 2010: «Il Fondo per le politiche sociali passa da 435 a 75 milioni. Le risorse per le politiche familiari – altro cavallo di battaglia di questo governo – si riducono da 185 a 52 milioni di euro. Il Fondo per la non autosufficienza – 400 milioni – viene completamente azzerato. Tagli al Servizio civile e alle politiche giovanili. Mancato rifinanziamento della social card». L’elenco potrebbe continuare. Fortunatamente, secondo un’indagine di Eurofund, l’Agenzia Ue per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, il 23% degli italiani di età superiore ai 18 anni fa volontariato (l’Italia è al 14mo posto in Europa), ma ovviamente non basta.

Nel caso dell’Iva, invece, ci si è nascosti dietro al dito puntato dall’Ue. «Non è vero che la decisione di alzare l’Iva deriva da una procedura di infrazione europea, come dicono dal governo, perché Bruxelles ha soltanto chiesto all’esecutivo di chiarire alcune questioni», spiega Menetti. E le altre procedure d’infrazione aperte dall’Ue nei confronti dell’Italia, dal dl anti corruzione al sovraffollamento nelle carceri, forse sono ugualmente importanti. Oltretutto, aumentare l’Iva significa agevolare il nero. La legge di Stabilità, infatti, impone alle Regioni un ulteriore taglio del 10% sugli acquisti di beni e servizi nel 2013. Taglio che, sommato all’aumento dell’Iva e al mancato adeguamento delle tariffe ai nuovi contratti di lavoro, metterà a dura prova gli operatori che aiutano le famiglie dei malati, dei disabili, e di quanti hanno bisogno di un sostegno. «Si mette in seria discussione la sopravvivenza di un settore che, peraltro, è stato economicamente produttivo assumendo giovani e donne», conclude Menetti. Guarda caso, le due categorie più penalizzate dalla crisi europea e dai ritardi italiani. 

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